La verifica sull’esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva

La verifica sull’esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva

Tribunale Ordinario di Roma, Sezione Civile IV, Sentenza del 06/11/2019

Con sentenza dell’8 novembre 2019, il Tribunale Ordinario di Roma, Sezione IV Civile, in tema di recupero crediti, ha stabilito che il giudice dell’opposizione all’esecuzione è tenuto a compiere d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ed anche per la prima volta nel giudizio di cassazione, la verifica sull’esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva, potendo rilevare sia l’inesistenza originaria del titolo esecutivo sia la sua sopravvenuta caducazione; entrambe determinanti l’illegittimità dell’esecuzione forzata con effetto ex tunc in quanto, l’esistenza di un valido titolo esecutivo costituisce presupposto dell’azione esecutiva stessa.


Tribunale Ordinario di Roma, Sezione Civile IV, Sentenza del 06/11/2019

La verifica sull’esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Roma

QUARTA SEZIONE

nella composizione monocratica della dott.ssa __

ai sensi degli artt. 281 quater e 281 quinquies, comma 1, c.p.c. vigente ha pronunciato la seguente

SENTENZA

(a seguito di trattazione scritta)

nella causa civile di primo grado iscritta al numero __ R.G.A.C.C., posta in decisione nell’udienza del __, pubblicata come da certificazione in calce e vertente tra le seguenti parti

G. – opponente

E

C. – opposta

Opposizione a precetto (artt. 615 e 617 comma 1, c.p.c.)

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Va preliminarmente rilevato che si omette di circostanziare lo svolgimento del processo, atteso che, a norma dell’art. 132 c.p.c., come novellato a seguito della L. 18 giugno 2009, n. 69, la sentenza deve contenere unicamente la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.

Tanto premesso, quanto agli elementi di fatto nella prospettazione delle parti e alle loro rispettive domande, eccezioni e difese, si rinvia all’atto di citazione in opposizione al precetto e alla comparsa di costituzione come di seguito riportato.

Con atto di citazione notificato in data __ G. proponeva opposizione avverso l’atto di precetto notificatogli in data __, per un importo complessivo di Euro __, ad istanza di C. in forza di decreto di rigetto del Tribunale di Roma Sez. Famiglia n. __ del __ emesso nel proc RG __ di modifica delle condizioni di divorzio, provvedimento munito di formula esecutiva in data __ e notificato contestualmente al precetto, deducendo:

– In via principale: la nullità e inefficacia del precetto limitatamente alla somma di Euro __ richiesta a titolo di assegno di mantenimento della figlia F. in quanto non preceduto da notifica dei titoli esecutivi fondanti la richiesta stessa e non riportante, per questo, la data di detta notifica (motivo da qualificare quale opposizione ex art. 617 c.p.c.)

– In via gradata: la nullità e inefficacia del precetto per omessa indicazione del luogo dove l’obbligazione dovrebbe essere eseguita ai fini liberatori (motivo da qualificare quale opposizione ex art. 617 c.p.c.)

– In via gradata la nullità e l’inefficacia del precetto in quanto non preceduto da alcun tentativo di bonario componimento della vicenda (motivo da qualificare quale opposizione ex art. 617 c.p.c.)

– La nullità e l’inefficacia del precetto in ragione dell’incertezza e genericità del criterio di calcolo relativo alla rivalutazione monetaria e del termine iniziale tale da compromettere il diritto dell’opponente di controdedurre (motivo da qualificare quale opposizione ex art. 615 c.p.c.)

– L’incompetenza per valore del Tribunale Ordinario di Roma in favore di quella del Giudice di Pace di Roma in ipotesi di stralcio della somma di Euro __

– In via subordinata la compensazione della somma dovuta a C. di Euro __ con quella di Euro __ vantata da G. nei confronti di C. in forza dell’ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. __ (motivo da qualificare quale opposizione ex art. 615 c.p.c.)

Parte opposta si costituiva riconoscendo che il titolo esecutivo notificato unitamente al precetto (decreto di rigetto del Tribunale di Roma Sez. Famiglia n. __ del __ emesso nel proc RG _) legittimava il diritto a richiedere la limitata somma di Euro __ a titolo di spese processuali, mentre le ulteriori somme intimate a titolo di assegno di mantenimento della figlia F. fossero dovute in forza dei diversi provvedimenti non notificati e più precisamente: Decreto della Corte d’Appello di Roma, pubblicato in data __, nella causa iscritta al R.G. n. __ (All. B della comparsa di costituzione) ed instaurata da G., che ebbe a mantenere fermo l’obbligo del versamento da parte del padre disposto con decreto del Tribunale di Roma del __, reso nel procedimento R.G. n. __ di modifica delle condizioni di divorzio promosso da G. (All. C della comparsa di costituzione).

Parte opposta, dopo una puntuale prospettazione ed elencazione dei numerosi giudizi promossi nel tempo tra le parti, deduceva che la notifica dei titoli sopra indicati non risultasse necessaria in quanto ben conosciuti dall’opponente considerato il parziale spontaneo adempimento nel tempo. Parte opposta richiamava, infine, a sostegno della propria tesi difensiva la costante giurisprudenza della S.C. secondo la quale la violazione di specifiche prescrizioni normative sul procedimento di notifica comporta una mera nullità, sanabile, ex tunc, dalla costituzione in giudizio del destinatario (Cass. n. 9859/1997; Cass. n. 139/2002) in conformità delle regole generali in tema di sanatoria degli atti nulli (Cass. 25900/2016), sanati, per il raggiungimento dello scopo ex art. 156, co. 3, c.p.c., in virtù della proposizione dell’opposizione del debitore.

All’udienza del __ la causa veniva trattenuta in decisione con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. non utilizzati dalle parti.

Preliminarmente va rilevato che i motivi di opposizione qualificati ex art. 617 sono ammissibili perché proposti nei venti giorni dalla notifica del precetto.

Ciò nonostante non tutti sono meritevoli di accoglimento.

Nel merito l’opposizione è fondata solo relativamente al motivo di opposizione agli atti esecutivi volto ad accertare la nullità del precetto derivata dalla omessa previa notifica dei titoli esecutivi e dalla conseguente omessa indicazione della data di notifica dei provvedimenti muniti di formula esecutiva.

È infatti pacifico, come riconosciuto anche da parte opposta, che il precetto non è stato preceduto dalla notifica del titolo (o titoli) munito di formula esecutiva -Decreto della Corte d’Appello di Roma, del __, R.G. n. __ (All. B della comparsa di costituzione) e decreto del Tribunale di Roma del __, R.G. n. __ di modifica delle condizioni di divorzio (All. C della comparsa di costituzione). Né tantomeno, in corso di causa, parte opposta ha depositato il titolo o i titoli stessi muniti di formula esecutiva, limitandosi a produrre delle copie e non fornendo così prova che gli stessi siano stati muniti della predetta formula. Tale mancata produzione non consente a questo giudice di poter effettuare le necessarie verifiche sulla esistenza del titolo esecutivo cosa che inevitabilmente determina la declaratoria di inefficacia del precetto opposto.

Il giudice dell’opposizione all’esecuzione è tenuto a compiere d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, ed anche per la prima volta nel giudizio di cassazione, la verifica sulla esistenza del titolo esecutivo posto alla base dell’azione esecutiva, potendo rilevare sia l’inesistenza originaria del titolo esecutivo sia la sua sopravvenuta caducazione, che – entrambe – determinano l’illegittimità dell’esecuzione forzata con effetto ex tunc in quanto, l’esistenza di un valido titolo esecutivo costituisce presupposto dell’azione esecutiva stessa.

La mancata produzione del titolo esecutivo e della data di notifica dello stesso depone così a favore della principale doglianza dell’opponente.

È opportuno, inoltre, rilevare che la tesi di parte opposta, secondo la quale da un lato non risulterebbe necessaria la preventiva notifica dei titoli (o titolo unico) fondanti la richiesta delle somme dovute a titolo di mantenimento della figlia in quanto conosciuti dall’opponente e, dall’altro, che tale omissione risulterebbe sanata dalla costituzione dell’opponente secondo il principio del raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c., persegue linee logiche giuridiche non condivisibili in quanto non confortate dall’attuale consolidata giurisprudenza della S.C. che più volte ha ribadito che la mancata indicazione della data di notificazione del titolo esecutivo, di per sé, non produce la nullità del precetto purché dal contenuto complessivo di esso, sia consentito identificare senza incertezza il titolo esecutivo e la sua avvenuta notifica, precedente alla notifica del precetto stesso, al fine di consentire al debitore esecutato di poter provvedere spontaneamente al pagamento dell’importo precettato. È di tutta evidenza che nel caso di specie trattasi di ipotesi di inesistenza assoluta di notifica del titolo esecutivo.

L’Art. 480 c.p.c. fa conseguire alla mancata indicazione della notifica del titolo esecutivo la nullità del precetto connessa alla violazione dell’iter degli atti propedeutici all’esecuzione.

Diversamente gli altri motivi di opposizione risultano infondati: devono, infatti, disattendersi le eccezioni di parte opponente relative:

– all’incompetenza di valore del Tribunale di Roma, competenza che si radica in base al valore della causa determinata dalla domanda ai sensi degli artt. 10 c.p.c. e ss. al momento dell’instaurazione del giudizio e non in conseguenza dell’accoglimento di eccezioni come richiesto nell’atto di citazione in opposizione a precetto.

– alla nullità e all’inefficacia del precetto per omessa indicazione del luogo dove l’obbligazione dovrebbe essere eseguita ai fini liberatori e in quanto non preceduto da alcun tentativo di bonario componimento, in quanto non previsti dall’art. 480 c.p.c. quali motivi di nullità del precetto e in quanto il debitore opponente non ha precisato il concreto pregiudizio subito a causa di tale omissione, pur necessario per contestare la regolarità formale degli atti esecutivi secondo consolidato orientamento interpretativo (cfr. Cass. Civ. n. 14774/2014 e n. 10326/2014).

– alla nullità e all’inefficacia del precetto in ragione dell’incertezza e genericità del criterio di calcolo relativo alla rivalutazione monetaria e del termine iniziale in quanto tale eccezione è risultata mera enunciazione completamente sfornita di conforto probatorio alla luce del tenore letterale del precetto.

– infine, alla eccezione, per quanto in via subordinata, di compensazione della somma dovuta a C. di Euro __ con quella di Euro __ vantata da G. nei confronti di C. in forza dell’ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. __, atteso che il credito di C. risulta da titolo esecutivo, notificato contestualmente al precetto e riconosciuto come dovuto da parte opponente, mentre l’ordinanza di Cassazione invocata quale titolo costitutivo del credito offerto in compensazione è risultata sfornita di elementi comprovanti la propria esigibilità ed è stato oggetto di contestazione da parte opposta, non risultando di facile soluzione l’invocata compensazione.

Restano, infine, da esaminare le domande di condanna per responsabilità processuale aggravata, formulate da entrambi le parti.

Non si ritengono, nel caso di specie, sussistere i presupposti per una condanna per responsabilità processuale aggravata a carico di una delle parti anche perché le stesse hanno omesso di dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte.

Alla luce delle considerazioni che precedono, il precetto va dichiarato nullo limitatamente alla somma di Euro __ richiesta a titolo di mantenimento della figlia, mentre va confermato il diritto a procedere ad esecuzione forzata di C. nei confronti di G. per la somma di Euro __ a titolo di spese di lite liquidate dal decreto di rigetto del Tribunale di Roma Sez. Famiglia n. __ del __ emesso nel proc RG __, oltre la somma di Euro __ richiesta a titolo di compensi per l’atto di precetto in quanto in conformità ai valori previsti anche per lo scaglione fino a Euro 5.200,00, per una somma complessiva di Euro __.

Gli altri motivi di opposizione devono rigettarsi.

In ordine alle spese, valutata complessivamente la vicenda processuale, la natura dei rapporti delle parti, la semplicità delle questioni giuridiche trattate, il valore della causa, l’attività giuridica svolta e la soccombenza reciproca giustificano la compensazione integrale delle spese.

P.Q.M.

Il Tribunale di Roma, nella composizione monocratica in epigrafe, definitivamente pronunziando tra le parti in causa, disattesa ogni altra domanda od eccezione, accoglie parzialmente l’opposizione, e, per l’effetto, riduce l’importo precettato della somma di Euro __, confermando il precetto per l’ulteriore importo di Euro __.

Compensa le spese tra le parti.

Così deciso in Roma, il 5 novembre 2019.

Depositata in Cancelleria il 6 novembre 2019.

 

Tribunale_Roma_Sez_IV_Sent_06_11_2019




La non operatività del principio della “cristallizzazione dei crediti”

La non operatività del principio della “cristallizzazione dei crediti”

Tribunale Ordinario di Bolzano, Sezione Civile I, Sentenza del 08/11/2019

Con sentenza dell’8 novembre 2019, il Tribunale Ordinario di Bolzano, Sezione I Civile, in tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, ha stabilito che qualora le operazioni siano compiute anteriormente all’ammissione del correntista alla procedura di amministrazione controllata, occorre accertare, nel caso in cui il fallimento, successivamente dichiarato, del medesimo agisca per la restituzione dell’importo delle ricevute incassate dalla banca, se la convenzione relativa a quella anticipazione contenga una clausola attributiva del diritto di “incamerare” le somme riscosse in favore della banca stessa (cd. patto di compensazione o di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto), atteso che solo in tale ipotesi quest’ultima ha diritto a compensare il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse con il proprio credito in dipendenza di operazioni regolate nel medesimo conto corrente, senza che rilevi l’anteriorità del credito e la posteriorità del debito rispetto all’ammissione alla procedura concorsuale, non operando, in tale evenienza, il principio della “cristallizzazione dei crediti”.


Tribunale Ordinario di Bolzano, Sezione Civile I, Sentenza del 08/11/2019

La non operatività del principio della “cristallizzazione dei crediti”

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE di BOLZANO – PRIMA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott.ssa __,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. R.G. 1734/2018 promossa da

parte attrice:

D. S.r.l. In concordato preventivo

contro

parte convenuta:

C. S.p.A.

In punto: restituzione somme

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. Con atto di citazione del __, la società D. S.r.l. in concordato preventivo conveniva in giudizio la C. chiedendo la condanna di questa alla restituzione dell’importo di Euro __ o diversa somma da accertare in giudizio. Deduceva di aver intrattenuto con la convenuta il rapporto derivante dal contratto di conto corrente ordinario n. __ e relative aperture di linee di credito, eccependo che, a far data dal __, data di pubblicazione presso il Registro delle Imprese di Belluno del deposito della domanda di ammissione al concordato preventivo presentata dall’attrice, l’istituto di credito avrebbe incamerato sul predetto conto corrente numerosi pagamenti da parte di terzi debitori per complessivi Euro __, che avrebbe indebitamente trattenuto, nonostante le richieste di restituzione avanzate stragiudizialmente. A sostegno della propria domanda, l’attrice esponeva che alla data di presentazione del ricorso di ammissione alla procedura di concordato preventivo si sarebbe verificata, ai sensi dell’art. 168 L.F., una cristallizzazione delle posizioni creditorie dei creditori concorsuali, con divieto di avviare iniziative volte a soddisfare le proprie pretese e senza le deroghe previste dall’art. 51 L.F. in caso di fallimento. Chiedeva pertanto la restituzione di tutti gli accrediti avvenuti sul conto corrente intestato alla D.M. S.r.l. successivamente alla data di pubblicazione della domanda di concordato preventivo, pari ad Euro __.

Si costituiva in giudizio la C., eccependo preliminarmente il difetto di legittimazione attiva della liquidatrice giudiziale.

Nel merito eccepiva l’infondatezza dell’azione avversaria, essendo stato pattuito tra le parti un mandato all’incasso in rem propriam, con conseguente operatività della compensazione, non avendo la società richiesto lo scioglimento dal contratto ai sensi dell’art. 169 bis L.F.

A seguito dello scambio delle memorie ex art. 183 co. 6 c.p.c., ritenuta la causa matura per la decisione senza necessità di assumere mezzi di prova, essa veniva trattenuta in decisione.

  1. Preliminarmente, va affrontata l’eccezione di difetto di legittimazione attiva in capo al liquidatore giudiziale della società D. S.r.l. in concordato preventivo.

L’eccezione è infondata e va disattesa.

Giova a tale proposito richiamare la fondamentale distinzione tra i concetti di legitimatio ad causam e legitimatio ad processum. Con il primo termine si intende la legittimazione ad agire, ossia l’affermazione che la parte processuale fa della titolarità del diritto fatto valere in giudizio (art. 81 c.p.c.), mentre la legitimatio ad processum va riferita alla capacità delle parti a stare in giudizio, in proprio o con la debita rappresentanza, assistenza o autorizzazione (art. 75 c.p.c.).

Parte processuale del presente giudizio è unicamente la società D. S.r.l. in concordato preventivo, poiché è detta società che fa valere in giudizio il proprio diritto alla restituzione delle somme che assume essere state indebitamente incamerate dall’istituto di credito convenuto.

La liquidatrice giudiziale non è parte del presente giudizio, non avendo avanzato autonome domande o pretese, ma essendosi limitata a rappresentare in giudizio la società attrice unitamente al rappresentante legale della stessa.

L’eventuale insussistenza del potere di rappresentanza della società attrice in capo al liquidatore giudiziale, risolvendosi in un mero difetto di rappresentanza della parte processuale ai sensi dell’art. 182 co. 2 c.p.c., è rilevabile d’ufficio dal giudice con assegnazione di termine per la sanatoria dello stesso.

Ciò premesso, va rilevato che la società attrice è validamente rappresentata in giudizio anche dal suo legale rappresentante, che per l’azione fatta valere nel presente giudizio conserva la capacità processuale, di talché la questione non assume rilevanza.

  1. La domanda di parte attrice è fondata e merita accoglimento.

È pacifico che tra le parti sia intercorso un rapporto di conto corrente n. (…) (cfr. “contratto conto business” sub doc. 3 della convenuta) con relative aperture di credito, come risulta dal contratto di affidamento per elasticità di cassa (doc. 4), per affidamento portafogli (doc. 5) e per castelletto finanziamento importo in Euro e/o valuta (doc. 6) e che tale rapporto non sia stato sciolto secondo quanto previsto dall’art. 169bis L.F.

Altresì incontestata tra le parti è la circostanza che la società attrice sia stata ammessa alla procedura di concordato preventivo con cessione dei beni ex art. 160 comma 1 L.F. e che la domanda di ammissione a tale procedura sia stata pubblicata presso il Registro delle Imprese di Belluno in data __ (doc. 2 dell’attrice).

Orbene, parte attrice sostiene che successivamente alla pubblicazione presso il Registro delle Imprese della domanda di ammissione a concordato preventivo, l’istituto di credito convenuto abbia incamerato sul conto corrente intestato all’attrice una serie di pagamenti da parte di terzi debitori per Euro __ (doc. 4 attoreo), di cui chiede in questa sede la restituzione.

Dal canto suo, la convenuta afferma di avere legittimato portato in compensazione tali importi con le somme da essa già anticipate all’attrice sulla base del contratto di affidamento per anticipi di portafoglio, non essendo avvenuto alcuno scioglimento dal contratto ex art. 169 bis L.F.

Occorre innanzitutto rammentare la fondamentale distinzione, nell’ambito dei contratti di finanziamento per anticipi sul portafoglio commerciale, tra anticipazione con cessione del credito notificata al debitore e linee di credito autoliquidanti.

Queste ultime si caratterizzano per l’anticipo effettuato dalla banca, entro un determinato plafond, di crediti commerciali a fronte della presentazione di idonea documentazione da parte del soggetto richiedente, con rimborso dell’anticipazione in un secondo momento attraverso l’incasso diretto dalla banca. Tale fattispecie si distingue nettamente dalla cessione di credito, la quale in virtù dei suoi effetti traslativi non viene intaccata dalla disciplina di cui all’art. 169 bis L.F.

Tra le linee di credito autoliquidanti si distinguono poi le linee di credito con semplice mandato all’incasso (c.d. mandato in rem propriam) e le linee di credito con annesso patto di compensazione.

Nel caso di specie è pacifica la sussistenza di un negozio di finanziamento complesso, rappresentato dall’anticipazione di denaro con mandato in rem propriam conferito alla banca per incassare i crediti dai terzi, come affermato dallo stesso istituto di credito convenuto (cfr. comparsa di costituzione, pag. 6: “Nei rapporti per cui è causa, inoltre, la società in concordato attribuiva all’odierna comparente mandato all’incasso in rem propriam”).

La convenuta non ha neppure contestato gli accrediti intervenuti, dopo la pubblicazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, sul conto corrente intestato all’attrice, come da questa elencati nel proprio atto introduttivo, né il quantum degli stessi (cfr. docc. 5, 6 e 6 bis dell’attrice e doc. 8 della convenuta), limitandosi ad affermare di aver legittimamente operato la compensazione con le somme ad essa già anticipate in forza di un mandato all’incasso in rem propriam conferitole dall’attrice.

Occorre tuttavia rimarcare la sostanziale differenza tra mandato all’incasso in rem propriam e mandato all’incasso in rem propriam con annesso patto di compensazione.

Come insegnato dalla Suprema Corte, da un lato vi è il caso del conferimento alla banca di un semplice mandato all’incasso in rem propriam, in presenza del quale la pendenza del rapporto obbliga la banca mandataria a darvi esecuzione con la riscossione dei crediti affidati, salvo rimetterne le relative somme al mandante in procedura senza poter operare la compensazione, ai sensi del combinato disposto degli artt. 169 e 56 L.F., per soggezione al principio della concorsualità e anche in applicazione del principio posto dall’art. 168 L.F. Dall’altro lato vi è la diversa ipotesi in cui il rapporto sia invece assistito da una clausola attributiva del diritto di incamerare le somme riscosse in favore della banca (c.d. patto di compensazione), che legittima la banca a compensare il debito di restituzione al cliente delle somme riscosse con il proprio credito verso lo stesso, conseguente ad operazioni regolate nel medesimo conto corrente.

Laddove il rapporto in essere tra le parti prosegua nel corso della procedura, esso prosegue infatti nella sua interezza, comprensiva di tutte le clausole pattizie che lo regolano, e quindi, in ipotesi, anche della clausola attributiva del diritto in capo alla banca di incamerare le somme riscosse per conto del correntista, operando la compensazione.

Occorre pertanto verificare se al mandato all’incasso conferito alla banca si accompagni anche un c.d. patto di annotazione ed elisione nel conto delle partite di segno opposto, e quindi se la banca abbia il diritto di incamerare le somme riscosse e di porle a compensazione del proprio credito derivante dallo smobilizzo.

Nel caso in esame né dalle allegazioni della convenuta, né dall’esame della documentazione in atti (cfr. documentazione bancaria sub docc. 3 e 5 della convenuta) emerge che sia mai stato validamente concluso dalle parti un patto di compensazione in tal senso.

Dalla lettura del contratto di apertura di credito per affidamento portafoglio clienti (doc. 5 di parte convenuta) non risulta alcuna pattuizione che consenta di operare la compensazione tra le somme anticipate dall’istituto di credito e quelle accreditate sul conto corrente per effetto del pagamento eseguito da terzi debitori della correntista. La clausola riportata all’art. 11 non può essere letta nel senso di attribuire siffatta facoltà alla banca, poiché essa, limitandosi a riportare il contenuto della norma codicistica di cui all’art. 1853 c.c., si riferisce all’ipotesi della compensazione tra più rapporti esistenti tra le parti, presupponendo la sussistenza di più conti correnti in essere tra le medesime parti.

Nell’ipotesi di mero mandato all’incasso in rem propriam, quale è quello oggetto del caso di specie, non sono quindi compensabili i crediti vantati dalla banca mandataria all’incasso verso il debitore concordatario con le somme riscosse dopo il deposito della domanda di concordato (cfr. mutatis mutandis Cass. 19.02.2016 n. 3336: “In tema di anticipazione su ricevute bancarie regolata in conto corrente, qualora le operazioni siano compiute anteriormente all’ammissione del correntista alla procedura di amministrazione controllata, occorre accertare, nel caso in cui il fallimento (successivamente dichiarato) del medesimo agisca per la restituzione dell’importo delle ricevute incassate dalla banca, se la convenzione relativa a quella anticipazione contenga una clausola attributiva del diritto di incamerare le somme riscosse in favore della banca stessa (cd. patto di compensazione o di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto), atteso che solo in tale ipotesi quest’ultima ha diritto a compensare il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse con il proprio credito in dipendenza di operazioni regolate nel medesimo conto corrente senza che rilevi l’anteriorità del credito e la posteriorità del debito rispetto all’ammissione alla procedura concorsuale, non operando, in tale evenienza, il principio della cristallizzazione dei crediti”).

Da ciò consegue che le somme accreditate sul conto corrente intestato all’attrice in epoca successiva alla pubblicazione della domanda di ammissione al concordato preventivo sul Registro delle Imprese di Belluno in data __ vanno restituite all’attrice.

Come detto, né gli accrediti eseguiti sul conto corrente intestato all’attrice in epoca successiva alla pubblicazione della domanda di ammissione al concordato preventivo sul Registro delle Imprese di Belluno, né l’ammontare degli stessi è stato oggetto di contestazione da parte della convenuta.

Peraltro, gli importi incamerati dalla convenuta e complessivamente dovuti emergono dal contenuto degli estratti conto dimessi dall’attrice, anch’essi non contestati dalla convenuta (cfr. doc. 4 di parte attrice).

La convenuta C. va dunque condannata alla restituzione della somma complessiva di Euro __. Su tale somma sono dovuti gli interessi legali dal __ (data equitativamente determinata tra il 28.09.2015, giorno del primo accredito, ed il 02.02.2016, giorno dell’ultimo accredito effettuato). Dal __, data di notifica dell’atto di citazione introduttivo del presente giudizio, sono dovuti gli interessi di cui all’art. 1284 co. 4 c.c.

Nelle conclusioni, l’attrice ha chiesto, oltre alla liquidazione degli interessi, anche di spese e rivalutazione. Esclusa la liquidazione di spese non indicate né documentate, va altresì esclusa la rivalutazione monetaria sulle somme riconosciute, trattandosi di debito di valuta e non di valore e non avendo parte attrice allegato un danno ulteriore rispetto al danno da ritardo già coperto dagli interessi (v. art. 1224 co. 2 c.c.).

  1. Le spese di lite seguono la soccombenza secondo quanto previsto dall’art. 91 c.p.c.

Parte convenuta C. S.p.A. va dunque condannata alla rifusione, in favore di parte attrice, delle spese di lite del presente giudizio, da quantificarsi in base ai parametri previsti dal D.M. n. 55 del 2014 (tab. n. 2 – scaglione di valore da Euro 52.001,00 a Euro 260.000,00), con applicazione dei valori medi per la fase di studio, introduttiva e decisionale e del valore minimo per la fase istruttoria, limitata al deposito delle memorie ex art. 183 co. 6 c.p.c.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1) condanna parte convenuta C. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, a restituire a parte attrice D. S.r.l. in concordato preventivo, la somma di Euro __, oltre interessi legali ex art. 1284 co. 1 c.c. dal __ ed interessi ex art. 1284 co. 4 c.c. dal __ al saldo;

2) condanna parte convenuta C. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, a rimborsare a parte attrice D. S.r.l. in concordato preventivo le spese di lite, che si liquidano nel seguente modo: Euro __ per compenso di avvocato, Euro __ per anticipazioni, oltre rimborso spese forfettarie in misura del 15%, oltre IVA e CPA sulle poste soggette come per legge, ed oltre spese successive necessarie.

Così deciso in Bolzano, il 7 novembre 2019.

Depositata in Cancelleria il 8 novembre 2019.

 

Tribunale_Bolzano_Sez_I_Sent_08_11_2019




L’omologazione del concordato preventivo

L’omologazione del concordato preventivo

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 30201 del 20/11/2019

Con sentenza del 20 novembre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di concordato preventivo, ha stabilito che al provvedimento emesso, ai sensi dell’art. 183, comma 1, legge fallimentare (R.D. n. 267 del 1942), dalla Corte d’appello decidendo sul reclamo avverso il decreto di omologazione si applica la disciplina prevista dall’art. 18, comma 14, della citata legge, di modo che lo stesso è ricorribile per cassazione entro il termine di trenta giorni decorrenti dalla notificazione a cura della cancelleria; infatti il permanere anche rispetto all’impugnazione per cassazione delle ragioni giustificative della necessità di individuare una coincidente disciplina regolante il reclamo avverso il decreto con il quale il Tribunale abbia provveduto sull’omologazione, accordandola o negandola, fa sì che la portata del rinvio compiuta dall’art. 183, comma 2, legge fallimentare al procedimento di reclamo vada intesa come riferita all’intero svolgersi delle fasi di impugnazione previsto dall’art. 18 legge fallimentare e non solo alla porzione del reclamo.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 30201 del 20/11/2019

L’omologazione del concordato preventivo

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso __ proposto da:

P. – ricorrente –

contro

C. S.p.A. – controricorrente –

avverso la sentenza n. __ della CORTE D’APPELLO di NAPOLI depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal cons. Dott. __;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Il Tribunale di Ariano Irpino omologava il concordato preventivo con continuazione dell’attività aziendale proposto da P., titolare di una farmacia in (OMISSIS), respingendo l’opposizione proposta da C. S.p.A., la quale nel corso della procedura era stata provvisoriamente esclusa dal voto ad opera del giudice delegato poiché il suo credito conseguiva a un abusivo finanziamento e ricomprendeva interessi anatocistici e usurari.
  2. La Corte d’appello di Napoli, con sentenza depositata in data __, accoglieva il reclamo presentato da C. S.p.A. e revocava il decreto di omologazione impugnato, rimettendo gli atti al Tribunale di Benevento per i provvedimenti conseguenti.

Riteneva infatti la corte distrettuale che C. S.p.A. non avesse tenuto una condotta illecita nei confronti della P., sicché non era possibile ravvisare una concessione abusiva del credito, di cui comunque la reclamata non era legittimata a dolersi; nel contempo, a parere del collegio del reclamo, i rapporti contrattuali intercorsi fra la P. e C. S.p.A. non potevano essere qualificati come mutui con garanzia reale, con la conseguente esclusione del carattere usurario dei tassi pattuiti nel finanziamento.

  1. Ha proposto ricorso per cassazione avverso questa pronuncia P. al fine di far valere due motivi di impugnazione.

Ha resistito con controricorso C. S.p.A., la quale in via preliminare ha eccepito l’inammissibilità del ricorso avversario per tardività, poiché lo stesso era stato proposto a seguito del completo decorso del termine previsto dalla L.F., art. 131, comma 12.

Il ricorso, inizialmente fissato in sede camerale innanzi a questa stessa sezione, è stato rimesso alla pubblica udienza, apparendo necessario approfondire la questione relativa alla disciplina applicabile al procedimento di reclamo previsto dalla L.F., art. 183, comma 1, e alla conseguente individuazione del termine da tenere a riferimento per proporre ricorso per cassazione.

Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte, ex art. 380 bis.1 c.p.c., sollecitando il rigetto di entrambi i motivi di ricorso.

Parte controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.

A seguito del decesso dell’unico difensore della ricorrente la causa è stata differita onde consentire alla parte, cui il rinvio è stato comunicato personalmente, la nomina di un nuovo difensore.

Motivi della decisione

  1. Occorre rilevare, in limine, la fondatezza dell’eccezione di inammissibilità, per tardività, sollevata dal controricorrente.

1.1 Questa Corte ha affermato in una pluralità di occasioni che il reclamo alla Corte d’appello avverso il decreto con il quale il Tribunale abbia provveduto sull’omologazione (accordandola o negandola) del concordato preventivo, ai sensi della L.F., art. 183 va proposto entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento impugnato, in quanto l’impugnabilità con il reclamo medesimo anche della sentenza dichiarativa di fallimento postula l’applicazione del termine previsto dalla L.F., art. 18 (si vedano in questo senso, inizialmente, Cass. 4304/2012, e in seguito Cass. 21606/2013, Cass. 3463/2017, Cass. 22473/2018 e, seppur in via incidentale, Cass. 24797/2019).

Nell’affermare un simile principio questa Corte (v. Cass. 20892/2019) ha sottolineato che l’irrilevanza della dichiarazione di fallimento ai fini della proponibilità del reclamo avverso il provvedimento di diniego dell’omologa reso dal Tribunale porta a individuare un unico termine per la presentazione dell’impugnazione, onde evitare che i termini per proporre la medesima forma di gravame possano mutare a seconda del contenuto del provvedimento impugnato e della eventualità che, contestualmente al diniego di omologazione, possa o meno essere pronunciata la sentenza di fallimento.

È stato perciò ritenuto che il dato testuale della L.F., art. 183, comma 2, secondo cui “con lo stesso reclamo è impugnabile la sentenza dichiarativa di fallimento, contestualmente emessa a norma dell’art. 180, comma 7”, ispirandosi al generale principio di necessaria convergenza di ogni doglianza concernente la procedura concordataria e la dichiarazione di fallimento, lasci pensare che il legislatore abbia tenuto presente, nel formulare il testo normativo, il reclamo proponibile contro la sentenza dichiarativa di fallimento, ai sensi della L.F., art. 18; ne discende la necessità di individuare il termine unitario per presentare reclamo in quello previsto dalla disposizione appena richiamata, la quale introduce una regola particolare per il procedimento di impugnazione della sentenza dichiarativa di fallimento in deroga alla disciplina dei procedimenti camerali che governa, in linea generale, il procedimento L.F., ex art. 15.

1.2 Gli argomenti già posti a fondamento del principio concernente la fase del reclamo si riverberano anche sulla disciplina del successivo ricorso per cassazione.

In vero, se la circostanza che con lo stesso reclamo, proponibile contro il decreto che pronuncia sull’omologazione del concordato preventivo, possa essere impugnata anche l’eventuale sentenza dichiarativa di fallimento impone, per una lettura costituzionalmente orientata della norma, di reputare applicabile il medesimo termine previsto dalla L.F., art. 18 (Cass. 4304/2012), non si può che constatare come le ragioni giustificative della reductio ad unum riconosciuta come necessaria – vale a dire il fatto che la stessa impugnazione possa investire, oltre che la statuizione che pronuncia sull’omologazione del concordato preventivo, anche l’eventuale sentenza dichiarativa di fallimento – permangono immutate anche rispetto al ricorso per cassazione.

In altri termini questa necessaria comunanza di sorti processuali dell’impugnazione avverso il medesimo provvedimento riguardante l’esito della procedura concordataria, se riconosciuta sussistente, non può che essere predicata rispetto all’intero svolgimento del procedimento di gravame piuttosto che essere riconosciuta limitatamente al solo reclamo, poiché anche nell’ultimo stadio dell’impugnazione occorre evitare che i termini per proporre la medesima forma di gravame possano mutare a seconda del contenuto del provvedimento impugnato e della eventualità che in origine, contestualmente al diniego di omologazione, sia stata o meno pronunciata la sentenza di fallimento.

La portata del rinvio compiuta dalla L.F., art. 183, comma 2, al procedimento di reclamo va allora intesa come riferita all’intero svolgersi delle fasi di impugnazione previsto dalla disposizione richiamata e non solo alla porzione del reclamo, avendo voluto il legislatore prevedere una coincidenza dei gravami successivamente proponibili avverso il decreto con il quale il Tribunale abbia provveduto sull’omologazione, accordandola o negandola, a prescindere dal concreto contenuto dell’impugnazione e dell’inclusione in esso di questioni attinenti al fallimento eventualmente dichiarato. Ciò al fine anche di armonizzare, nella medesima prospettiva di lettura costituzionalmente orientata già richiamata, in termini coincidenti la disciplina del ricorso per cassazione nella complessiva materia concordataria, nel cui ambito risulterebbe irragionevole una dilatazione dei tempi di impugnazione in sede di legittimità rispetto a chi, ancora in bonis, abbia una più accentuata urgenza di dare soluzione alla sua condizione di crisi.

Né è possibile trarre argomenti in contrario da precedenti di questa Corte (Cass. 2706/2009, Cass. 7013/1999, Cass. 753371990) che espressamente indicano in sessanta giorni il termine per ricorrere per cassazione avverso la statuizione con cui la Corte d’appello aveva rigettato le opposizioni alla sentenza o al decreto di omologazione della proposta di concordato preventivo, poiché queste pronunce riguardano fattispecie regolate dalla L.F., art. 183 nel testo vigente prima della riforma introdotta dal D.Lgs. n. 169 del 2007, che espressamente prevedeva la presentazione di un appello – e non di un reclamo – avverso il provvedimento di omologazione del concordato.

Le ragioni sopra illustrate inducono a ritenere che il ricorso per cassazione avverso il provvedimento emesso, ai sensi della L.F., art. 183, comma 1, dalla Corte d’appello all’esito del reclamo proposto rispetto al decreto che abbia provveduto sull’omologazione debba essere presentato nel termine di trenta giorni dalla notificazione compiuta a cura della cancelleria, a mente di quanto previsto dalla L.F., art. 18, commi 12 e 14.

Occorrerà dunque affermare il seguente principio:

in tema di concordato preventivo, al provvedimento emesso, ai sensi della L.F., art. 183, comma 1, dalla Corte d’appello decidendo sul reclamo avverso il decreto di omologazione si applica la disciplina prevista dalla L.F., art. 18, comma 14, di modo che lo stesso è ricorribile per cassazione entro il termine di trenta giorni decorrenti dalla notificazione a cura della cancelleria; infatti il permanere anche rispetto all’impugnazione per cassazione delle ragioni giustificative della necessità di individuare una coincidente disciplina regolante il reclamo avverso il decreto con il quale il Tribunale abbia provveduto sull’omologazione, accordandola o negandola, fa sì che la portata del rinvio compiuta dalla L.F., art. 183, comma 2, al procedimento di reclamo vada intesa come riferita all’intero svolgersi delle fasi di impugnazione previsto dalla L.F., art. 18 e non solo alla porzione del reclamo.

1.3 Nel caso di specie tale “comunicazione/notificazione” della cancelleria è avvenuta in data __, come attesta il documento prodotto sub C dal controricorrente (rimanendo irrilevante, ai fini del decorso dei termini per proporre reclamo, stabilire la natura di notificazione o comunicazione di tale atto, dato che nell’attuale contesto normativo non vi è più ragione per distinguere fra comunicazione e notificazione; Cass. 23575/2017).

Il ricorso per cassazione presentato risulta invece notificato soltanto il __, ben oltre il termine di trenta giorni previsto dalla disciplina che si è riconosciuto presiedere il caso di specie.

L’impugnazione risulta perciò inammissibile, essendo stata proposta oltre i termini prescritti per la sua proposizione.

1.4 Giova rilevare, infine, che la soluzione adottata era insita nei precedenti di questa Corte che già in epoca anteriore alla presentazione del ricorso in esame avevano fatto riferimento alla L.F., art. 18 ai fini dell’individuazione del termine per proporre il reclamo.

Non è quindi possibile ravvisare nel caso di specie un affidamento qualificato della parte in un consolidato indirizzo interpretativo di norme processuali meritevole di tutela con il prospective overruling onde consentire al ricorso, presentato con modalità e in forme ossequiose dell’unico espresso precedente in materia (Cass. 22932/2011) e non condiviso da questo collegio, di produrre ugualmente i suoi effetti.

Il superiore rilievo ha carattere assorbente e rende superfluo l’esame dei motivi di ricorso presentati (peraltro infondati, come rilevato dal P.G. con la propria requisitoria depositata in data __).

L’individuazione da parte di questo collegio del contesto normativo disciplinante la materia trattata in termini dissimili da alcuni precedenti di questa Corte induce a compensare integralmente le spese di lite fra le parti, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Compensa integralmente le spese processuali.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2019

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Fallimento: domanda tardiva di ammissione al passivo

Fallimento: domanda tardiva di ammissione al passivo

Corte di Cassazione Civile, Sezione VI, Sottosezione 1, Ordinanza n. 30760 del 26/11/2019

Con ordinanza del 26 novembre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione VI, Sottosezione 1, in tema di recupero crediti, ha stabilito che nell’ipotesi di domanda tardiva di ammissione al passivo, ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 101 L.F., c.d. super-tardiva o ultra-tardiva, cioè proposta oltre il termine di legge o fissato dal tribunale, la valutazione della sussistenza di una causa non imputabile che giustifichi il ritardo del creditore, implica un accertamento di fatto rimesso alla valutazione del giudice di merito che, se congruamente e logicamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità.


Corte di Cassazione Civile, Sezione VI, Sottosezione 1, Ordinanza n. 30760 del 26/11/2019

Fallimento: domanda tardiva di ammissione al passivo

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso __ proposto da:

B. S.p.A. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. In liquidazione – controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TREVISO, depositato il __;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del __ dal Consigliere Relatore Dott. __.

Svolgimento del processo

  1. B. S.p.A., in nome e per conto di S. S.r.l. (d’ora in avanti, più semplicemente B.), ricorre per cassazione, affidandosi a tre motivi, ulteriormente illustrati da memoria exart. 380-bis c.p.c., avverso il decreto n. __, reso dal Tribunale di Treviso il __, reiettivo della sua opposizione, e art. 98 L.F., contro la mancata ammissione al passivo del Fallimento (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione dei propri crediti di Euro __, in via ipotecaria, ed Euro __ in chirografo, invocati, rispettivamente, in forza di un contratto di mutuo fondiario intercorso con quest’ultima società in bonis e per le spese e competenze della corrispondente procedura esecutiva intrapresa anteriormente al suo fallimento. Resiste, con controricorso, la curatela del menzionato fallimento.

1.1. Per quanto qui ancora di interesse, quel tribunale, sulla premessa che la descritta richiesta di insinuazione era stata depositata il __, oltre il termine previsto dalla L.F., art. 101, comma 1, ritenne che: i) la documentazione prodotta dimostrava che la odierna ricorrente fosse venuta comunque a conoscenza del Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. (risalente al __), tanto desumendosi dalla perizia di stima depositata, il __, nell’ambito di una procedura esecutiva immobiliare allora in corso in danni di quest’ultima ed in cui uno dei creditori procedenti era la B.; dall’inequivocabile tenore della corrispondenza intercorsa tra il legale della B. ed il curatore fallimentare, da cui emergeva che al primo era stata rivolta dal secondo la richiesta di disponibilità della sua assistita a far parte del comitato dei creditori, e che detto legale aveva risposto fornendo le indicazioni circa il funzionario di riferimento della vicenda; dalla medesima richiesta inviata dal curatore al funzionario della B. il __; i) la curatela aveva comunque inviato alla Banca, all’indirizzo PEC risultante dal Registro Ini-pec, l’avviso ex art. 92 L.F., il cui esito di mancata consegna a causa di Mailbox, doveva considerarsi imputabile alla destinataria stessa, che, omettendo di controllare la capienza residua, non aveva fatto uso diligente del proprio account di posta elettronica certificata.

Motivi della decisione

  1. Le formulate censure prospettano:
  2. I) Ex 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione della L.F., art. 92 e art. 101, u.c., per avere il tribunale ritenuto irrilevante l’omesso avviso ex art. 92 L.F., (nella specie perché non recapitato, atteso l’esito negativo del messaggio di consegna della corrispondente PEC visibile da parte del solo mittente) da parte del curatore del fallimento, da considerarsi, invece, integrare causa non imputabile del ritardo della richiesta di insinuazione. Si assume che nell’attuale sistema, in cui la domanda di ammissione al passivo è soggetta a nidi termini di decadenza, la comunicazione prevista dalla L.F., art. 92 non può essere sostituita da notizie asseritamente pervenute in ria informale da un soggetto estraneo rispetto alla B. o comunque da un soggetto che ne era solo dipendente, non potendo essere posto a carico del creditore, tantomeno ai fini della valutazione della sua inerzia, l’onere di informami sul fallimento del proprio debitore (cfr pag. 6 del ricorso); II) Exart. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Nel ribadirsi le argomentazioni di cui al precedente motivo, si assume che il tribunale abbia errato nel valutare le prove, ritenendole idonee ad ottemperare al disposto di cui all’art. 101 L.F. Inoltre il tribunale ha ritenuto, e qui sta l’omesso esame (irta un fatto decisivo per il giudizio. oggetto di discussione tra le parti, che anche soggetti terzi, come può essere un legale esterno a cui si appoggia la B. o un suo dipendente, equivalgano alla conoscenza dell’intervenuto fallimento da parte degli apici della Banca, e che se tale fatto storico, oggetto di discussione nel corso del giudizio, fosse stato oggetto di esame da parte del tribunale, avrebbe portato all’accoglimento del ricorso ex art. 98 (cfr. pag. 10 del ricorso);

III) Ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione degli artt. 92 e 101, u.c., L.F. e del D.L. n. 179 del 2012, art. 16, per avere il tribunale erroneamente affermato che il descritto esito negativo del messaggio di consegna di posta elettronica equivalesse all’effettiva consegna della e-mail PEC, così implicitamente applicando il D.L. n. 179 del 2012, art. 16, comma 4, specificamente dettato per il processo civile telematico così da non poter riguardare comunicazioni che avvengono al di fuori del processo.

  1. Rileva preliminarmente il Collegio che il decreto impugnato si configura come una pronuncia basata su due distinte raliones decidendi, ciascuna di per sé sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere della Banca ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso (Cass. n. 2663 del 2019, in motivazione, Cass. n. 21490 del 2005 e Cass. n. 7838 del 2015. In senso sostanzialmente conforme si vedano anche Cass. n. 2736 del 2013, e, soprattutto, Cass., SU, n. 3840 del 2007, in motivazione).

2.1. Nella specie, le suddette rationes risultano attinte, rispettivamente, dai motivi primo e secondo (la prima di esse), e (la seconda) dal terzo. peraltro, evidente che ove almeno una di tali rationes resista alle censure ad essa mosse, diverrebbe irrilevante lo scrutinio dell’altra, atteso che, alla stregua dei principi giurisprudenziali rinvenibili in Cass. n. 20153 del 2018, Cass. n. 18641 del 2017 e Cass. n. 15350 del 2017 (tutte richiamate nella più recente Cass. n. 29916 del 2018), la stessa non potrebbe comunque produrre l’annullamento del provvedimento impugnato.

  1. In via logicamente prioritaria, va esaminato il terzo motivo, da ritenersi, peraltro, fondato (indipendentemente dall’inesatto richiamo alle disposizioni violate, di per sé non costituente circostanza impeditiva dell’esame del motivo ove ne risulti comunque chiaro il contenuto. Cfr. Cass. n. 12690 del 2018).

3.1. Invero, il D.L. n. 179 del 2012, art. 17, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 221 del 2012, ha introdotto la L.F., art. 31-bis, rubricato Comunicazioni del curatore, a tenore del quale: 1. Le comunicazioni ai creditori e ai titolari di diritti sui beni che la legge o il giudice delegato pone a carico del curatore sono effettuate all’indirizzo di posta elettronica certificata da loro indicato nei casi previsti dalla legge. 2. Quando è omessa l’indicazione di cui al comma precedente, nonché nei casi di mancata consegna del messaggio di posta elettronica certificata per cause imputabili al destinatario, tutte le comunicazioni sono eseguite esclusivamente mediante deposito in cancelleria. 3. In pendenza della procedura e per il periodo di due anni dalla chiusura della stessa, il curatore è tenuto a conservare i messaggi di posta elettronica certificata inviati e ricevuti.

3.2. Orbene, è pacifico tra le parti che l’avviso ex art. 92 L.F. inviato dal curatore del Fallimento (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione alla Banca, all’indirizzo PEC risultante dal Registro Ini-pec, era risultato non consegnato per “Mailbox fult”: conseguentemente, una volta ritenuto, dal tribunale trevigiano, che un siffatto esito negativo fosse imputabile al destinatario dell’avviso stesso, il quale non aveva fatto uso diligente del proprio account di posta elettronica certificata omettendo di controllarne la capienza residua, si sarebbe dovuto accertare, alla stregua della L.F. art. 31-bis, comma 2, l’avvenuta effettuazione, o meno, del medesimo avviso presso la cancelleria del tribunale fallimentare. Una siffatta circostanza, però, nemmeno è stata allegata dalla curatela, sicché, da un lato, deve affermarsi che, nella specie, l’esito negativo suddetto, benché ritenuto imputabile al destinatario dell’avviso, deve ritenersi equivalente ad un’omissione dell’avviso ex art. 92 L.F. non avendo il curatore fallimentare allegato (ancor prima che documentato) di aver provveduto al suo deposito in cancelleria come impostogli, per una ipotesi siffatta, dalla L.F., art. 31-bis, comma 2; dall’altro, deve trovare applicazione il principio, già ripetutamente affermato da questa Corte, per cui il mancato avviso al creditore da parte del curatore del fallimento, previsto dall’art. 92 L.F., integra sì la causa non imputabile del ritardo da parte del creditore, ma il curatore ha facoltà di provare, ai fini dell’inammissibilità della domanda, che il creditore abbia avuto notizia del fallimento, indipendentemente dalla ricezione dell’avviso predetto (cfr. Cass. n. 10121 del 2019; Cass. n. 16103 del 2018; Cass. n. 23302 del 2015; Cass. n. 4310 del 2012).

  1. Ne deriva, dunque, che la fondatezza della doglianza in esame, lungi dal determinare l’accoglimento del ricorso, impone l’esame dei suoi primi due motivi, che può essere effettuato unitariamente in ragione della loro evidente connessione, e che, come si è anticipato, investono l’ulteriore, autonoma ratio decidendi posta dal tribunale veneto a fondamento della propria decisione: vale a dire che la curatela odierna controricorrente aveva fornito adeguata dimostrazione che Banca fosse venuta comunque a conoscenza dell’esistenza del dichiarato Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione. Lo scrutinio di tali censure rivela la loro complessiva insuscettibilità di accoglimento.

4.1. In proposito, giova immediatamente rimarcare che la reiterata insistenza della Banca – anche nella memoria ex art. 380-bis c.p.c. – in ordine all’assunto che la mancata comunicazione dell’avviso ex art. 92 L.F. avrebbe dovuto comportare, sic et simpliciter; la non imputabilità ad essa del ritardo con cui aveva proposto la propria domanda di ammissione al passivo, posto che la comunicazione prevista dall’art. 92 L.F. là non può essere sostituita da notizie asseritamente pervenute in via informale da un soggetto estraneo rispetto alla Banca o comunque da un soggetto che ne era solo dipendente, non potendo essere posto a carico del creditore, tantomeno ai fini della valutazione della sua inezia, l’onere di informarsi sul fallimento del proprio debitore” (cfr. pag. 6 del ricorso), oblitera totalmente il diverso, costante orientamento giurisprudenziale richiamata al precedente p. 4.2, né si confronta con esso.

4.2. Fermo quanto precede, il tribunale trevigiano ha ritenuto che la curatela aveva fornito adeguata dimostrazione che la B. fosse venuta comunque a conoscenza del Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. (risalente al __), tanto desumendolo dalla documentazione rinvenuta in atti, già specificamente descritta al precedente p. 1.1., da intendersi qui richiamato.

4.3. Posto, allora, che nell’ipotesi di domanda tardiva di ammissione al passivo ai sensi della L.F. art. 101, u.c. (cd. supertardiva o ultratardiva, cioè proposta – come nel caso – oltre il termine, di legge o fissato dal tribunale, di cui al comma 1 della medesima norma, computato rispetto al deposito del decreto di esecutività dello stato passivo e pacificamente superato anche nella fattispecie de qua), la valutazione della sussistenza di una causa non imputabile, la quale giustifichi il ritardo del creditore, implica un accertamento di fatto, rimesso alla valutazione del giudice di merito, che, se congruamente e logicamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità (cfr. Cass. n. 10121 del 2019; Cass. n. 16103 del 2018; Cass. n. 19017 del 2017; Cass. n. 23302 del 2015; Cass. n. 20686 del 2013), ritiene il Collegio che la riportata conclusione del menzionato tribunale sia immune dalle censure ad essa ascritte.

4.3.1. Invero, non è ragionevolmente dubitabile che il legale della B. (Avv. __, lo stesso costituito anche in questa sede nel suo interesse) abbia avuto conoscenza del Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione o dal __, cioè da quando aveva ricevuto la richiesta della curatela volta ad ottenere la disponibilità della sua assistita di far parte del comitato dei creditori (analoga richiesta era poi stata inviata dalla curatela anche a colui il quale gli era stato indicato dal medesimo legale come funzionario della B. di riferimento per tale vicenda), o, in ogni caso, dal __, data della perizia di stima depositata nell’ambito di una procedura esecutiva immobiliare allora in corso in danni della società poi fallita ed in cui uno dei creditori procedenti era proprio la B.

4.3.2. Costituisce, poi, principio di carattere generale quello per cui quanto avviene in udienza deve considerarsi noto alle parti (attraverso la mediazione del difensore), che, per quanto qui interessa, sono, nel processo di esecuzione, il creditore (nella specie, giova ricordarlo, anche la B. odierna ricorrente) ed il debitore, ricordandosi, altresì, che, ai sensi dell’art. 40 del Codice Deontologico Forense approvato il 17 aprile 1997 e vigente fino al __ (qui utilizzabile, dunque, ratione lemporis, almeno in relazione al momento in cui il legale della Banca aveva ricevuto la richiesta della curatela di sondare la disponibilità della propria assistita a far parte del costituendo comitato dei creditori), l’avvocato è tenuto ad informare il proprio assistito sullo svolgimento del mandato affidatogli quando lo reputi opportuno (ed ogni qualvolta l’assistito ne faccia richiesta); deve comunicare alla parte assistita la necessità del compimento di determinati atti al fine di evitare prescrizioni, decadenze o altri effetti pregiudizievoli relativamente agli incarichi in corso di trattazione; deve riferire al proprio assistito il contenuto di quanto appreso nell’esercizio del mandato se utile all’interesse di questi. Disposizioni affatto analoghe, peraltro, sono contenute nell’art. 27, commi 7 ed 8, del medesimo Codice approvato il 31 gennaio 2014, entrato in vigore il 16 dicembre 2014 e rimasto vigente fino al 1° luglio 2016, applicabile, pertanto, in relazione al momento (giugno 2015) in cui il legale della B. assisteva quest’ultima nel corso della citata procedura esecutiva.

4.3.3. La B. odierna ricorrente, dunque, certamente doveva considerarsi a conoscenza, quanto meno dalle date predette (novembre __ o, al più tardi, giugno __), della sopravvenuta dichiarazione di Fallimento della (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione (risalente al __). Da ciò consegue la inammissibilità della domanda L.F., ex art. 101, comma 4, proposta dalla prima solo il __ (cfr. pag. 2 del decreto impugnato), pacificamente oltre il termine, di legge o fissato dal tribunale, di cui al comma 1 della medesima norma, computato rispetto al deposito del decreto di esecutività dello stato passivo del fallimento predetto.

  1. Il ricorso va, pertanto, respinto, restando le spese di questo giudizio di legittimità regolate dal principio di soccombenza, dandosi atto, altresì, ai sensi del D.P.R. n. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, – giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 23535 del 2019 – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna B. S.p.A., nella indicata qualità, al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in __ euro per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in __ euro, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della medesima ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 8 ottobre 2019.

Depositato in cancelleria il 26 novembre 2019

 

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Il procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento

Il procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 30202 del 20/11/2019

Con sentenza del 20 novembre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che la decisione assunta dalla Corte d’appello ai sensi dell’art. 22, comma 4, L.F. (R.D. n. 267 del 1942) non ha carattere decisorio, né definitivo e non è, quindi, impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., dato che l’incidenza sui diritti delle parti non deriva direttamente dal decreto di accoglimento del reclamo, qualsiasi natura abbiano assunto le questioni sollevate in quella sede, ma dalla successiva sentenza dichiarativa di fallimento, autonomamente impugnabile ex art. 18 L.F., di cui il provvedimento della Corte distrettuale costituisce un momento del relativo complesso procedimento. Eventuali vizi in procedendo attinenti al procedimento di reclamo ex art. 22, comma 4, L.F., pertanto, potranno essere fatti valere nel procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 30202 del 20/11/2019

Il procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. __ proposto da:

I. S.r.l. – ricorrente –

contro

Curatela Del Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal Cons. Dott. __;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;

udito l’Avvocato __ per la ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento.

Svolgimento del processo

  1. Il Tribunale di Chieti respingeva l’istanza proposta dalla curatela del fallimento (OMISSIS) s.r.l. volta a sentir dichiarare il fallimento di I. S.r.l.
  2. La Corte d’appello dell’Aquila, con decreto in data __, riteneva che il reclamo della curatela istante fosse stato regolarmente e tempestivamente proposto, anche se soltanto in forma cartacea, e rigettava così l’eccezione di inammissibilità del gravame presentata in via preliminare da I. S.r.l.

Nel merito la corte territoriale riteneva convincenti i dati indicati dal creditore reclamante ai fini dell’individuazione di uno stato di insolvenza in capo alla società debitrice, accoglieva di conseguenza il reclamo proposto dalla curatela del fallimento (OMISSIS) S.r.l. e rimetteva gli atti al primo giudice per gli incombenti previsti dalla L.F., art. 22, comma 4.

  1. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso ex art. 111 Cost., comma 7, I. S.r.l., affidandosi a un unico motivo di ricorso.

L’intimato fallimento (OMISSIS) s.r.l. non ha svolto alcuna difesa.

La sesta sezione di questa Corte, originariamente investita della decisione della controversia, con ordinanza interlocutoria del __ ha ritenuto insussistenti i presupposti per la trattazione del ricorso in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., apparendo necessario approfondire la questione relativa all’immediata ricorribilità per cassazione della decisione assunta dalla Corte d’appello L.F., ex art. 22, comma 4, rispetto a problematiche di contenuto meramente preliminare al merito e attinenti a presunti vizi di inammissibilità/improcedibilità del reclamo, onde stabilire se in questi casi il debitore possa denunciare il vizio procedurale che non consentiva la pronuncia pregiudicante prima della sua dichiarazione di fallimento.

A tal fine la causa è stata rimessa alla pubblica udienza di questa sezione.

Motivi della decisione

  1. Occorre preliminarmente rilevare l’inammissibilità del ricorso presentato.

4.1 Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte formatasi prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, il decreto di rinvio previsto dalla L.F., art. 22, comma 3, nel testo all’epoca in vigore, costituiva un provvedimento interlocutorio e non definitivo, in quanto l’incidenza sui diritti delle parti non derivava direttamente ed unicamente da esso, ma soltanto dalla sentenza dichiarativa di fallimento del Tribunale (Cass. 8924/1994).

Il decreto in questione assolveva quindi una funzione meramente processuale propedeutica alla sentenza che dichiara il fallimento, dato che la decisione assunta dal collegio del reclamo confluiva e veniva assorbita nella sentenza del Tribunale (Cass. 6261/1994).

Dalla constatazione di una simile natura si faceva discendere che i decreti pronunciati dalla Corte d’appello a norma della L.F., art. 22, comma 3, non erano assoggettabili a ricorso per Cassazione, neppure ai sensi dell’art. 111 Cost., trattandosi di provvedimenti ad effetti meramente processuali, destinati per legge a lasciare del tutto impregiudicati i diritti delle parti sul piano del diritto sostanziale ed insuscettibili di passaggio in giudicato (Cass. 1502/1968, Cass. 426/1965 e Cass. 1912/1963).

Di talché in caso di accoglimento del reclamo con remissione degli atti al primo giudice per la dichiarazione di fallimento i vizi in procedendo attinenti al procedimento di detto reclamo potevano essere fatti valere nel giudizio di opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento (Cass. 8008/1990, Cass. 1985/1984, Cass. 2443/1980).

4.2 Un simile orientamento è stato condiviso anche dalla giurisprudenza successiva all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 5 del 2006, la quale ha ribadito che il provvedimento con cui la Corte d’appello, ai sensi della L.F., art. 22, comma 4, accoglie il reclamo avverso il decreto di rigetto dell’istanza di fallimento, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale per la dichiarazione di fallimento, non è impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, difettando i requisiti, pur sempre necessari, della definitività e della decisorietà, in quanto l’incidenza sui diritti soggettivi delle parti coinvolte deriva dalla successiva dichiarazione di fallimento, di cui il provvedimento della Corte d’appello costituisce un momento del relativo complesso procedimento (Cass. 19096/2007, Cass. 21193/2006).

4.3 Questi principi sono certamente da ribadire rispetto a qualsiasi statuizione, procedurale o di merito, posta dalla Corte d’appello a fondamento della propria decisione di accoglimento del reclamo L.F., ex art. 22, comma 4, statuizione che in ogni caso manca dei profili di decisività e definitività necessari per la proponibilità del ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7.

Siffatto rimedio è infatti esperibile avverso i provvedimenti che presentino i requisiti della decisorietà e della definitività, intendendosi per decisorietà l’attitudine del provvedimento a incidere su diritti soggettivi con la particolare efficacia del giudicato quale effetto tipico della giurisdizione contenziosa (Cfr. Cass., Sez. U., 27073/2016) e per definitività l’insuscettibilità di quella decisione di essere revocata, modificata o riformata dal medesimo giudice che l’ha emessa o da altro giudice chiamato a provvedere in grado successivo (Cass. 13287/2006).

La decisione assunta dalla corte territoriale ai sensi della L.F., art. 22, comma 4, tuttavia non ha carattere decisorio (perché non incide direttamente su diritti soggettivi ma permette che gli stessi possano essere in seguito incisi, salvo che si accerti l’intervenuto venir meno dei presupposti necessari) e neppure definitivo (non potendo essere intesa come provvedimento che riconosce la sussistenza di un diritto al fallimento del proprio debitore, di per sé non configurabile astrattamente; Cass. 19446/2011).

E questa mancanza di decisività e definitività investe ogni questione agitata in sede di reclamo, sia essa di carattere processuale o sostanziale, dato che il tipo di vizio denunciato non influisce mai sull’impugnabilità di un provvedimento.

Ne discende che l’incidenza sui diritti delle parti non deriva direttamente dal decreto di accoglimento del reclamo, qualsiasi natura abbiano assunto le questioni sollevate avanti alla Corte d’appello, ma dalla successiva sentenza dichiarativa di fallimento, autonomamente impugnabile L.F., ex art. 18, di cui il provvedimento della Corte d’appello costituisce un momento del relativo, complesso, procedimento.

Eventuali vizi in procedendo attinenti al procedimento di reclamo L.F., ex art. 22, comma 4, refluiranno quindi nel procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento.

Sul punto andrà dunque ribadito il seguente principio:

la decisione assunta dalla Corte d’appello ai sensi della L.F., art. 22, comma 4, non ha carattere decisorio né definitivo e non è quindi impugnabile con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., dato che l’incidenza sui diritti delle parti non deriva direttamente dal decreto di accoglimento del reclamo, qualsiasi natura abbiano assunto le questioni sollevate in quella sede, ma dalla successiva sentenza dichiarativa di fallimento, autonomamente impugnabile L.F., ex art. 18, di cui il provvedimento della corte distrettuale costituisce un momento del relativo complesso procedimento; eventuali vizi in procedendo attinenti al procedimento di reclamo L.F., ex art. 22, comma 4, potranno quindi essere fatti valere nel procedimento di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento.

  1. I superiori argomenti hanno carattere assorbente e rendono superfluo l’esame del motivo presentato dal ricorrente.
  2. In forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

La mancata costituzione in questa sede del creditore istante esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 20 novembre 2019

 

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La notifica del ricorso per il fallimento può essere effettuata nei confronti del liquidatore

La notifica del ricorso per il fallimento può essere effettuata nei confronti del liquidatore

Corte di Cassazione Civile, Sezione V, Sentenza n. 27793 del 30/10/2019

Con sentenza del 10 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che poiché il fallimento può essere dichiarato entro un anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese, ai sensi dell’art. 10 della L.F., la notifica del ricorso per il fallimento può essere effettuata nei confronti del liquidatore, anche in via telematica, allo stesso indirizzo di posta elettronica dalla società in precedenza comunicato al registro delle imprese, per la fictio iuris della persistenza della società ancora prima del decorso dell’anno.


Corte di Cassazione Civile, Sezione V, Sentenza n. 27793 del 30/10/2019

La notifica del ricorso per il fallimento può essere effettuata nei confronti del liquidatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. __ R.G. proposto da:

Q. e G., in proprio e quali destinatari (materiali) degli atti intestati alle società: F. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS); G. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS); M. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS); C. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS); P. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS); C. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS), nonché per M. e C., in proprio e quali destinatari (materiali) degli atti intestati alla E. s.s., cessata ed estinta in data (OMISSIS) – ricorrenti –

contro

A. – controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, n. __ depositata il __.

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del __ dal Consigliere __;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. __, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’improponibilità della sentenza;

udito l’Avv. __, per delega dell’Avv. __ e l’Avv. __ per l’Avvocatura Generale dello Stato.

Svolgimento del processo

  1. A., nel corso di una attività di verifica compiuta nei confronti della A. S.p.A., segnalava che nel corso del __ G. s.s., totalmente partecipata dalla A. S.p.A., aveva costituito n. 16 società semplici: A. s.s., A. s.s., A. s.s., C. s.s., C. s.s., E. s.s., D. s.s., D. s.s., D. s.s., D. c.c., E. s.s., E. s.s., F. s.s., F. s.s., G. s.s. e M. s.s., ciascuna dotata del capitale di Euro __. Tali società avevano a loro volta costituito e capitalizzato altre società semplici. Si trattava di una articolata strategia posta in essere dal gruppo M., con cui, attraverso apparenti versamenti a fondo perduto in favore delle controllate da parte delle controllanti, anch’esse società semplici, e con la cessione delle relative partecipazioni ad altre società del gruppo, venivano create minusvalenze, destinate a compensare plusvalenze della stessa natura, al solo fine di eludere la normativa fiscale. L’Agenzia delle entrate, quindi, annullava le dichiarazioni dei redditi di tali società per l’anno __ e rigettava le richieste di condono per lo stesso anno presentate ai sensi della L. n. 289 del 2002, art. 9, da tali società, ritenendole inesistenti in tale anno, avendo esse chiesto la partita iva solo nel 2003, come pure l’iscrizione nel registro delle imprese, e non essendovi prima di detta data documenti di data certa attestanti tale attività.
  2. Le società proponevano ricorso, evidenziando, in rito, che erano state cancellate nel periodo __, sicché gli atti, notificati il __, dovevano essere intestati ai soci (non alle società, né ai legali rappresentanti delle stesse) e, nel merito, che le stesse avevano operato anche nell’anno __, avendo chiesto nel __, sia la registrazione dell’atto costitutivo relativo al __, sia l’iscrizione nel registro delle imprese nel __ ma a decorrere dal __.
  3. La Commissione tributaria regionale della Lombardia, rigettava l’appello proposto dalle contribuenti, avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano, che aveva rigettato il ricorso delle società, evidenziando che gli avvisi erano stati correttamente notificati al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi dell’anno __ e che la documentazione fornita dalle società per dimostrare la loro esistenza nel __ era priva di data certa ai sensi dell’art. 2704 c.c. Solo nel __ le stesse avevano chiesto ed ottenuto l’attribuzione del codice fiscale e l’iscrizione nel registro delle imprese. Non vi era prova della concreta attività svolta, in base all’oggetto sociale, né della effettiva sussistenza delle movimentazioni finanziarie, mentre le scritture dei soggetti terzi non avevano valore in quanto anch’essi situati all’interno del meccanismo fraudolento.
  4. Avverso tale sentenza propongono ricorso per cassazione i contribuenti, depositando anche memoria scritta ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
  5. Resiste con controricorso l’Agenzia delle entrate.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono “Violazione e falsa applicazione degli artt. 2312 e 2495 c.c., del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 65, artt. 110 e 145 c.p.c., (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, in quanto è pacifico che le società sono state cancellate nel periodo __, mentre gli atti sono stati loro notificati in data __, quando le stesse erano ormai estinte, sicché la notifica doveva essere effettuata ai soci, ed in particolare agli ultimi soci, ossia quelli che ricoprivano tale carica al momento della estinzione, e successivamente, quindi, alla data della notifica in data __.

Al contrario, l’Agenzia ha intestato gli atti (il rigetto dell’istanza di definizione automatica ai sensi della L. N. 289 del 2002, art. 9, e l’annullamento della dichiarazione dei redditi presentata per l’anno 2002) alle società già cancellate, provvedendo alle notifiche al legale rappresentante Q. ed al firmatario della dichiarazione di condono G.

La Commissione tributaria regionale, invece, non considerando la effettività titolarità delle quote al momento della estinzione, ha ritenuto erroneamente che “gli avvisi sono stati notificati al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi anno __”, considerando soci d’opera quelli indicati al momento della costituzione delle società semplici nel novembre __ (come da prospetto allegato a pagine 11 e 12 del ricorso per cassazione). I soggetti destinatari delle notifiche nel dicembre __ non erano più, quindi soci delle società semplici, sulla base dei vari atti di modificazione degli atti costitutivi. Tali notifiche, quindi, sono inesistenti.

  1. Con il secondo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono “contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo e controverso per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”, in quanto il giudice di appello, mentre nella parte relativa allo svolgimento dei fatti ha affermato che l’ufficio aveva notificato i provvedimenti alle società ed ai suoi rappresentanti, poi in motivazione ha ritenuto che nel caso di specie gli avvisi sono stati notificati al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi anno __, quindi non più alla società, ma al socio d’opera.
  2. Con il terzo motivo di impugnazione i ricorrenti si dolgono della “omessa motivazione circa un fatto decisivo e controverso per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”, in quanto il giudice di appello ha affermato che i provvedimenti sono stato notificati al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi anno __, ma ha omesso di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento, tanto più che il socio d’opera Q. non rivestiva più, al momento della notificazione dei provvedimenti, tale qualifica. Infatti, nelle società F. s.s., G. s.s., M. s.s., C. s.s., P. s.s., C. s.s., E. s.s., al momento delle notifiche il Q. non era più socio d’opera, mentre erano soci altri soggetti, tra cui A. S.r.l. Essendo state tutte cancellate tali società nel marzo-maggio __, le notifiche dovevano essere effettuate nei confronti degli ultimi soci. Inoltre, il giudice di appello ha del tutto omesso l’esame delle prove relative a fatti obiettivi e decisivi prodotte dalle società. Tali prove dimostrano che gli atti impositivi sono stati intestati e notificati direttamente alle società estinte.
  3. Con il quarto motivo, rubricato come motivo 3.1. dai ricorrenti (pagina 46 del ricorso) si deduce “insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”, in quanto la Commissione regionale ha affermato in modo superficiale che la notifica è stata effettuata al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi anno __, senza illustrare l’iter logico-giuridico seguito per giungere a tale conclusione.
  4. I motivi primo, secondo, terzo e quarto, che vanno esaminati congiuntamente per ragioni di connessione, sono infondati.
  5. Invero, dal prospetto redatto a pagine 11, 12 e 13 del ricorso per cassazione, emergono con chiarezza la tipologia degli atti notificati (diniego di condono e nullità della dichiarazione dei redditi per l’anno __), i soggetti che hanno ricevuto le notifiche degli stessi, la qualità loro ricoperta al momento della notifica presso la sede legale, nonché i nominativi degli ultimi soci di ciascuna società, alla data dello scioglimento delle stesse.

Risulta proprio da tale prospetto predisposto dai ricorrenti che nella F. s.s. erano soci alla data della estinzione la P. s.s., la X. s.s. e la A. S.r.l., di cui era socio e legale rappresentante proprio il Q. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a G., quale firmataria della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella G. s.s. erano soci la A. S.r.l. e Z. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a M., quale firmatario della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella M. ss erano soci la A. S.r.l. Z. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a G., quale firmatari” della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella C. ss erano soci Q, A S.r.l., Z., G., M., S., F., B. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a G., quale firmataria della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella P. ss era soci P. ss, X. ss e A. S.r.l. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a M., quale firmatario della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella C. s.s. erano soci A. S.r.l., P. s.s., X. s.s.. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a G., quale firmataria della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Nella E. s.s. erano soci A. S.r.l. e Z. La notifica è stata effettuata proprio al Q., quale legale rappresentante ed a M., quale firmatario della dichiarazione di condono e della dichiarazione dei redditi per il __.

Il Q., come detto, era anche legale rappresentante della A. S.r.l., ultima socia, unitamente ad altri, di tutte le società sopra indicate.

Pertanto, come affermato dal giudice di appello (gli avvisi sono stati notificati al socio d’opera ed al firmatario della dichiarazione dei redditi anno __; pertanto la notifica è legittima), e come risulta proprio dal prospetto in atti (pagine da 9 a 11 del ricorso per cassazione), le notifiche della nullità della dichiarazione dei redditi e del diniego di condono, entrambe relative all’anno __, sono state sempre effettuate ad almeno uno degli ultimi soci, ossia a quelli che rivestivano la qualità di socio al momento della cancellazione e della estinzione delle società. Infatti, la notifica è sempre stata effettuata almeno alla A. S.r.l., socia di tutte le società sopra indicate, della quale era legale rappresentante proprio il Q. (che era pure socio della C. s.s.). Pertanto, non essendo decorso l’anno dalla cancellazione delle società i provvedimenti sono stati correttamente notificati presso la sede della società e sono stati ricevuti sempre da almeno un socio, la A. S.r.l., che era l’ultimo socio di tutte le società suindicate. Le notifiche sono state sempre ricevute dal Q., che era il legale rappresentante della A. S.r.l. L’art. 2495 c.c., comma 2, u.p., prevede, infatti, che la domanda, se proposta entro un anno dalla cancellazione, può essere notificata presso l’ultima sede della società.

Per questa Corte (Cass., sez. un., 6070/2013), infatti, l’art. 495 c.c., dispone proprio che la domanda proposta dai creditori insoddisfatti nei confronti dei soci possa essere notificata entro un anno dalla cancellazione della società dal registro, presso l’ultima sede della medesima società. Pertanto, il legislatore si è palesemente ispirato all’art. 303 c.p.c., comma 2, che consente, entro l’anno dalla morte della parte, di notificare l’atto di riassunzione agli eredi nell’ultimo domicilio del defunto. Trattasi di una evidente visione in chiave successoria del meccanismo con cui i soci possono essere chiamati a rispondere dei debiti insoddisfatti della società estinta. Per ragioni di coerenza dell’ordinamento, la medesima conseguenza sistematica non può non essere tratta per quanto concerne gli effetti successori della cancellazione dal registro di una società di persone che non abbia liquidato interamente i rapporti pendenti, anche se a questo tipo di società non si possa applicare la speciale disposizione del citato art. 2495 c.c., comma 2, (in questo senso Cass. Sez. un., 6070/2013). La Corte, quindi, ha superato le perplessità sollevate in dottrina quanto all’idoneità di tale disposizione ad assicurare adeguatamente il diritto di difesa dei soci nei cui confronti la domanda è proposta.

Del resto, anche ai fini della dichiarazione di fallimento, poiché il fallimento può essere dichiarato entro un anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese, ai sensi della L. Fall., art. 10, la notifica del ricorso per il fallimento può essere effettuata nei confronti del liquidatore, anche in via telematica, allo stesso indirizzo di posta elettronica dalla società in precedenza comunicato al registro delle imprese, per la fictio iuris della persistenza della società ancora prima del decorso dell’anno (Cass., 12 gennaio 2017, n. 602; Cass., 13 settembre 2016, n. 17946).

6.1. Inoltre, per questa Corte, in tema di cartelle esattoriali, è valida la notifica effettuata a mani di uno dei soci della società di persone dopo la sua estinzione a seguito di cancellazione dal registro delle imprese, giacché – analogamente a quanto previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 65, comma 4, per il caso di morte del debitore e di notifica effettuata impersonalmente e collettivamente nell’ultimo domicilio dello stesso, con effetti valevoli nei confronti degli eredi essa trova fondamento nel fenomeno successorio che si realizza con riferimento alle situazioni debitorie gravanti sul dante causa, con ciò realizzandosi comunque lo scopo della citata disciplina, che è quello di rendere edotto almeno uno dei successori della pretesa validamente azionata nei confronti della società (Cass., 28 dicembre 2017, n. 31037; con riguardo alla impugnazione degli avvisi di accertamento cf. Cass., 12 ottobre 2018, n. 25487).

6.2. Invero, i provvedimenti sono stati notificati presso la sede della società e ricevuti sempre da Q., oltre che da altri soggetti per le varie società.

Il Q. era, però, all’epoca il legale rappresentante della A. S.r.l., che era socia di tutte le società del gruppo. Pertanto, la notifica è stata correttamente eseguita proprio ad uno dei soci di tali società, ossia alla A. S.r.l. Il Q. era, poi, socio, unitamente alla A. S.r.l. e ad altri, della C. ss.

  1. Con il quinto motivo di impugnazione (sotto il numero 4 della rubrica a pagina 47 del ricorso per cassazione) i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2704 c.c., (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), in quanto il giudice di appello si è limitato a ritenere che gli atti prodotti non avevano data certa, opponibile al fisco, ai sensi dell’art. 2704 c.c., trascurando, però, di valutare se la documentazione avesse data certa sulla base di un altro fatto che stabilisca in modo egualmente certo la relativa data. Tale ulteriore fatto era rappresentato dalla circostanza che sui libri contabili era stata apposta la vidimazione e che le scritture contabili ed i libri sociali erano stati sottoposti a revisione contabili da Autorità Pubbliche, come l’UIC per le società finanziarie iscritte nel registro di cui al D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 106. La certificazione da parte delle società di revisione determinano, infatti, una inversione dell’onere della prova, ponendo in capo all’ente accertatore l’onere di dimostrare l’inefficacia di tale certificazione. Pertanto, dalle scritture contabili e dai libri sociali della A. S.p.A., società finanziaria iscritta nell’elenco di cui al D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 106, risulta che l’esistenza delle società a decorrere dall’anno __. A. S.p.A. ha, infatti, regolarmente registrato il versamento a fondo perduto operato in data __ a favore della controllata G. s.s., a copertura delle perdite prodotte dalle società a valle della G. s.s..

7.1. Tale motivo è inammissibile.

7.2. Invero, anzitutto, si rileva che il motivo difetta di autosufficienza, in quanto i ricorrenti non hanno riprodotto il contenuto della certificazione asseritamente rilasciata dall’UIC. Inoltre, i ricorrenti deducono nella rubrica la censura di violazione di legge, ma poi pretendono in questa sede una rivalutazione degli stessi elementi di prova già valutati dal giudice di appello, per un inammissibile rinnovato vaglio in sede di legittimità.

Peraltro, il giudice di appello non ha l’obbligo di tenere conto di tutti gli elementi istruttori in atti, ben potendo menzionare in motivazione solo alcuni di essi, intendendosi implicitamente rigettati i rimanenti.

Tale motivo è, comunque, infondato.

Invero, effettivamente la prova della anteriorità della scrittura privata può essere fornita anche con fatti equipollenti a quelli di cui all’art. 2704 c.c., idonei a stabilire in modo ugualmente certo l’anteriorità della formazione dell’atto da cui scaturisce la pretesa azionata (Cass., sez. I, 9 ottobre 2017 n. 23582; Cass., sez. I, 22 novembre 2007, n. 24320).

Tuttavia, tale valore può essere conferito solo all’emissione delle fatture regolarmente annotate nei libri contabili chiusi con attestazione notarile, recanti l’espresso riferimento alla preesistenza del contratto carente di registrazione e pacificamente pagate (Cass., sez. 1, 22 novembre 2007, n. 24320).

Nella specie, invece, non è stata in alcun modo prodotto la certificazione dell’UIC, solo menzionata nel ricorso per cassazione.

Peraltro, per questa Corte la relazione della società di revisione dei bilanci delle società commerciali, una volta messa a disposizione dell’ufficio tributario e/o del giudice tributario, va considerata, in relazione ai profili di controllo pubblicistico ed alla responsabilità penale e civile del revisore, un documento incorporante enunciati – pur senza dar luogo ad una presunzione relativa della veridicità delle scritture – che possono essere privati della forza dimostrativa dei fatti attestati solo con una prova contraria che non può essere fornita attraverso meri indizi di non veridicità, ma con la produzione di documenti che siano idonei a dimostrare che, nel giudizio di revisione, il revisore sia incorso in errore o abbia realizzato un inadempimento (Cass., sez V., 26 febbraio 2010, n. 4737; Cass., 12 marzo 2009, n. 5926).

Nella specie, però, come detto, tale relazione non è stata mai prodotta in giudizio.

  1. Con il sesto motivo di impugnazione (rubricato sotto il numero 4.1. del ricorso per cassazione a pagina 51) i ricorrenti deducono “insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione alla affermata inesistenza della società nell’anno __ (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”, in quanto si evidenzia una obiettiva deficienza del criterio logico-giuridico del giudice di appello, essendo presenti in atti plurimi e concordi elementi idonei a dimostrare l’esistenza delle società nell’anno __. In particolare, ciò si desume dall’accertamento della Guardia di finanza che ha ritenuto esistenti le società, pure contestando la natura elusiva delle operazioni poste in essere proprio nell’anno __. Né è condivisibile l’affermazione per cui le scritture contabili del terzo non hanno valore probatorio, perché il terzo è posto proprio al centro del meccanismo fraudolento. Inoltre, la A. S.p.A. è sottoposta al controllo contabile da parte dell’UIC (Ufficio Italiano Cambi). Non è condivisibile neppure la parte di motivazione in cui si afferma che l’aver versato le sanzioni, per la tardiva iscrizione nel registro delle imprese, non sana la mancata registrazione e la omessa richiesta del codice fiscale nel __, in quanto tale richiesta ha carattere meramente dichiarativo.

8.1. Il sesto motivo è infondato.

Invero, il giudice di appello ha fornito sufficiente e congrua motivazione, rilevando che l’unico dato certo è costituito dalla richiesta delle società di attribuzione del codice fiscale e di iscrizione nel Registro delle imprese della Camera di commercio solo nell’anno __, mentre per quanto concerne l’anno __ non risulta prodotta alcuna documentazione relativa alla gestione delle società. In particolare si è affermato che le società non hanno svolto alcuna attività prevista dall’oggetto sociale, non avendo prodotto alcun documento idoneo a dimostrare quale attività avessero svolto nel corso del __.

L’oggetto sociale era costituto dalla coltivazione di cereali (compreso il riso), ma nessuno documento è stato prodotto in ordine all’effettivo svolgimento di tale specifica attività.

Il giudice di appello ha anche chiarito che dalle scritture allegate non deriva la dimostrazione dell’effettiva sussistenza delle movimentazioni ivi descritte, non essendovi prova di alcun versamento.

Peraltro, le scritture da cui si dovrebbero desumere l’esistenza delle operazioni e, quindi, l’effettività dell’attività nel __, provengono da una società che non può essere considerata terza, ma che era anch’essa al centro del meccanismo fraudolento ricostruito dai verificatori.

L’atto costitutivo delle società semplici, pur potendo essere stipulato con scrittura privata non autenticata, deve essere munito di data certa per essere opponibile ai terzi, e quindi al Fisco.

  1. Con il settimo motivo di impugnazione si deduce “violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 9, e della L. n. 350 del 2003, art. 2, comma 44, (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.)”, in quanto sono stati rispettati tutti i passaggi procedurali per l’accesso al condono di cui alla L. n. 289 del 2002, con la conseguente preclusione di ogni accertamento tributario, ed in particolare: sono stati coperti tutti i periodi di imposta non ancora scaduti dal __ al __, con estensione della definizione al __ ai sensi della L. n. 350 del 2003, art. 2, comma 44; la legge definisce le uniche ipotesi in cui l’amministrazione finanziaria può disconoscere il condono; v’è stato il tempestivo pagamento delle somme dovute sulla base della dichiarazione regolarmente presentata; l’intervenuta adesione al condono preclude la possibilità di contestare nell’an e nel quantum il rapporto tributario ormai cristallizzatosi.
  2. Il motivo è infondato.

10.1. Invero, tutti gli adempimenti relativi all’asserito perfezionamento del condono muovono dal presupposto implicito, ma fondamentale, che le società siano esistite ed abbiano svolto attività economica nell’anno __, mentre, come detto, vi è la prova documentale che tutte le società hanno chiesto l’attribuzione del codice fiscale e l’iscrizione presso il Registro delle imprese della Camera di commercio solo nel __.

Peraltro, mentre nel diritto societario e fallimentare viene tutelato l’affidamento dei terzi e, quindi, può essere dichiarato il fallimento della società apparente che, pur non esistendo, però si manifesta ai terzi come esistente, e quindi induce i terzi a contrattare con la stessa (Cass., sez. 2, 20 aprile 2006, n. 9250; Cass., 21 giugno 2004, n. 11491), nel diritto tributario conta l’esistenza della società nella sua effettività (Cass., 5 agosto 1996, n. 7164).

  1. Le spese del giudizio di legittimità vanno poste, per il principio della soccombenza, a carico dei ricorrenti e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti a rimborsare in favore della Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità che si liquidano in complessivi Euro __, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 15 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2019

 

Cass._civ_Sez_V_30_10_2019_n_27793




Omessa menzione del provvedimento con cui è stata disposta l’esecutorietà del decreto 

Omessa menzione del provvedimento con cui è stata disposta l’esecutorietà del decreto 

Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza n. 24226 del 30/09/2019

Con sentenza del 30 settembre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione III, in tema di recupero crediti, ha stabilito che nell’espropriazione forzata minacciata ex art. 654 c.p.c. in virtù di decreto ingiuntivo esecutivo, l’omessa menzione nell’atto di precetto del provvedimento di dichiarazione di esecutorietà del provvedimento monitorio comporta la nullità – deducibile con l’opposizione agli atti esecutivi – del precetto stesso, non potendo l’indicazione di tale provvedimento evincersi dalla menzione dell’apposizione della formula esecutiva. Nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto la nullità del precetto recante la menzione del numero, data e autorità del decreto ingiuntivo, della mancata opposizione e dell’apposizione della formula esecutiva, ma privo della indicazione del provvedimento di dichiarazione di esecutorietà.


Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza n. 24226 del 30/09/2019

Omessa menzione del provvedimento con cui è stata disposta l’esecutorietà del decreto 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso __ proposto da:

S. S.a.s. – ricorrente –

contro

C. – intimato –

avverso la sentenza n. __ del TRIBUNALE di SALERNO, depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal Consigliere Dott. __;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __ che ha concluso per il rigetto.

Svolgimento del processo

che:

S. S.a.s. si opponeva al precetto notificato da C. in forza di decreto ingiuntivo, esponendo che l’intimazione mancava della indicazione del provvedimento dichiarativo dell’esecutorietà del monito;

il tribunale rigettava l’opposizione ritenendo sufficiente l’indicazione dell’apposizione della formula esecutiva all’ingiunzione non opposta;

avverso questa decisione ricorre per cassazione la S. S.a.s. articolando un motivo;

non ha svolto difese l’intimato;

Motivi della decisione

Che:

con l’unico motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 654 c.p.c., comma 2, poiché il tribunale avrebbe errato mancando di constatare la mancanza della menzione del provvedimento dichiarativo dell’esecutorietà del decreto ingiuntivo azionato.

Rilevato che:

il motivo è fondato;

questa Corte ha da tempo chiarito che la menzione, nel precetto, del provvedimento con cui è stata disposta l’esecutorietà del decreto ingiuntivo azionato, in uno a quella dell’apposizione della formula esecutiva, sostituisce la formalità di una nuova notifica del titolo, integrando, con finalità di semplificazione, la precedente notificazione effettuata, facendo decorrere il termine per l’opposizione, nel momento in cui l’ingiunzione era ancora priva di efficacia esecutiva (Cass., 15/03/1969, n. 843; Cass., 30/05/2007, n. 12731; Cass., 05/05/2009, n. 10294);

questa doppia menzione, qualora mancante, determina una nullità del precetto omologa all’ipotesi di notifica dell’intimazione non preceduta da quella del titolo, non suscettibile di sanatoria bensì solo di stabilizzazione a seguito di mancata proposizione nei termini (sempre rilevabile d’ufficio) dell’opposizione formale ex art. 617 c.p.c. (Cass., 23/10/2014, n. 22510);

ciò posto, è stato altresì sottolineato che la sussistenza della duplice menzione in esame deve accertarsi indipendentemente da prescrizioni formali d’indicazione, dovendosi assicurare la conoscenza dell’ingiunto interpretando il precetto alla luce del principio di conservazione degli atti, evitando lungaggini determinate da formalismi (Cass., 01/12/1993, n. 11885, in un caso in cui il precetto riportava la data di esecutorietà del decreto senza citare il relativo provvedimento, e la richiesta di copia esecutiva, come voce dell’intimazione, da cui poteva e doveva evincersi il rilascio della relativa formula);

per questo è stato ritenuto che l’indicazione di esecutività dell’ingiunzione comportasse un’implicita attestazione dell’apposizione della formula esecutiva (Cass., 30/05/2007, n. 12731, pag. 5), ovvero che l’indicazione dell’ordinanza di estinzione del giudizio di opposizione, in uno all’indicazione della data di apposizione della formula esecutiva, integrasse i requisiti formali in parola (Cass., 28/02/2018, n. 4705, pag. 7);

nel caso qui in scrutinio, però, il precetto, quale riportato nel ricorso per cassazione (pag. 3) in ossequio al disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 6, indicava: il numero, la data e l’autorità giudiziaria emanante il decreto ingiuntivo; la mancata opposizione; l’apposizione della formula esecutiva;

non risulta quindi la menzione, neppure indiretta, del provvedimento di dichiarazione di esecutorietà;

né si potrebbe ritenere la possibilità di evincere il requisito dall’indicazione di apposizione della formula, e ciò per plurime ragioni:

  1. a) si tratta di menzioni distintamente previste dal legislatore, sicché l’opposta conclusione si tradurrebbe in una interpretazione abrogante come tale inammissibile;
  2. b) le menzioni corrispondono a due diverse attività e garanzie per l’ingiunto: l’una, del giudice, che, dichiarando l’esecutorietà, attesta di aver verificato la regolarità della notificazione e il legale decorso dei termini per l’opposizione; l’altra, del cancelliere, che autorizza il richiedente legittimato all’utilizzo del documento contenente il titolo a fini coattivi, ovvero ad avvalersi, per quello, dell’organo esecutivo; non essendo necessari ulteriori accertamenti, l’opposizione può essere accolta decidendo nel merito;

le spese del giudizio, con particolare riferimento alle prime cure in cui vi è stata costituzione della controparte, possono essere compensate stanti le precisazioni nomofilattiche qui esposte.

P.Q.M.

La Corte, accoglie il ricorso, cassa la decisione impugnata e, decidendo nel merito, accoglie l’opposizione. Spese compensate.

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2019.

Cass_civ_Sez_III_Sent_30_09_2019_n_24226




Concordato preventivo: atti di frode rilevanti ai fini della revoca dell’ammissione

Concordato preventivo: atti di frode rilevanti ai fini della revoca dell’ammissione

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 25458 del 10/10/2019

Con sentenza del 10 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di concordato preventivo, ha stabilito che rientrano tra gli atti di frode rilevanti ai fini della revoca dell’ammissione alla procedura ai sensi dell’art. 173 L.F., i fatti taciuti nella loro materialità ovvero esposti in maniera non adeguata e compiuta, aventi valenza anche solo potenzialmente decettiva nei confronti dei creditori, a prescindere dal concreto pregiudizio loro arrecato. Nel caso di specie, la Suprema Corte ha affermato che l’omessa indicazione nella proposta concordataria del contenzioso pendente nei confronti della società proponente, per un valore economico significativo, può costituire atto di frode.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 25458 del 10/10/2019

Concordato preventivo: atti di frode rilevanti ai fini della revoca dell’ammissione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso __ proposto da:

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

avverso la sentenza n. __ della CORTE D’APPELLO di MESSINA, depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ da Dr. __;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha concluso per l’accoglimento del secondo motivo di ricorso;

udito l’avvocato __ per il ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento;

udito l’Avvocato __ per il controricorrente, che ha chiesto il rigetto.

Svolgimento del processo

1.- Con ricorso del __, la S.r.l. (OMISSIS) e il suo creditore S.r.l. (OMISSIS) hanno sporto reclamo L.F., ex art. 18 nei confronti della sentenza con cui il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, revocato il decreto di apertura del concordato preventivo ai sensi della L.F., art. 173, ha dichiarato il fallimento della società (OMISSIS).

La Corte di Appello di Messina ha respinto il reclamo, con sentenza depositata il __. Avverso questa (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cassazione, che è stato articolato in cinque motivi.

2.- Respinto il primo motivo di ricorso, la sentenza __, n. __ ha accolto il terzo e il quarto motivo (quanto ai capi B1 e B2) – intesi a censurare (uno, per violazione di legge; l’altro, per omessa motivazione) la decisione della Corte di Appello, per cui l’effettuazione del pagamento di debiti scaduti senza l’autorizzazione del giudice delegato determina senz’altro la revoca del concordato L.F., ex art. 173, con assorbimento dei motivi restanti. Di conseguenza, ha cassato il provvedimento impugnato, con rinvio della controversia alla Corte di Appello di Messina.

Ha osservato in proposito questa Corte che non ogni pagamento di debito sorto prima dell’apertura della procedura comporta, ove eseguito in difetto di autorizzazione, la revoca dell’ammissione alla procedura di concordato, ma solo quelli di cui venga accertata la natura fraudolenta del fatto pagamento. Per aggiungere che la pronuncia del merito è pervenuta alla decisione limitandosi a rilevare che (OMISSIS) aveva eseguito in difetto di autorizzazione vari e reiterati pagamenti, omettendo di accertarne l’effettiva valenza di atti in frode, nonostante la natura dei rapporti da cui traevano origine i crediti soddisfatti e senza neppure preoccuparsi di verificare la data di insorgenza degli stessi (in buona parte successiva alla presentazione della domanda).

3.- In esito al giudizio di rinvio, la Corte di Appello di Messina ha annullato il provvedimento di revoca del concordato preventivo e revocato la dichiarazione di fallimento, disponendo la rimessione degli atti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto.

In proposito la Corte del merito ha rilevato che, nella specie, erano stati eseguiti, tra il __ e il __, pagamenti per attestazione fattibilità del concordato, per assistenza amministrativa cessione punti vendita, per tenuta contabilità obbligatoria, per ritenute di acconto professionisti, per assistenza legale, per redazione atto notarile, per trasloco attrezzature da (OMISSIS), nonché dal __ al __, per oneri previdenziali, per smaltimento rifiuti merce deperita, per tenuta contabilità e assistenza contabile, per assistenza legale: il tutto per Euro __ complessivi, a fronte di un fabbisogno concordatario di Euro __, laddove trattasi, per di più, di somme corrispettive di prestazione correlate alla procedura o funzionali alla conservazione dei beni e alla continuità aziendale.

4.- Avverso questo provvedimento il fallimento della S.r.l. (OMISSIS) presenta ricorso, affidandolo a due motivi.

Resiste, con controricorso, la società.

5.- La controversia è stata chiamata all’udienza non partecipata del __ della Sesta Sezione civile – 1.

Entrambe le parti ha depositato memorie difensive.

6.- Con ordinanza interlocutoria del __, n. __ il Collegio ha stabilito di rimettere la controversia alla pubblica udienza della Prima Sezione civile.

In prossimità della data fissata per lo svolgimento della pubblica udienza, la società controricorrente ha depositato un’ulteriore memoria.

Motivi della decisione

7.- I motivi di ricorso gravitano entrambi sul tema degli atti in frode di cui alla L.F., art. 173: il primo concerne i pagamenti compiuti senza autorizzazione; il secondo si focalizza sul contenzioso passivo in essere tra la (OMISSIS) e terzi al tempo dell’apertura della procedura concordataria, e di cui non è stata data comunicazione.

8.- Il primo motivo di ricorso denunzia, in particolare, violazione e falsa applicazione della L.F., artt. 167 e 168 e 173 in relazione all’art. 360, n. 5 e, in subordine, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene in particolare il ricorrente che la Corte di Appello si è parzialmente e sommariamente adeguata al principio di diritto statuito dalla Corte di Cassazione, ma nel fare ciò, in difformità a quanto statuito dal Supremo Collegio, ha omesso di effettuare una compiuta indagine dei pagamenti e si è limitata ad applicare il principio della modesta entità dei pagamenti rispetto al fabbisogno concordatario.

Molti di questi pagamenti – si soggiunge – sono in realtà riferibili a debiti sorti anteriormente alla procedura, posti in violazione della L.F., art. 167 ed eccedenti l’ordinaria amministrazione.

8.- Il motivo non merita di essere accolto.

Non sussiste, infatti, la lamentata difformità dell’esame compiuto dalla Corte del merito rispetto a quanto stabilito dalla pronuncia n. __. In conformità alle indicazioni lì formulate, la sentenza impugnata ha effettuato una valutazione complessiva del peso che i pagamenti, oggetto di discussione e censura, venivano a possedere rispetto alla formazione del giudizio dei creditori e rispetto alla consistenza del patrimonio del debitore.

Del tutto ragionevolmente, poi, il relativo giudizio si è chiuso con il riscontro di sostanziale non incidenza dei pagamenti medesimi rispetto all’economia complessiva del concordato proposto: posto, da un lato, il rapporto tra la misura del pagato e quella del complesso del fabbisogno concordatario (argomento c.d. di proporzione: cfr. sopra, nell’ultimo capoverso del n. 3); dall’altro, della rispondenza di tali pagamenti con le finalità della procedura (argomento c.d. di coerenza funzionale).

Il rilievo che il pagamento non autorizzato di debiti non comporta revoca del concordato nel caso in cui manchi un’effettiva dannosità dell’atto (da valutarsi specie alla stregua della clausola generale del migliore soddisfacimento dei creditori) è stato ribadito, nei tempi più recenti, da Cass., 21 giugno 2019, n. 16808, e da Cass., 16 maggio 2018, 11958.

9.- Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 – nullità della sentenza e del procedimento; in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Nel concreto, il motivo deduce che, nella pronuncia n. 3325/2016, questa Corte ha ritenuto assorbiti una serie di profili (dal ricorrente già articolati nel procedimento di reclamo), anche precisando che tali profili sarebbero stati riproponibili nel giudizio di rinvio. Fa presente, inoltre, che nel procedimento di rinvio ha chiesto il riesame dei motivi medesimi; in particolare, della mancata comunicazione della pendenza di alcuni procedimenti giudiziari.

Puntualizza, ancora, di avere espressamente indicato questo aspetto come un atteggiamento posto in essere in frode ai creditori: priva di ogni giustificazione appare la mancata comunicazione dell’ingente contenzioso che – secondo l’elencazione in atti (cfr. relazione del Commissario giudiziale, p. __ ss.) – era per la maggior parte già pendente. Segue un elenco composto di n. 11 procedimenti, promossi (avanti a diversi tribunali siciliani) nei confronti della S.r.l. (OMISSIS) prima del deposito L.F., ex art. 161, con pedissequa indicazione del valore delle singole controversie (per un ordine di grandezza complessivo gravitante intorno ai __ Euro).

Fermate queste premesse, il motivo rileva che la Corte di Appello ha in toto omesso l’esame di un simile aspetto e, dunque, della rilevanza L.F., ex art. 173 della mancata informazione della sussistenza del medesimo.

10.- Il motivo è fondato.

Al riguardo, è opportuno osservare, prima di ogni altra cosa, che la fattispecie concretamente in esame rinvia in modo diretto alla nozione di atti di frode, quale figura non tipizzata e residuale di revoca del concordato posta dal legislatore a fianco di una serie di fatti specificamente individuati, l’uno e gli altri di carattere tra loro sostanzialmente omologo (cfr. la L.F., art. 173, comma 1, primo periodo).

Nei confronti di questa nozione, la giurisprudenza di questa Corte ha rilevato – in relazione al profilo fraudolento dell’intendimento di compiere l’atto – che, in realtà, questo può anche consistere nella mera consapevolezza di avere taciuto nella proposta circostanze rilevanti ai fini dell’informazione dei creditori, senza che occorra la presenza di una dolosa preordinazione (cfr., tra le altre, Cass., 26 giugno 2018, n. 16856): la valenza decettiva dell’atto di frode risolvendosi, per l’appunto, in un comportamento di taglio sostanzialmente falsante.

Tale comportamento viene – è stato altresì puntualizzato – ad assumere rilevanza nella prospettiva della sua mera potenzialità decettiva, non già necessariamente in quella dell’effettiva consumazione, posto che la norma dell’art. 173 non richiede che, una volta accertata la presenza di atti di frode, venga dato spazio a successive valutazioni dei creditori (Cass., 26 novembre 2018, n. 30537): la norma, in altri termini, ferma la rilevanza del comportamento alla oggettiva potenzialità del carattere falsificante dell’atto, non richiedendo inoltre il verificarsi di un concreto pregiudizio (non rilevando, cioè, che l’inganno si sia effettivamente realizzato: Cass., 26 giugno 2014, n. 14552).

11.- L’esperienza di questa Corte mostra la sussistenza di un’ampia, variegata gamma di atti ritenuti idonei a perpetrare la frode sanzionata dalla L.F., art. 173.

Risultano venuti in discussione così, tra gli altri, lo scostamento, rilevante e non motivato né plausibile, del valore assegnato alle rimanenze di magazzino in sede di proposta rispetto a quello di bilancio (Cass., 14 giugno 2018, n. 15695); l’omessa indicazione di fideiussioni prestate dal proponente, poi pure escusse (Cass., n. 30537/2018); lo spin-off immobiliare, non specificato nei suoi precisi termini, con cessione delle quote relative alla nuova società a terzi (Cass., n. 16858/2018); la mancata indicazione di passività legate alla non dichiarata esistenza di contratti derivati (Cass., 28 marzo 2017, n. 7975); l’operazione di leveraged buy out, descritta in termini incompleti e dunque imprecisi (Cass., 18 maggio 2014, n. 9050); l’inadeguata illustrazione di una delibera di riduzione del capitale della società proponente (Cass., 2 febbraio 2017, n. 2773); la taciuta appropriazione indebita di fondi sociali (Cass., 7 dicembre 2016, n. 25165); la sussistenza di una situazione debitoria ben superiore a quella emergente dalla domanda (Cass., 8 giugno 2018, n. 15013); la vendita di un pacchetto azionario non adeguatamente illustrato (Cass., 7 dicembre 2016, n. 25164); il silenzio mantenuto, nella proposta di concordato, su una transazione pressoché coeva alla deliberazione di richiedere l’ammissione alla procedura concordataria e valutata dalla corte territoriale estremamente svantaggiosa per la debitrice (Cass. n. 14552/2014).

Si tratta, come si vede, di situazioni e di atti tra loro anche molto diversificati: com’è del resto naturale, posto il carattere aperto (non preventivamente tipizzato, cioè) della disposizione normativa dell’atto in frode.

12.- In realtà, a tratto costitutivo e informante della nozione di atto in frode si pongono due aspetti, ben individuati e scolpiti dalla giurisprudenza di questa Corte, che stanno, per così dire, a monte della variata tipologia di atti e situazioni appena ricordati.

Deve trattarsi, dunque, di una circostanza la cui esistenza viene taciuta nella sua materialità ovvero pure esposta in modo non adeguato e compiuto, come successivamente venuta alla luce in esito alle verifiche ed analisi compiute dal commissario giudiziale. Questo deficit informativo dev’essere, inoltre, tale da risultare per sé idoneo ad alterare la cognizione informativa dei creditori e quindi a incidere in modo significativo sulla valutazione compiuta dagli stessi (cfr., tra le altre, Cass., n. 14552/2014; Cass. n. 16858/2018; Cass., n. 30537/2018).

A mezzo della previsione dell’art. 173, la legge pretende, in definitiva, che i creditori siano puntualmente informati delle caratteristiche rilevanti di cui alla proposta di concordato, sì da essere messi in grado esprimere un giudizio – di consenso oppure di dissenso – correttamente informato.

13.- Il caso di specie riguarda l’omessa indicazione del contenzioso che risulta in essere nei confronti della società proponente. Si tratta, nei fatti, di passività potenziali, l’effettiva misura della loro consistenza, dipendendo naturalmente dagli esiti che in concreto avranno i giudizi. E tuttavia rappresentative, queste passività, di rischi senz’altro concreti e attuali, posto appunto che il riferimento va a controversie già pendenti, nonché misurabili: sia in punto di prevedibile esito, sia in punto di dimensione degli esborsi ragionevolmente (e prevedibilmente) occorrenti.

Il valore nelle diverse controversie raggiunge, nel suo complesso, un montante economico di ordine significativo (cfr. sopra, n. 9). Come tale, la relativa informazione è fatto senz’altro in grado di concorrere a orientare (ovvero, se taciuta, a disorientare) la formazione del giudizio dei creditori.

Posti questi elementi, la mera e generica indicazione nella proposta di un fondo rischi – richiamata dal controricorrente – non può certo raggiungere il livello dell’informazione adeguata e compiuta (ben al di là quindi – è bene puntualizzare – del problema della eventuale sufficienza del fondo di cui alla proposta a coprire il rischio prodotto dal contenzioso in essere, idoneità che, d’altro canto lo stesso controricorrente viene a mettere in discussione).

14.- In conclusione, respinto il primo motivo di ricorso, va accolto il secondo motivo. Di conseguenza, va cassata, per quanto di ragione, la sentenza impugnata e la controversia rinviata alla Corte di Appello di Messina che, in diversa composizione, provvederà anche alle determinazioni relative alle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, respinto il primo motivo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, per quanto di ragione, alla Corte di Appello di Messina che, in diversa composizione, provvederà anche alle determinazioni relative alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima civile, il 20 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez_I_Sent_10_10_2019_ n_25458




Contratto d’affitto d’azienda pendente al momento della dichiarazione di fallimento

Contratto d’affitto d’azienda pendente al momento della dichiarazione di fallimento

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 25470 del 10/10/2019

Con sentenza del 10 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che in caso di contratto d’affitto d’azienda pendente al momento della dichiarazione di fallimento dell’affittante, quando il curatore abbia esercitato il suo diritto di recesso ex art. 79 L.F., il credito restitutorio vantato dall’affittuario per i canoni pagati anticipatamente, prima dell’apertura del concorso, non è prededucibile, essendo insufficiente che il credito sia sorto durante la procedura, poiché anche la genesi della relativa obbligazione deve intervenire in un periodo successivo alla sua apertura.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 25470 del 10/10/2019

Contratto d’affitto d’azienda pendente al momento della dichiarazione di fallimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. __ R.G. proposto da:

S. S.p.A. – ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) S.r.l., in liquidazione  – controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE DI UDINE depositato il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal Consigliere Dott. __;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito, per la ricorrente, l’Avv. __, che ha chiesto accogliersi il proprio ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avv. __, che ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso.

Svolgimento del processo

  1. S. S.p.A. stipulò, il __, in qualità di affittuaria, un contratto di affitto di ramo di azienda, avente durata di diciotto anni, con la (OMISSIS) S.r.l., alla quale corrispose, conformemente a quanto sancito dalle previsioni contrattuali, la complessiva somma di Euro __ (di cui Euro __ per sorte capitale ed Euro __ per IVA) per il pagamento del primo canone di affitto ed il pagamento, in conto anticipo, di successivi canoni di affitto (così sostanzialmente versando, in via anticipata, a titolo di canoni, un corrispettivo pari a __ anni e __ mesi di affitto).

1.1. Successivamente, la (OMISSIS) S.r.l. fu dichiarata fallita dal Tribunale di Udine, il __, ed il curatore fallimentare, in data __, optò per il recesso da quel contratto L.F., ex art. 79.

1.2. La S. S.p.A. chiese, allora, L.F., ex art. 101, l’ammissione al passivo di detto fallimento, in prededuzione, del credito afferente i canoni versati anticipatamente alla concedente (OMISSIS) S.r.l. in bonis e relativi al periodo successivo alla riconsegna del ramo di azienda, il cui pagamento era divenuto privo di titolo, altresì invocando la prelazione ipotecaria volontaria derivante dal medesimo contratto a garanzia della restituzione della somma anticipata in caso di risoluzione per fatto o colpa della concedente.

1.3. Il giudice delegato ammise il credito dell’istante per la richiesta somma di Euro __, denegando, però, la sua domandata collocazione in prededuzione ed il riconoscimento allo stesso della prelazione ipotecaria, ed il Tribunale di Udine, adito L.F., ex art. 98, dalla creditrice, con decreto del __, n. __, ne respinse l’opposizione assumendo che: i) il pagamento anticipato dei canoni annuali successivi al primo era privo di titolo al momento della sua effettuazione, in quanto il regolamento contrattuale non prevedeva un tale obbligo a carico di S. S.p.A., ma stabiliva la maturazione annuale del canone medesimo, quale corrispettivo del godimento del compendio aziendale ad opera dell’affittuaria, da pagarsi da quest’ultima in dodici rate mensili anticipate di Euro __ ciascuna; ii) il paragrafo 6.2 dell’art. 6 del contratto suddetto dava atto solo di un mero fatto giuridico, ovvero la consegna, da parte dell’affittuaria alla concedente, di assegni per complessivi Euro __ a titolo di canoni anticipati, senza spiegarne il motivo, sicché tale pagamento era privo di giustificazione ed indebito; iii) l’obbligazione restitutoria era sorta per un fatto – appunto il pagamento indebito anteriore alla dichiarazione di fallimento, da ciò derivando la natura concorsuale del credito e l’esclusione dell’invocata prededuzione; iv) il concetto di risoluzione usato dalle parti induceva a ritenere che esse volessero individuare le ipotesi di inadempimento imputabile alla concedente, non risultando, dunque, applicabile la previsione contrattuale sulla garanzia ipotecaria.

  1. Avverso il descritto decreto ricorre per cassazione la S. S.p.A., affidandosi a quattro motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c., cui resiste, con controricorso, la curatela fallimentare.

Motivi della decisione

  1. I formulati motivi denunciano, rispettivamente:
  2. I) Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4: nullità della sentenza di primo grado (violazione dell’art. 112 c.p.c.). Premettendosi che il tribunale aveva ritenuto che, in base al contratto, non vi fosse obbligo per l’affittuaria di pagare in anticipo i canoni di cui costei aveva chiesto la restituzione, e che, conseguentemente, quel pagamento anticipato era stato, all’epoca, privo di titolo e, come tale, indebito, si sostiene che quel giudice “ha ricostruito la fattispecie in modo diverso da quello pacificamente offerto dalle parti e, nell’ambito della fattispecie così ricostruita, ha affrontato, decidendola, una questione estranea agli assunti difensivi delle parti e al contraddittorio tra le stesse” (cfr. pag. 15 del ricorso). Posto, allora, che la curatela mai aveva eccepito la natura indebita del pagamento predetto, una tale eccezione – estranea alla materia del contendere – non poteva essere sollevata d’ufficio, come invece aveva fatto il tribunale così incorrendo nel vizio di extrapetizione e/o ultrapetizione, ex art. 112 c.p.c., comportante la nullità dell’impugnato decreto;
  3. II) Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3: violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1321, 1362, 2033 c.c. Si assume che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice a quo, S. S.p.A. e (OMISSIS) s.r.l. in bonis, con il menzionato contratto, avevano inteso disciplinare un rapporto giuridico patrimoniale articolato, nell’ambito del quale era ricompreso anche il pagamento anticipato dei canoni, come sancito dai suoi artt. 5 e 6. Quest’ultimo, in particolare, lungi dal doversi intendere quale registrazione di un mero accadimento storico, regolava, invece, prestazioni contrattuali volute dalle parti al pari di tutte le altre, ivi compresa quella relativa alla garanzia ipotecaria (art. 7). Pertanto, l’esecuzione e la ricezione del pagamento anticipato dei canoni erano stati comportamenti non gratuiti delle parti, ma posti in essere in forza ed in funzione del contratto, nel quale trovavano giustificazione causale. Peraltro, anche ove il contratto fosse stato privo di qualsiasi disposizione al riguardo, detto pagamento anticipato non si sarebbe potuto considerare indebito oggettivo alla luce della pacifica interpretazione di giurisprudenza e dottrina dell’art. 1185 c.c., comma 2. Il tribunale, in definitiva, aveva negato il valore vincolante del contratto (art. 1321 c.c.); aveva disatteso la comune intenzione delle parti quale risultante dal testo contrattuale e dal loro comportamento (art. 1362 c.c.); aveva escluso l’esistenza di un titolo obbligatorio invece esistente (art. 2033 c.c.);

III) Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1: violazione e/o falsa applicazione della L.F., art. 79. Muovendosi dall’assunto secondo cui, in linea generale, il curatore, prima di recedere dal contratto d’affitto avvalendosi della facoltà concessa dalla L.F., art. 79, subentra automaticamente nel contratto medesimo, si afferma che, nella specie, sia se si ritiene che egli debba soddisfare in prededuzione tutte le obbligazioni della parte fallita (vale a dire anche quelle assunte ante fallimento), sia se si reputa che debba adempiere unicamente le obbligazioni sorte dopo quello spartiacque, gli effetti non mutano: infatti, l’obbligazione restitutoria era sorta dopo la dichiarazione di fallimento e per effetto della scelta del curatore di recedere dal contratto, circostanza, quest’ultima, che aveva reso indebito il pagamento anticipato dei canoni che fino ad allora non lo era. Il tribunale friulano, dunque, opinando – per contro – che il pagamento anticipato fosse indebito fin dall’origine, e che, perciò, l’obbligazione restitutoria trovasse causa in un fatto (l’indebito) anteriore alla dichiarazione di fallimento, aveva violato la L.F., art. 79;

  1. IV) Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1: violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1321, 1362 c.c. Si deduce che, giusta la previsione dell’art. 7 del contratto, la garanzia ipotecaria concessa da (OMISSIS) s.r.l. in bonis era stata chiaramente costituita per tutte le ipotesi in cui la risoluzione del contratto fosse riconducibile ad un comportamento della concedente, sia lecito che colpevole, per cui erroneamente il decreto impugnato aveva escluso la prelazione ipotecaria del credito di restituzione sull’assunto che la facoltà di recesso del curatore trovava la sua fonte nella legge e non nel contratto: infatti, atteso il tenore della clausola contrattuale, sarebbe “irrilevante che si tratti di un atto/fatto contrattualmente previsto o non contrattualmente previsto, endocontrattuale o extracontrattuale, e via dicendo”, essendo evidente che le parti avevano inteso garantire il credito in tutti i casi in cui la risoluzione non fosse dipesa da essa S. S.p.A. (cfr. pag. 27 del ricorso).
  2. Il primo motivo di ricorso è infondato.

2.1. È noto, invero, che il giudice del merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti, ma deve aver riguardo al contenuto della pretesa fatta valere in giudizio (cfr. Cass. n. 7322 del 2019), ed è altrettanto pacifico che il principio secondo cui l’interpretazione delle domande, eccezioni e deduzioni delle parti dà luogo ad un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, non trova applicazione quando si assume che tale interpretazione abbia determinato un vizio riconducibile alla violazione del principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato (art. 112 c.p.c.) – o a quello del tantum devolutum quantum appellatum -, trattandosi, in tal caso, della denuncia di un error in procedendo che attribuisce alla Corte di cassazione il potere-dovere di procedere direttamente all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali e, in particolare, delle istanze e deduzioni delle parti (cfr. Cass. n. 17109 del 2009; Cass. n. 21421 del 2014; Cass. n. 29200 del 2018, in motivazione).

2.2. Inoltre, come questa Corte ha già più volte chiarito, non sussiste violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c. (che implica il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda), quando il giudice, senza alterare alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (petitum e causa petendi), proceda alla qualificazione giuridica dei fatti posti a base della domanda o delle eccezioni ed individui le norme di diritto applicabili, anche in difformità rispetto alla qualificazione della fattispecie operata dalle parti. Egli, infatti, sempre che non sostituisca la domanda proposta con una diversa (ossia fondata su una differente causa petendi, con mutamento dei fatti costitutivi del diritto fatto valere in giudizio, ovvero su una realtà fattuale non dedotta in giudizio dalle parti), ha il potere dovere di qualificare giuridicamente l’azione e di attribuire il nomen iuris al rapporto dedotto in giudizio. Non sussiste, pertanto, violazione dell’art. 112 c.p.c., allorquando il giudice, anche a prescindere dalle indicazioni delle parti e dalle censure contenute nell’atto d’impugnazione, proceda, come è sostanzialmente accaduto nella fattispecie de qua, alla qualificazione giuridica dei fatti posti a base della domanda o delle eccezioni ed individui le norme di diritto conseguentemente applicabili (cfr. Cass. Cass. n. 15925 del 2007; Cass. n. 23215 del 2010; Cass. n. 13945 del 2012; Cass. n. 513 del 2019; Cass. n. 5153 del 2019).

2.2.1. L’odierna censura della ricorrente è, dunque, infondata, perché oggetto del giudizio L.F., ex art. 98, erano l’accertamento della prededucibilità, o meno, del credito di cui la prima, già in sede di verifica, aveva ottenuto l’ammissione, benché solo in chirografo, per l’importo invocato, nonché la spettanza, ad esso, della prelazione ipotecaria invocata.

2.2.2. Il tribunale friulano si è pronunciato su tali punti, procedendo, sostanzialmente, alla qualificazione giuridica dei fatti posti a base della domanda dell’opponente e delle eccezioni della curatela, ed individuando le norme di diritto, a suo giudizio, applicabili, rivelatesi differenti rispetto a quelle richiamate dalle parti, ma senza assolutamente sostituire la domanda di S. S.p.A. con una diversa, né alterando alcuno degli elementi obiettivi di identificazione della prima (petitum e causa petendi) o valorizzando realtà fattuali non dedotte in giudizio dalle parti. Si deve, così, escludere qualsivoglia sua illegittima interferenza nel potere dispositivo delle parti.

  1. Il secondo motivo deve considerarsi in parte inammissibile e, per il resto, infondato.

3.1. È inammissibile, laddove si sostanzia in un sindacato sull’esito dell’interpretazione delle clausole contrattuali effettuato dal giudice a quo.

3.1.1. Invero, come ancora recentemente ribadito da Cass. n. 14938 del 2018 (cfr. in motivazione), il sindacato di legittimità sull’interpretazione degli atti privati, governata da criteri giuridici cogenti e tendente alla ricostruzione del loro significato in conformità alla comune volontà dei contraenti, costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, censurabile, in sede di legittimità, solo per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale (essendo, a questo scopo, imprescindibile la specificazione dei canoni e delle norme ermeneutiche che in concreto sarebbero state violate, puntualizzandosi – al di là della indicazione degli articoli di legge in materia – in quale modo e con quali considerazioni il giudice di merito se ne sarebbe discostato) e nel caso di riscontro di una motivazione contraria a logica ed incongrua, e cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione in sé (occorrendo, altresì, riportare, nell’osservanza del principio dell’autosufficienza, il testo dell’atto nella parte in questione). Inoltre, per sottrarsi al sindacato di legittimità, quella data dal giudice non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili e plausibili interpretazioni, per cui, quando siano possibili due o più interpretazioni (plausibili), non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (su tali principi, cfr., ex plurimis, Cass. n. 24539 del 2009, Cass. n. 2465 del 2015, Cass. n. 10891 del 2016; Cass. n. 7963 del 2018, in motivazione).

3.1.2. In altri termini, il sindacato suddetto non può investire il risultato interpretativo in sé, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ed afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà privata operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati.

3.1.3. La censura neppure può, poi, essere formulata mediante l’astratto riferimento a dette regole, essendo imprescindibile, come si è già anticipato, la specificazione dei canoni in concreto violati e del punto, e del modo, in cui il giudice di merito si sia, eventualmente, discostato dagli stessi, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella decisione impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni (cfr. Cass. n. 28319 del 2017; Cass. n. 25728 del 2013).

3.2. Nel quadro di detti principi, risulta chiaro che il motivo, così come esposto in ricorso, si risolve, essenzialmente, nel sostenere una diversa lettura del combinato disposto delle clausole contenute nell’art. 5.1. (“L’affitto avrà la durata di __ anni a decorrere dalla consegna del ramo di azienda, che avverrà il giorno __, e quindi dalla data del giorno __ alla data del giorno __”), art. 6.1. (“Quale corrispettivo per l’affitto del ramo di azienda le parti convengono un canone annuo di Euro __, oltre ad IVA, da corrispondersi in __rate mensili anticipate da Euro __ ciascuna”), art. 6.2. (“Alla stipula del presente contratto S. S.p.A. consegna a (OMISSIS) S.r.l. l’assegno circolare n. (OMISSIS) per Euro __, e assegni circolari n. (OMISSIS) (per Euro __) e (OMISSIS) (per Euro __), e quindi per complessivi Euro __ emessi in data odierna dalla Banca__, agenzia di (OMISSIS), a titolo di anticipo canoni di affitto futuri”) e art. 6.3 (“In considerazione dei pagamenti effettuati da S. S.p.A. mediante consegna a (OMISSIS) S.r.l. dell’assegno bancario per l’importo di Euro __ di cui alla lett. F delle premesse, nonché mediante la consegna dei tre assegni circolari per complessivi Euro __ di cui all’art. 6.2. che precede, contestualmente alla sottoscrizione del presente contratto (OMISSIS) S.r.l. consegna a S. S.p.A. la fattura quietanzata di Euro __ oltre I.V.A., pari a complessivi Euro __, avente ad oggetto il pagamento del primo canone di affitto ed il pagamento in conto anticipo di successivi canoni di affitto. I legali rappresentanti della (OMISSIS) S.r.l. rilasciano, pertanto, alla S. S.p.A. ampia e definitiva quietanza di saldo con dichiarazione di nulla più avere a pretendere al riguardo”) del contratto di affitto di azienda stipulato, il __, tra la S. S.p.A. e la (OMISSIS) S.r.l. in bonis.

3.2.1. Nella specie, però, il giudice di merito ha offerto una ricostruzione del contenuto di dette clausole, fornendo una motivazione argomentata, non sindacabile, dunque, in ordine alle ragioni dell’esito dell’interpretazione, che si sottrae a verifiche in questa sede.

3.3. La doglianza è poi infondata laddove invoca l’applicazione dell’art. 1185 c.c. (Il creditore non può esigere la prestazione prima della scadenza, salvo che il termine sia stabilito esclusivamente a suo favore. Tuttavia il debitore non può ripetere ciò ha pagato anticipatamente, anche se ignorava l’esistenza del termine. In questo caso, però, egli può ripetere, nei limiti della perdita subita, ciò di cui il creditore si è arricchito per effetto del pagamento anticipato), rivelandosi il richiamo a detto articolo non pertinente nella concreta vicenda oggi all’esame di questa Corte.

3.3.1. Quella disposizione, invero, – oltre a descrivere l’operatività del termine nel caso in cui esso sia da intendersi come previsto in favore del debitore – regola l’ipotesi in cui il debitore, malgrado benefici di un termine di adempimento a proprio favore, adempia anticipatamente il proprio obbligo, ma intenda successivamente ripetere quanto pagato.

3.3.2. La norma esclude l’applicabilità alla fattispecie della disciplina di cui agli artt. 2033 c.c. e segg.: nel caso di adempimento ante tempus si deve, infatti, negare la sussistenza di un pagamento non dovuto, in quanto l’obbligazione adempiuta dal debitore è effettivamente esistente tra il solvens e l’accipiens. Tuttavia il pagamento anticipato può costituire un arricchimento ingiustificato per il creditore (arricchimento rappresentato dal cd. interusurium, cioè dalla differenza tra il valore della prestazione anticipata e quello che la prestazione avrebbe avuto se fosse stata eseguita alla scadenza prevista, differenza a sua volta riconducibile al valore dei frutti prodotti dalla somma nel periodo intermedio, cui si accompagna un correlativo depauperamento nella sfera giuridica del solvens che giustifica la restituzione di ciò di cui l’accipiens si è arricchito).

3.3.3. Il contratto di affitto di ramo di azienda (di cui oggi si discute) rientra, invece, evidentemente, tra quelli di durata (ad esecuzione continuata) ed a prestazioni corrispettive: si tratta, cioè, di contratto in cui, da un lato, il prolungarsi della sua efficacia, vale a dire la durata dell’effetto, rientra nel contenuto diretto dell’obbligazione assunta, facendo, così, parte della prestazione considerata; dall’altro, nell’ambito di uno stesso strumento negoziale, sorgono contemporaneamente, nell’una e nell’altra parte, obblighi e diritti a prestazioni reciproche collegate tra loro da un vincolo di interdipendenza.

3.3.4. Pertanto, ove il godimento del ramo di azienda affittato non si realizzi per l’intero periodo pattuito dai contraenti a causa del corretto esercizio della facoltà di recesso riconosciuta, convenzionalmente o per legge, a ciascuna delle parti (come pacificamente è avvenuto, nella specie, per la S. S.p.A., dopo il recesso legittimamente esercitato, L.F., ex art. 79, dalla curatela del fallimento (OMISSIS) S.r.l.), il corrispettivo versato anticipatamente dall’affittuario in favore del concedente, nella misura in cui riguardi un periodo temporale successivo a tale recesso, rimane prestazione evidentemente priva di giustificazione causale propria di quello specifico contratto, né è dato sapere, in difetto di puntuale trattazione nella decisione oggi impugnata e, comunque, di adeguata allegazione sul corrispondente punto, se un siffatto pagamento dovesse imputarsi, nella odierna vicenda, ad una diversa operazione conclusa dalle parti contestualmente alla stipulazione di quel contratto e/o ad esso collegata.

  1. Il terzo motivo è infondato oltre che per quanto si è appena detto (da cui evidentemente consegue che l’obbligazione restitutoria, per i canoni successivi alla prima annualità di contratto e rivelatisi privi di giustificazione causale per quanto concerne il periodo temporale post recesso, L.F., ex art. 79 – nel testo, qui applicabile ratione temporis, modificato dal D.Lgs. n. 169 del 2007 – della curatela fallimentare della società concedente, doveva considerarsi sorta al momento stesso del loro pagamento anticipato), alla stregua delle seguenti, ulteriori ragioni.

4.1. Il contratto di affitto di azienda (o di un ramo di essa) non rientra tra i rapporti negoziali che si considerano sospesi all’atto della dichiarazione di fallimento, ma tra quelli che proseguono in costanza di tale procedura concorsuale e dai quali il curatore può recedere, a differenza dei contratti che, giusta la L. Fall., art. 72 (nel testo novellato dal D.Lgs. n. 5 del 2006 e D.Lgs. n. 169 del 2007), sono sospesi al momento della dichiarazione predetta.

4.1.1. Questa conclusione è resa palese dalla differente formulazione delle due norme (l’art. 72 ed il successivo art. 79). La L.F., art. 72, regola la possibilità di scioglimento, che è una facoltà attribuita al curatore per sterilizzare ex tunc gli effetti della sussistenza, all’atto della dichiarazione di fallimento, di un contratto a prestazioni corrispettive parzialmente ineseguito del quale il curatore non intende avvalersi (cfr. Cass. n. 17405 del 2009), contratto che deve ritenersi medio tempore sospeso (“se un contratto è ancora ineseguito o non compiutamente eseguito (…) l’esecuzione del contratto (…) rimane sospesa”) e che diviene definitivamente inopponibile alla massa per effetto della dichiarazione di scioglimento (“fino a quando il curatore (…) dichiara di (…) sciogliersi dal medesimo”).

4.1.2. Il tenore della L.F., art. 79, è, invece, opposto. Il fallimento non è causa di scioglimento del contratto di affitto d’azienda, da ciò derivandone, come corollario, che lo stesso prosegua. La prosecuzione è resa evidente dal fatto che lo strumento attribuito al curatore per non sottostare alla protrazione degli effetti della continuazione del contratto è il diritto di recesso, atto unilaterale recettizio che produce effetto dalla sua comunicazione e non dalla precedente dichiarazione di fallimento. Irretroattività confermata dal fatto che l’indennizzo dovuto alla controparte per effetto della comunicazione del diritto di recesso è credito prededucibile ex lege (l’indennizzo dovuto dalla curatela è regolato dall’art. 111, n. 1), a comprova che il credito, in quanto prededucibile, sorge in costanza di fallimento e, quindi, consegue al verificarsi degli effetti del recesso in pendenza di detta procedura concorsuale e non retroattivamente. Parimenti, è dal momento della comunicazione del recesso che il curatore ha diritto di rientrare in possesso dell’azienda (o di un suo ramo) affittata.

4.1.3. La ratio della nuova formulazione di tale norma, comportante l’insensibilità del rapporto d’affitto alla dichiarazione di fallimento di uno dei contraenti, ha la sua giustificazione nella esigenza di assicurare a ciascuno di loro la tutela del rispettivo interesse fino a quando essa non pregiudica in misura maggiore l’interesse dell’altro: la sospensione improvvisa del rapporto per effetto automatico della dichiarazione di fallimento, sia pure per il non lungo periodo di tempo concesso per l’esercizio della facoltà di recesso, condurrebbe, infatti, ad effetti potenzialmente dannosi per entrambe le parti, in quanto determinerebbe la cessazione immediata dell’esercizio dell’azienda ed il conseguente serio pericolo di perdita dell’avviamento e di disintegrazione dell’azienda medesima con pregiudizio dell’affittuario e grave impoverimento della massa attiva. Si è voluto, allora, salvaguardare il valore immateriale dell’azienda nel pur breve periodo di tempo occorrente a ciascuna delle parti per valutare la convenienza o meno della prosecuzione del contratto, mantenendo nel frattempo in essere il rapporto; ma se il curatore del fallimento della parte concedente recede dal contratto, egli risponderà verso l’affittuaria, come debito della massa, solo delle obbligazioni sorte a suo carico in quel limitato spazio temporale (si tratta – come affatto condivisibilmente osservato dalla curatela controricorrente – della obbligazione di far godere all’altra parte l’azienda, o il ramo di essa, che ne formava oggetto, ex art. 1571 c.c.) e non anche di obbligazioni restitutorie o di altro genere contrattualmente assunte dal contraente poi fallito, pena lo stravolgimento dei principi cardine del diritto fallimentare.

4.2. Fermo quanto precede, osserva il Collegio che la richiesta di restituzione dei canoni già versati ante fallimento con riguardo ad un periodo temporale rivelatosi successivo all’avvenuto legittimo esercizio della facoltà di recesso, L.F., ex art. 79, ad opera della curatela fallimentare della società concedente, deve considerarsi, alla stregua di quanto si è detto disattendendosi il secondo motivo dell’odierno ricorso, un indebito oggettivo: essa, infatti, concerne il pagamento di una somma effettuato, appunto, prima del fallimento, e per il quale, in conseguenza del descritto recesso di cui si è avvalsa la curatela fallimentare della società concedente, non è più configurabile il carattere di corrispettività rispetto all’utilizzo del ramo di azienda affittato, ormai impossibile dopo l’esercizio del menzionato recesso e la restituzione del ramo di azienda medesimo.

4.2.1. In altri termini, le peculiarità derivanti dall’essere l’affitto di azienda (o di un ramo di essa) un contratto, come si è visto, a prestazioni corrispettive e ad esecuzione continuata, impongono di concludere nel senso che, una volta reciso, per effetto dell’esercitato recesso L.F., ex art. 79, il vincolo di sinallagmaticità tra i canoni, già versati, afferenti un periodo temporale rivelatosi successivo all’efficacia di detto recesso, ed il godimento dell’azienda stessa, o di un suo ramo, perché – come pacificamente accaduto nella specie – già restituiti alla concedente fallita, il credito restitutorio per l’anticipato pagamento dei primi non può godere della prededuzione ex lege prevista dalla L.F., art. 79 e da quest’ultimo limitata al solo indennizzo a favore dell’affittuario e non a debiti diversi.

4.2.2. Del resto, questa Corte ha già affermato che la L.F., art. 111, comma 2, considerando prededucibili i crediti “sorti in occasione o in funzione” delle procedure concorsuali, li individua, alternativamente, sulla base di un duplice criterio, cronologico e teleologico, il primo dei quali va implicitamente integrato con la riferibilità del credito all’attività degli organi della procedura (cfr. Cass. n. 20113 del 2016, successivamente richiamata, in motivazione, dalla più recente Cass. n. 18488 del 2018). Il carattere alternativo dei predetti criteri non consente, peraltro, l’estensione della prededucibilità a qualsiasi obbligazione caratterizzata da un sia pur labile collegamento con la procedura concorsuale, dovendosi in ogni caso accertare, con valutazione da compiersi ex ante, il vantaggio arrecato alla massa dei creditori. Non è sufficiente, dunque, affinché il credito sia ammesso al concorso in prededuzione, che lo stesso – in thesi – abbia a maturare durante la pendenza di una procedura concorsuale, essendo presupposto indefettibile, per il riconoscimento del detto rango, che la genesi dell’obbligazione sia temporalmente connessa alla pendenza della procedura medesima, perché, in caso contrario, tutti i crediti sorti nell’ambito dei rapporti di durata sarebbero prededucibili.

4.2.3. Nella vicenda all’esame, invece, tutto quanto si è già riferito circa la natura e le caratteristiche di contratto a prestazioni corrispettive e di durata dell’affitto di azienda (o di un suo ramo), il puntuale contenuto delle clausole contenute negli artt. 5.1., 6.2. e 6.3 dell’accordo stipulato, il __, tra la S. S.p.A. e la (OMISSIS) S.r.l. in bonis, e la specifica disciplina dettata dal vigente L.F., art. 79, induce a concludere nel senso che la genesi del credito da restituzione dei canoni anticipatamente versati dall’affittuaria per un periodo temporale rivelatosi successivo all’avvenuto recesso legittimamente esercitato dalla curatela della fallita società concedente debba rinvenirsi in un momento precedente al fallimento di quest’ultima, così da precludere a quel credito la collocazione in prededuzione oggi invocata dalla ricorrente.

4.3. Da ultimo, merita di essere rimarcato che la giurisprudenza di legittimità ha già chiarito (cfr. Cass. n. 22274 del 2017) che la L.F., art. 74, oggi invocato dalla S. S.p.A. a sostegno della pretesa prededucibilità del proprio credito (cfr. pag. 23 e ss. del ricorso), nello stabilire che il curatore che subentra in un contratto ad esecuzione continuata o periodica deve pagare integralmente anche il prezzo delle consegne già avvenute o dei servizi già erogati, non costituisce attuazione concreta di un principio generale attinente alla natura del contratto, ma detta una disciplina di carattere eccezionale, che non può trovare applicazione in tutti gli altri casi di continuazione del rapporto, nel corso di procedure concorsuali, cui tale disciplina non sia espressamente estesa.

4.3.1. Infatti nei contratti di durata, quale quello di affitto di azienda o di un suo ramo – in cui all’unità sinallagmatica della fase genetica corrisponde la continuità della fase esecutiva – ogni atto di prestazione e controprestazione, pur non estinguendo il vincolo negoziale, non costituisce adempimento parziale, ma adempimento pieno delle obbligazioni che da esso sorgono: il subentro del curatore nel contratto, pertanto, non impedirebbe di per sé di operare una distinzione – che è preclusa unicamente dalla norma in esame – fra i crediti dell’affittuario aventi natura concorsuale perché sorti in data anteriore al fallimento e quelli aventi natura prededudicibile perché sorti in data posteriore.

  1. Insuscettibile di accoglimento è, infine, anche il quarto motivo di ricorso.

5.1. Da un lato, infatti, esso mira a contestare l’interpretazione fornita dal tribunale friulano quanto all’ambito operativo della clausola contenuta all’art. 7 (“A garanzia della restituzione della somma anticipata da S. S.p.A. in caso di risoluzione anticipata del presente contratto per fatto o colpa di (OMISSIS) s.r.l., la società (OMISSIS) S.r.l. stessa, (…), concede a favore di S. S.p.A., che accetta, l’ipoteca di terzo e quarto grado sui beni immobili di seguito descritti…”), sicché varrebbero anche qui i principi tutti già esposti – in relazione al secondo motivo – circa i limiti del sindacato di questa Corte sull’interpretazione, ad opera del giudice di merito, degli atti negoziali delle parti.

5.1.1. Dall’altro, questo Collegio reputa affatto condivisibile quanto osservato dal tribunale suddetto, secondo cui la facoltà di recesso esercitata dal curatore L.F., ex art. 79, non trova fonte nel contratto di affitto di azienda, bensì nella legge, sicché dall’esercizio di tale facoltà non possono derivare gli effetti che le originarie parti contrattuali hanno convenzionalmente stabilito in caso di risoluzione anticipata per fatto o colpa del concedente.

5.1.2. Giova rimarcare, invero, che recesso e risoluzione contrattuale sono istituti distinti, benché entrambi volti a comportare lo scioglimento da un vincolo contrattuale. In linea generale, il recesso è la facoltà concessa, direttamente dal contratto o dalla legge (come, per quanto qui di interesse, l’ipotesi di cui alla L.F., art. 79), ad uno o ad entrambi i firmatari del contratto di interrompere con effetto immediato ed istantaneo il rapporto giuridico, salvo eventuali preavvisi. Si tratta, dunque, del normale esercizio di un diritto riconosciuto dalla legge o da una clausola contrattuale, a prescindere da situazioni di crisi o di illeciti posti in essere da una delle due parti. La risoluzione, invece, è una causa di scioglimento del contratto generalmente dovuta ad una patologia del rapporto contrattuale o al comportamento di una delle due parti.

5.1.3. È evidente, dunque, che avendo, nella concreta fattispecie, i contraenti fatto puntuale riferimento, quanto alla garanzia ipotecaria sancita per la restituzione delle somme anticipate da S. S.p.A., al caso della risoluzione anticipata del presente contratto per fatto o colpa di (OMISSIS) S.r.l., del tutto correttamente il giudice di merito ha ritenuto inoperante la medesima garanzia per la diversa ipotesi dell’esercizio legittimo della facoltà di recesso attribuita alle parti dalla L.F., art. 79.

  1. Il ricorso, dunque, va respinto, restando le spese di questo giudizio di legittimità regolate dal principio di soccombenza, dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (applicabile ratione temporis, essendo stato il ricorso proposto l’11 aprile 2018), in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione: norma in forza della quale il giudice dell’impugnazione è vincolato, pronunziando il provvedimento che definisce quest’ultima, a dare atto della sussistenza dei presupposti (rigetto integrale o inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) per il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione proposta.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna la S. S.p.A. al pagamento, in favore della curatela controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro __ per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro __, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della medesima ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez_I_Sent_10_10_2019_n_25470




Azione revocatoria fallimentare

Azione revocatoria fallimentare

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 25852 del 14/10/2019

Con ordinanza del 14 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che nell’azione revocatoria fallimentare, avente ad oggetto la dichiarazione di inefficacia di più rimesse bancarie, non viene proposta una sola domanda, ma tante domande quante sono quelle ritenute revocabili, essendo fondate su fatti costitutivi diversi, sicché, ove nell’atto di citazione sia stata richiesta la revoca di un loro determinato numero, individuato attraverso il rinvio ad una consulenza di parte, costituisce inammissibile domanda nuova, la pretesa di ottenere l’inefficacia di altre rimesse in sede di precisazione delle conclusioni, ancorché nei limiti della somma complessiva di cui si è invocata la condanna con l’atto introduttivo della lite.


Azione revocatoria fallimentare

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 25852 del 14/10/2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __- Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso __ proposto da:

I. S.p.A. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

avverso la sentenza n. __ della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 10/07/2019 dal cons. Dott. FEDERICO GUIDO.

Svolgimento del processo

La Corte d’Appello di Perugia, con la sentenza n. __ pubblicata il __, confermando la sentenza di primo grado, ha dichiarato inefficaci L.F., ex art. 67, comma 2 nei confronti della curatela fallimentare le rimesse, aventi natura solutoria, affluite sul conto corrente n. (OMISSIS) acceso da (OMISSIS) srl presso B., nel periodo dal __ al __ e per l’effetto ha condannato la convenuta al pagamento di __ Euro oltre ad interessi.

La Corte territoriale ha ritenuto che fosse provata la scientia decoctionis in capo alla convenuta, considerato che risultava dall’espletata istruttoria che l’istituto di credito aveva preteso di visionare non solo i bilanci di esercizio ma anche le situazioni patrimoniali provvisorie della società debitrice ed inoltre che le risultanze del bilancio di esercizio della (OMISSIS) srl consentivano certamente di rilevare la gravi difficoltà finanziarie della medesima, divenute irreversibili a seguito della consistente perdita di esercizio risalente al __ che, erodendone il patrimonio aziendale, ne aveva determinato il dissesto.

Il giudice di appello, con riferimento al quantum della statuizione di condanna, riteneva inoltre che non fosse stata ampliata la materia del contendere, mediante l’inclusione di rimesse che non erano state contemplate in atto di citazione, in quanto la curatela aveva unicamente precisato l’ammontare delle rimesse revocabili sulla base delle risultanze della CTU; riteneva altresì che la domanda fosse sufficientemente precisa, considerata la specifica indicazione del conto corrente sul quale le rimesse erano affluite e del periodo di tempo considerato (anno anteriore alla dichiarazione di fallimento), elementi tali da consentire alla banca convenuta la sufficiente individuazione dell’oggetto della domanda ed il pieno esercizio del proprio diritto di difesa.

Per la cassazione di tale pronuncia propone ricorso, con due motivi, illustrati da memoria ex art. 380 bis, 1, c.p.c., I. S.p.A.

La curatela fallimentare resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Deve in via pregiudiziale disattendersi l’eccezione, sollevata dal controricorrente, di inesistenza della notifica del ricorso per cassazione, in quanto effettuata presso il precedente domiciliatario e non anche presso il procuratore costituito nel nuovo domicilio, come prescrive l’art. 330 c.p.c., comma 1.

Si osserva, in contrario, che l’inesistenza della notificazione del ricorso per cassazione è configurabile, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, oltre che in caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’attività priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a rendere riconoscibile un atto qualificabile come notificazione, ricadendo ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale nella categoria della nullità.

Tali elementi consistono: a) nell’attività di trasmissione, svolta da un soggetto qualificato, dotato, in base alla legge, della possibilità giuridica di compiere detta attività, in modo da poter ritenere esistente e individuabile il potere esercitato; b) nella fase di consegna, intesa in senso lato come raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento (in virtù dei quali, cioè, la stessa debba comunque considerarsi, ex lege, eseguita), restando, pertanto, esclusi soltanto i casi in cui l’atto venga restituito puramente e semplicemente al mittente, così da dover reputare la notificazione meramente tentata ma non compiuta, cioè, in definitiva, omessa (Cass., Sez.U.14916/2016).

Nel caso di specie non è configurabile nessuna di tali ipotesi, eccezionali, di inesistenza della notifica, con la conseguenza che la costituzione della controricorrente, curatela del fallimento (OMISSIS) S.r.l., ha sanato la nullità della notifica del ricorso, in quanto effettuata presso l’originario domiciliatario, successivamente revocato dalla curatela medesima.

Il primo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e della L.F., art. 67, rilevando che la curatela attrice nell’atto di citazione aveva limitato la propria domanda alla revoca delle rimesse indicate, per relationem, nell’allegata consulenza di parte ed il cui ammontare complessivo era coincidente con l’importo indicato in atto di citazione, pari a __ Euro; da ciò la violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto il giudice aveva condannato la banca al maggior importo di __ Euro oltre ad interessi.

Il motivo è fondato.

La Corte territoriale ha infatti ritenuto che il petitum, come formulato nell’atto di citazione, avesse ad oggetto l’intero ammontare delle rimesse revocabili effettuate sul c/c n. (OMISSIS), acceso dalla debitrice presso la banca convenuta, nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, onde il riferimento alla allegata consulenza di parte non costituiva limitazione della domanda.

Tale statuizione non è conforme a diritto.

Si osserva in contrario che, come desumibile dal contenuto dell’atto di citazione, riprodotto nel corpo del ricorso (pag. 10), la curatela ha fatto specifico riferimento “ai versamenti e pagamenti, comunque effettuati tra il __ e __ meglio individuati negli estratti conto del c/c (OMISSIS) scoperto… chiaramente riordinati secondo il saldo disponibile nella Ctp redatta dalla Dott. M. che si allega”. L’attrice ha poi espressamente collegato (“Piaccia di conseguenza… condannare”) l’ammontare della somma richiesta in atto di citazione alle rimesse indicate nella CTP allegata, il cui importo, pari ad Euro __, corrisponde alla somma delle rimesse indicate come revocabili nella consulenza di parte e chiesta dall’attrice nell’atto di citazione.

Orbene, come questa Corte ha già affermato, nell’azione revocatoria fallimentare, avente ad oggetto la dichiarazione di inefficacia di più rimesse bancarie solutorie, non viene proposta una sola domanda, ma tante domande quante sono le rimesse ritenute revocabili, trattandosi di domande fondate su fatti costitutivi diversi, sicché, ove in sede di precisazione delle conclusioni sia richiesta la revoca di un maggior numero di rimesse, rispetto a quelle indicate nell’atto di citazione, deve ritenersi che sia stata proposta una inammissibile domanda nuova, poiché l’estensione della revoca comporta il riferimento a fatti costitutivi nuovi e non allegati con l’originario atto di citazione (Cass. 13767/2015; 17090/2008).

Nel caso di specie, i fatti costitutivi specificamente indicati in atto di citazione erano costituti dalle singole rimesse qualificate come revocabili nella consulenza di parte, mentre la riserva adoperata in atto di citazione (maggior somma risultante dall’istruttoria) non appare idonea a giustificare l’estensione generalizzata al maggior importo richiesto in sede di precisazione delle conclusioni, se non nei limiti delle rimesse – quali fatti costitutivi del credito – indicate nell’allegata consulenza di parte.

Tale richiesta, di una maggiore somma risultante dall’istruttoria, infatti, non opera sul piano della causa petendi, ma su quello, distinto, del petitum e non vale dunque a sopperire alla mancata indicazione della causa petendi e dunque a giustificare il riferimento a fatti costitutivi nuovi (nel caso di specie le ulteriori rimesse revocabili) non indicate nell’atto di citazione a fronte di quelle specificamente identificate (per relationem) in tale atto.

Va invece rilevata l’inammissibilità, per novità, della questione relativa alla restituzione, ad essa ricorrente, della differenza tra l’importo spontaneamente pagato e quello effettivamente dovuto, posto che nessuna pronunzia risulta emessa al riguardo dal giudice di appello.

Ciò comporta che trattandosi di questione nuova, il relativo scrutinio in sede di legittimità non è ammissibile.

È infatti giurisprudenza pacifica di questa Corte che i motivi del ricorso per Cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in Cassazione questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase del merito e non rilevabili d’ufficio (Cass. 4787/2012).

Il ricorrente, pertanto, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione avanti al giudice del merito, ma anche di indicare in quale atto del precedente giudizio lo abbia fatto (Cass. 2140/2006).

Il secondo motivo denuncia violazione della L. Fall., art. 67 e degli artt. 2722 e 2729 c.c., lamentando l’inidoneità degli elementi in forza dei quali la Corte d’Appello ha ritenuto la sussistenza in capo alla banca della scientia decoctionis, in relazione all’intero periodo compreso tra il __ ed il __.

In particolare, ad avviso della ricorrente l’elemento direttamente riconducibile alla sfera cognitiva della banca è rappresentato dal fatto che quest’ultima aveva chiesto le situazioni patrimoniali provvisorie della debitrice, monitorandone l’andamento mediante l’esame della Centrale rischi, ma la motivazione non indica a quando risalirebbero le situazioni patrimoniali provvisorie prese in esame dalla banca idonee a rappresentare lo stato di dissesto, né quali dati desumibili dalla Centrale Rischi fossero idonei a rappresentare l’insolvenza della debitrice.

Anche avuto riguardo alla consistente perdita di esercizio risalente all’anno __, tale dato è apprezzabile solo con il deposito del bilancio di esercizio chiuso al __.

Il motivo è fondato.

Il consolidato indirizzo di questa Corte, sopra ricordato, che qualifica le singole rimesse revocabili come autonomi fatti costitutivi del diritto, implica che costituisce onere della curatela attrice indicare con esattezza la data a partire dalla quale può ritenersi sussistente la scientia decoctionis in capo alla convenuta.

Tale data può infatti essere anteriore al c.d. periodo sospetto (anno anteriore alla sentenza di fallimento), ed in tal caso l’accertamento della sua sussistenza coprirà tutte le rimesse aventi natura solutoria comprese in tale periodo; la prova della scientia decoctionis peraltro, potrà ritenersi acquisita sulla base di elementi presuntivi dotati di sufficiente gravità ed univocità in relazione alla percezione dell’insolvenza da parte del convenuto in revocatoria, in data successiva rispetto all’anno anteriore: in tal caso, evidentemente, solo le rimesse successive a tale data potranno essere oggetto della domanda.

Non viene dunque in rilievo la valutazione in ordine alla sussistenza della scientia decoctionis in capo alla banca, accertata da entrambi i giudici di merito, con adeguato apprezzamento di merito, che non risulta censurato dalla ricorrente.

La Corte territoriale ha però omesso di determinare con precisione la data a partire dalla quale detta consapevolezza possa ritenersi sussistente, posto che tale accertamento, necessario al fine di individuare le singole rimesse revocabili, non può implicitamente desumersi, per relationem, dagli indici ed elementi presuntivi indicati nella sentenza impugnata.

Non risulta, infatti, a quale data risalga l’esame della situazione patrimoniale idonea a rappresentare il dissesto della debitrice o gli elementi, tratti dalla consultazione della Centrale rischi, da cui desumere la irreversibilità della situazione economico finanziaria della debitrice.

Del pari, il fondamentale elemento valorizzato nella sentenza impugnata, vale a dire la consistente perdita di esercizio della debitrice risalente al __, in assenza di specifica allegazione e prova che tale perdita di esercizio era stata rilevata e presa in esame dalla banca in epoca anteriore, attraverso periodico esame della situazione patrimoniale della debitrice, risulta apprezzabile solo con il deposito del bilancio, vale a dire, nei primi mesi del __.

È inoltre vero che la Corte territoriale ha dato atto (a pag. 4 della sentenza) che i testi escussi nel giudizio di primo grado avevano tutti affermato che la debitrice, già nel secondo semestre del __, non pagava i propri dipendenti o li pagava con molto ritardo, non pagava i contributi degli enti previdenziali ed assistenziali e non pagava i fornitori, ed inoltre che quando la debitrice effettuava dei pagamenti vi provvedeva con assegni postdatati al di fuori di qualsiasi affidamento e che le rimesse bancarie rimanevano per la quasi totalità insolute.

Ma pure tali circostanze riferite dai testi, da un lato non sono di per sé necessariamente percepibili con immediatezza da parte della banca, ma soprattutto riguardano genericamente il secondo semestre dell’anno __, laddove le prime rimesse oggetto di revoca risalgono già alla fine di giugno del __ e quindi entro il primo semestre.

In assenza della precisa individuazione della data in cui, sulla base di indici gravi, precisi e concordanti, può ritenersi raggiunta la effettiva conoscenza in capo alla banca convenuta della situazione di dissesto della debitrice, la statuizione che ha dichiarato inefficaci tutte le rimesse solutorie eseguite sul conto corrente di riferimento nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento non è dunque conforme a diritto.

Il ricorso va dunque accolto nei sensi di cui in motivazione.

La sentenza impugnata va dunque cassata e la causa va rinviata, per nuovo esame, ad altra sezione della Corte d’Appello di Perugia, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Perugia.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2019

Cass_civ_Sez_I_Ord_14_10_2019_n_25852




La società di capitali, con partecipazione pubblica, è assoggettabile al fallimento

La società di capitali, con partecipazione pubblica, è assoggettabile al fallimento

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27865 del 30/10/2019

Con ordinanza del 23 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che la società di capitali con partecipazione in tutto o in parte pubblica, è assoggettabile al fallimento in quanto soggetto di diritto privato agli effetti dell’art. 1 L.F., essendo la posizione dell’ente pubblico all’interno della società unicamente quella di socio in base al capitale conferito, senza che gli sia consentito influire sul funzionamento della società avvalendosi di poteri pubblicistici.

 


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27865 del 30/10/2019

La società di capitali, con partecipazione pubblica, è assoggettabile al fallimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso __ proposto da:

Fallimento (OMISSIS) – ricorrente –

contro

(OMISSIS) S.p.A.  – controricorrente incidentale –

contro

Comune di B., Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di N. – intimati –

avverso la sentenza n. 23315/2018 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di ROMA, depositata il 27/09/2018;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal Cons. __;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale __, che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso principale; l’assorbimento del ricorso incidentale; in via del tutto subordinata l’accoglimento del ricorso principale, cassazione della pronuncia della Suprema Corte e, in sede rescissoria, l’accoglimento dei motivi primo e secondo ed inammissibilità dei motivi terzo e quarto del ricorso principale; rigetto del ricorso incidentale.

udito per il ricorrente l’Avv. __, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale ed il rigetto del ricorso incidentale;

udito per la controricorrente e ricorrente incidentale l’Avv. __, con delega orale dell’Avv. __, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale e l’accoglimento del ricorso incidentale.

Svolgimento del processo

La corte d’appello di Napoli, con sentenza in data __, notificata in pari data a cura della cancelleria a mezzo posta elettronica certificata, accoglieva il reclamo ex art. 18 L.F. proposto da (OMISSIS) S.p.A., d’ora in poi, breviter, (OMISSIS) e revocava la sentenza del __ con la quale il tribunale di Benevento ne aveva dichiarato il fallimento, oltre al decreto col quale era stata revocata l’ammissione della società al concordato preventivo.

Specificamente la corte d’appello fondava la decisione sul rilievo di intervenuta violazione dei limiti del sindacato in ordine alla fattibilità giuridica nel piano concordatario, avendo il tribunale avuto riguardo al profilo economico del merito e della convenienza, rimesso esclusivamente ai creditori.

Il Fallimento proponeva ricorso per cassazione in quattro motivi, ai quali la società resisteva con controricorso, spiegando a propria volta due motivi di ricorso incidentale condizionato.

Questa Corte, con sentenza n. __ in data __, dichiarava improcedibile il ricorso principale e assorbito l’incidentale condizionato. Osservava che era mancata l’attestazione di conformità della copia notificata telematicamente dal Fallimento ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3-bis. Dopodiché, su richiesta del procuratore generale, la Corte, ai sensi dell’art. 363 c.p.c., pronunciava il principio di diritto nell’interesse della legge.

Il Fallimento (OMISSIS) ha impugnato per revocazione la sentenza n. __, adducendo l’errore di fatto consistito nel non essersi il collegio avveduto dell’esistenza in atti di un identico ricorso in formato cartaceo, notificato a mezzo di ufficiale giudiziario a mani proprie, presso il domicilio eletto dalla società nel giudizio di reclamo.

A dire dell’istante tale fatto, se opportunamente scrutinato, mai avrebbe potuto comportare la declaratoria di improcedibilità.

In consecuzione il Fallimento ha riprodotto i motivi a suo tempo formulati contro la sentenza della corte d’appello di Napoli.

La società (OMISSIS) si è costituita resistendo e in subordine ha riproposto i motivi di ricorso incidentale condizionato.

Il comune di B., originariamente non costituito, è rimasto intimato anche in questo giudizio.

Il Fallimento ha depositato una memoria.

Motivi della decisione

Il ricorso per revocazione è fondato.

Dagli atti in effetti risulta che il Fallimento, oltre a quello predisposto in modalità analogica, notificato telematicamente ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3-bis aveva altresì depositato in cancelleria la copia conforme del ricorso per cassazione predisposto in modalità cartacea e notificato a mezzo di ufficiale giudiziario.

Tanto si evince dal timbro di deposito della cancelleria della Corte, che in data __ attesta il fatto.

Poco importa che l’attestazione indichi nel __ la data del perfezionamento della suddetta notifica, anziché, come si sarebbe dovuto, nel di successivo __. Invero quel che rileva è l’attestazione di avvenuto deposito della copia cartacea notificata a mano. Cosa del resto assolutamente pacifica anche in base al controricorso della società.

La difesa di (OMISSIS) ha eccepito che la suddetta ulteriore notifica del ricorso tramite ufficiale giudiziario non avrebbe potuto esser presa in considerazione ai fini dell’instaurazione del giudizio di cassazione e della correlata litispendenza, poiché si era perfezionata appunto il __, dopo quella telematica del __. Essa difesa ricorda che il momento di ricezione, e di perfezionamento, della notifica telematica viene a coincidere con quello di spedizione; per cui sostiene che, unico essendo il momento notificatorio, solo alla notifica telematica si sarebbe potuto far riferimento per ciò che concerne gli effetti dell’atto processualmente rilevanti.

L’eccezione non ha molto senso, visto che l’istanza di revocazione è stata affidata al semplice assunto che la presenza in atti del ricorso predisposto e notificato anche in forma ordinaria impediva la declaratoria di improcedibilità per mancata attestazione di conformità della copia notificata telematicamente.

Poiché peraltro si discute della declaratoria di improcedibilità ex art. 369 c.p.c., è infondato affermare che il raggiungimento dello scopo della notificazione in modalità telematica toglieva ogni effetto processualmente rilevante alla seconda notifica.

Proprio la declaratoria era in vero impedita dalla presenza in atti del ricorso notificato anche in modalità ordinaria.

Lo era in virtù della regola dettata dall’art. 387 c.p.c., che prevede l’impossibilità di riproporre il ricorso (come del resto l’appello, ai sensi dell’art. 358 c.p.c.) solo ove questo sia stato dichiarato inammissibile o improcedibile.

Tale regola, per quanto relativa alla riproposizione del ricorso, vale anche, e a maggior ragione, ove si sia in presenza di un unico ricorso notificato in duplice formalità, essendo correlata al più generale principio di consumazione della potestà di impugnare, limitato al caso della previa proposizione di un’impugnazione valida.

La conseguenza specifica della norma è dunque esattamente opposta a quanto predicato dalla controricorrente, nel senso che prima che l’inammissibilità o l’improcedibilità siano dichiarate è sempre possibile proporre un (o, il che è lo stesso, dare rilievo a un) ulteriore atto di impugnazione, salvo che non sia decorsa medio tempore una decadenza (Cass. n. 24332-16, Cass. n. 22929-17).

Nella specie non viene in questione il verificarsi di una decadenza, sicché l’esistenza in atti del ricorso procedibile, in quanto predisposto e notificato in forma ordinaria, ove fosse stata riscontrata avrebbe consentito senz’altro di evitare la dichiarazione di improcedibilità per i vizi di quello in modalità telematica.

La statuizione resa dalla sentenza di questa Corte n. 23318-18 consegue a un errore di fatto percettivo, e poiché l’errore è causale va revocata.

Non può darsi seguito all’obiezione al riguardo formulata dal procuratore generale.

L’essere stata semplicemente sollecitata la verifica del profilo di procedibilità del ricorso all’udienza pubblica di allora (l’ud. del __), da parte del rappresentante della procura generale, ha un connotato talmente generico da non consentire di trarne alcuna conseguenza ai fini dell’art. 395 c.p.c., n. 4. In particolare non si può affermare che proprio il profilo della presenza o meno dell’attestazione di conformità della copia notificata telematicamente dal Fallimento ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 3-bis a fronte della esistenza anche della copia notificata in formalità ordinaria, avesse costituito il punto controverso tra le parti, e tanto meno (attesa l’inesistenza di passaggi dedicati alle possibili distinte tesi) che la ripetuta sentenza n. 23315-18 abbia ritenuto di pronunciare su tale punto controverso.

Alla revocazione della sentenza citata deve conseguire l’esame dei ricorsi, principale e incidentale, proposti contro la sentenza della corte d’appello di Napoli che ha revocato il fallimento di (OMISSIS) S.p.A.

Il ricorso principale consta di quattro motivi.

Col primo è dedotta la violazione o falsa applicazione degli artt. 186-bis, 173 e 162 L.F., poiché il controllo svolto dal tribunale di Benevento all’atto della revoca del concordato preventivo non era impedito dalla questione di fattibilità economica, essendosi concretizzato in una prognosi di concreta non realizzabilità (della causa) del piano concordatario certamente compresa nelle prerogative del giudice in virtù dei più penetranti poteri attivati dalla prospettiva della continuità aziendale.

Col secondo mezzo è dedotta la violazione o falsa applicazione dell’art. 173 L.F., nonché degli artt. 1175 e 1375 c.c., per avere la corte territoriale erroneamente considerato irrilevante, per l’esistenza di documentazione sufficiente acquisita d’ufficio dai commissari giudiziali, il profilo della carenza dei flussi informativi richiesti alla debitrice.

Col terzo mezzo è dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo e la violazione o falsa applicazione dell’art. 186-bis, u.c., L.F. con riferimento agli elementi relativi alle risultanze del conto economico e dello stato patrimoniale della società, confermativi di una gestione concordataria in costante perdita e della conseguente erosione del capitale.

Col quarto motivo infine è dedotta la violazione o falsa applicazione dell’art. 5 L.F. a proposito della sussistenza dello stato di insolvenza.

Il primo motivo è fondato.

La corte d’appello di Napoli non ha smentito, in punto di fatto, quanto dal tribunale di Benevento accertato a proposito del progressivo aumento dell’indebitamento della società e della correlata progressiva erosione della già limitata consistenza patrimoniale normativamente posta a garanzia del ceto creditorio; non ha smentito neppure che i flussi di cassa erano tali da non coprire gli assorbimenti di capitale circolante prodotti dalla gestione, a proposito del fabbisogno relativo ai debiti indicati nel piano concordatario.

La corte d’appello – per quanto all’esito di una lunga esposizione – si è limitata a sostenere che “la correzione della situazione economico-finanziaria di (OMISSIS) operata dal tribunale, non appariva di per sé sola sufficiente a palesare l’assoluta e manifesta inettitudine del piano presentato dal debitore e (per quanto accertato dallo stesso tribunale) approvato dai creditori a raggiungere gli obiettivi prefissati (superamento della crisi e soddisfazione dei creditori chirografari in un tempo ragionevole)”.

A suo dire, il corretto appostamento delle quote del TFR aveva avuto un’incidenza limitata e non determinante su una sola delle attività concorrenti al soddisfacimento del fabbisogno concordatario, e segnatamente sul cd. cash flow derivante dalla gestione nel periodo __. E in ogni caso il tribunale non aveva tenuto conto (i) delle misure compensative, quale la perdita di una importante fonte di autofinanziamento costituita dall’accantonamento per TFR; (ii) del risultato positivo di gestione nel periodo __ e __ rispetto ai flussi di cassa di cui al piano industriale; (iii) della circostanza che alla prevista riduzione del flusso finanziario, derivata dalla non prevista uscita di cassa per TFR, aveva corrisposto una riduzione di egual misura dell’indebitamento post-concordatario.

Da tali enunciazioni – di cui ben vero non appare chiara neppure la rilevanza rispetto al concordato che la stessa corte d’appello, in altra parte della motivazione, ha confermato esser stato predisposto in continuità – la sentenza si è tuttavia limitata a trarre un giudizio sui limiti del sindacato giurisdizionale, così specificamente concludendo: “alla stregua delle considerazioni che precedono (..) i rilievi mossi dal tribunale riguardo alla effettiva realizzabilità dei flussi finanziari del periodo __ previsti nel piano, lungi dal rappresentare indici rivelatori univoci di manifesta ed effettiva inettitudine dello stesso piano a realizzare gli obiettivi prefissati, investono in realtà il merito del giudizio di fattibilità economica, ossia la valutazione in ordine alla probabilità di successo economico del piano ed i rischi ad essa inerenti, valutazione (..) dal legislatore riservata ai creditori”.

Ad analoga valutazione la corte del merito ha sottoposto:

(a) il rilievo del tribunale per cui il ricavato dell’alienazione degli immobili apportati dal comune di B., a garanzia dei medesimi flussi finanziari, non potesse comunque compensare la riduzione del flusso di cassa (per l’aleatorietà e la differente tempistica di realizzo);

(b) l’analisi del conto economico prospettico del piano industriale e del relativo flusso di cassa, dal tribunale pure effettuata con esito confermativo della ritenuta irrealizzabilità del piano – perché viziata dalla solo ipotetica e comunque sovrastimata consistente crescita dei ricavi derivanti dal mercato rispetto alla ipotizzata riduzione di quelli riconducibili direttamente al comune, alla luce dei dati emergenti dal conto consuntivo e dalla proiezione al __; e perché incompleta nell’indicazione dei profili tributari e fiscali. E in ultimo ha osservato che la situazione complessiva costì emergente, parametrata a quella esaminata dal tribunale al momento del decreto 10-6-2015 di ammissione alla procedura, era rimasta sostanzialmente immutata. Il che – ha detto – non consentiva di sostenere con ragionevoli margini di certezza, al 30-9-2015 (data di riferimento delle valutazioni), che la medesima condizione di assoluta irrealizzabilità del piano industriale e dunque l’impossibilità di conseguire attraverso la prosecuzione dell’attività d’impresa il risanamento della società debitrice – non fosse prevedibile fin da allora.

Con una tal sequela di enunciati, la corte d’appello di Napoli ha infranto il principio rilevante in materia, quando è in discussione l’idoneità del piano a realizzare la causa concreta del concordato.

In generale, in tema di concordato preventivo, il tribunale è tenuto a una verifica della fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, e tale fattibilità è concetto ben diverso dalla convenienza economica, questa seconda riservata invece ai creditori.

La verifica di fattibilità comprende sia l’aspetto giuridico sia l’aspetto economico del concordato, perché entrambe le valutazioni si impongono nel perimetro dell’unica complessiva attinente alla realizzabilità prima facie (ovvero alla plausibilità) della causa concreta (v. per riferimenti Cass. n. 5825-18). Questa Corte ha invero chiarito che il tribunale è tenuto a una verifica diretta del presupposto di fattibilità del piano per poter ammettere il debitore alla relativa procedura, nel senso che, mentre il controllo di fattibilità giuridica non incontra particolari limiti, quello concernente la fattibilità economica, intesa come realizzabilità di esso nei fatti, può essere svolto nei limiti della verifica della sussistenza, o meno, di una manifesta inettitudine del piano a raggiungere gli obiettivi prefissati, individuabile caso per caso in riferimento alle specifiche modalità indicate dal proponente per superare la crisi (con ciò ponendosi il giudice nella prospettiva funzionale, propria della causa concreta). E ha precisato che tali principi vengono maggiormente in rilievo nell’ipotesi di concordato con continuità aziendale ex art. 186-bis L.F., perché qui la rigorosa verifica della fattibilità in concreto ancor più presuppone un’analisi inscindibile dei presupposti giuridici ed economici, dovendo il piano con continuità essere idoneo a dimostrare la sostenibilità finanziaria della continuità stessa in un contesto in cui il favor per la prosecuzione dell’attività imprenditoriale è accompagnato da una serie di cautele inerenti il piano e l’attestazione, tese a evitare il rischio di un aggravamento del dissesto ai danni dei creditori, al cui miglior soddisfacimento la continuazione dell’attività non può che essere funzionale (Cass. n. 9061-17).

In linea con le coordinate di siffatto indirizzo, è dunque possibile affermare che la previsione dell’art. 186-bis, u.c., L.F., attribuendo al tribunale il potere di revocare l’ammissione al concordato con continuità aziendale qualora l’esercizio dell’attività di impresa risulti manifestamente dannoso per i creditori, non implica che l’organo giudicante abbia il compito di procedere alla valutazione della convenienza economica della proposta, ma che si debba verificare che l’andamento dei flussi di cassa e dell’indebitamento sia coerente con l’obiettivo del risanamento dell’impresa così come indicato nella proposta e nel piano, e che non sia tale da erodere le prospettive di soddisfazione dei creditori.

Ove un sindacato del genere sia svolto, quale che ne sia infine l’esito, non si è mai dinanzi a un caso di esorbitanza dai confini della valutazione di convenienza economica, ma si è proprio all’interno della valutazione riservata al (e doverosa per) il giudice del merito.

La corte d’appello di Napoli ha mancato di porre in essere un apprezzamento effettivo in ordine alle carenze del piano così come emergenti dai rilievi dei commissari e del tribunale, essendosi alfine limitata a sostenere, erroneamente, che la valutazione che aveva condotto il tribunale a revocare l’ammissione al concordato e a dichiarare il fallimento ricadesse nell’ambito del giudizio (di fattibilità economica) riservato ai creditori.

Per tale ragione la sentenza va cassata.

È fondato anche il secondo motivo del ricorso principale.

La carenza di adeguati flussi informativi – che dal ricorso si apprende essere stata allegata come conseguente finanche a “reiterate richieste (..) dell’ufficio commissariale” – è stata dalla corte d’appello ritenuta irrilevante perché evidenziata dai commissari nella relazione ex art. 172 L.F. Donde era da ritenere che la detta carenza fosse comunque nota ai commissari medesimi perché derivante da documentazione in loro possesso, sufficiente a ricostruire la situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società.

Sennonché a tal riguardo la motivazione della corte territoriale è priva di pertinenza, poiché il rilievo, motivato ai sensi dell’art. 173 L.F., supponeva di verificare che una documentazione idonea fosse stata messa a disposizione dei creditori in vista del voto sul concordato.

Per consolidata giurisprudenza, costituiscono atti di frode, dal punto di vista oggettivo, le condotte volte a occultare situazioni di fatto idonee a influire sul giudizio dei creditori, aventi valenza potenzialmente decettiva per l’idoneità a pregiudicare il consenso informato degli stessi sulle reali prospettive di soddisfacimento, in quanto inizialmente ignorate dagli organi della procedura e dai creditori medesimi.

È logico che tali situazioni, ove si discuta dell’art. 173 L.F., debbono essere successivamente accertate nella loro sussistenza o anche solo nella loro completezza e integrale rilevanza (v. Cass. n. 9050-14, Cass. n. 10778-14) da parte degli organi della procedura. Ma quel che interessa per la pronuncia di revoca dell’ammissione al concordato è che ciò sia avvenuto a fronte di una precedente rappresentazione (consapevole e) inadeguata, tale da avere impedito ai creditori di esprimere un appropriato giudizio sulla veridicità dei dati e sulla conseguente convenienza o meno della proposta e del piano.

Né in proposito è richiesta la dolosa preordinazione (v. Cass. n. 15013-18).

Restano assorbiti i restanti motivi, terzo e quarto.

Vanno affrontate le questioni poste col ricorso incidentale della società.

Col primo motivo di tale ricorso è dedotta la violazione o falsa applicazione dell’art. 1 L.F. e degli artt. 2093 e 2221 c.c., poiché dovevasi reputare insussistente il presupposto soggettivo per la dichiarazione di fallimento essendosi trattato di società cd. in house.

Il motivo è manifestamente infondato, avendo questa Corte di recente affermato – così specificando il principio reso in altro precedente (Cass. n. 3196-17) – che la società di capitali con partecipazione in tutto o in parte pubblica, è assoggettabile al fallimento in quanto soggetto di diritto privato agli effetti dell’art. 1 L.F., essendo la posizione dell’ente pubblico all’interno della società unicamente quella di socio in base al capitale conferito, senza che gli sia consentito influire sul funzionamento della società avvalendosi di poteri pubblicistici. La suddetta natura privatistica della società non è incisa dall’eventualità del cd. controllo analogo, mediante il quale l’azionista pubblico svolge un’influenza dominante sulla società, così da rendere il legame partecipativo assimilabile a una relazione interorganica, poiché questo non incide sulla distinzione del piano giuridico-formale, tra pubblica amministrazione ed ente privato societario, che è pur sempre centro di imputazione di rapporti e posizioni giuridiche soggettive diverso dall’ente partecipante (Cass. n. 5346-19).

Col secondo motivo del ricorso incidentale è dedotta la violazione o falsa applicazione degli artt. 6, 7 e 15 L.F., avendo l’impugnata sentenza errato nel non ravvisare l’inammissibilità della richiesta di fallimento del pubblico ministero, che era stata soltanto abbinata al fascicolo del concordato preventivo.

Il motivo è infondato e in parte inammissibile poiché dall’impugnata sentenza risulta che la società aveva avuto piena contezza della richiesta di fallimento presentata dal pubblico ministero, pure in assenza di una formale notifica, e aveva altresì avuto la possibilità oggettiva e concreta di difendersi anche in relazione a essa nella sede propria.

L’affermazione integra un accertamento di fatto risolutivo di ogni questione, essendo evidente che il fallimento era stato dichiarato su iniziativa del pubblico ministero all’esito dell’udienza appositamente fissata per la valutazione dei presupposti di cui all’art. 173 L.F.

In conclusione, la sentenza n. 23315-18 di questa Corte va revocata.

Il ricorso principale del Fallimento, proposto nei riguardi della sentenza della corte d’appello di Napoli, va accolto limitatamente ai primi due motivi, assorbiti gli altri.

Il ricorso incidentale della società va disatteso.

La ripetuta sentenza della corte d’appello di Napoli deve essere cassata con rinvio alla medesima corte del merito, la quale, in diversa composizione, rinnoverà l’esame del reclamo ex art. 18 L.F. uniformandosi ai principi di diritto sopra rappresentati ai punti VII e VIII; essa provvederà anche sulle spese del giudizio svoltosi in questa sede di legittimità.

P.Q.M.

La Corte (i) revoca la sentenza n. 23315 del 2018 di questa stessa Corte; (ii) accoglie i primi due motivi del ricorso principale proposto contro la sentenza della corte d’appello di Napoli n. 1352016, assorbiti gli altri; (iii) rigetta il ricorso incidentale; (iv) cassa la sentenza citata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla medesima corte d’appello anche per le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 9 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez_I_Ord_30_10_2019_n_27865




Fallimento: l’azione di responsabilità promossa dal curatore

Fallimento: l’azione di responsabilità promossa dal curatore

Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza n. 27610 del 29/10/2019

Con ordinanza del 29 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione III, in tema di recupero crediti, ha stabilito che nell’azione di responsabilità promossa dal curatore, a norma dell’art. 146, 2° comma, della L.F., la mancata o irregolare tenuta delle scritture contabili, pur se addebitabile all’amministratore convenuto, non giustifica che il danno risarcibile sia determinato e liquidato nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, potendo tale criterio essere utilizzato solo quale parametro per una liquidazione equitativa ove ne sussistano le condizioni, sempreché il ricorso ad esso sia, in ragione delle circostanze del caso concreto, logicamente plausibile e, comunque, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato, indicando le ragioni che gli hanno impedito l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore medesimo.

 


Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Sentenza n. 27610 del 29/10/2019

Fallimento: l’azione di responsabilità promossa dal curatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. __ R.G. proposto da:

T. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

avverso la sentenza n. __ della Corte d’appello di Bologna, depositata il __;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del __ dal Consigliere Dott. __;

udito l’Avvocato __;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. __, che ha concluso chiedendo il rigetto.

Svolgimento del processo

  1. Il Tribunale di Bologna con sentenza depositata il __ ha accolto l’azione di responsabilità esercitata dal curatore del fallimento della (OMISSIS) S.r.l. nei confronti del suo amministratore, T., condannando quest’ultimo al pagamento, a titolo di risarcimento del danno, della somma di Euro __, oltre rivalutazione e interessi.
  2. Con la sentenza in epigrafe la Corte d’appello di Bologna ha confermato tale decisione, respingendo il gravame interposto dal soccombente.

Respinte le reiterate eccezioni di nullità della procura apposta a margine dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, di prescrizione del credito risarcitorio e di nullità della domanda, la Corte territoriale ha nel merito rilevato che:

– l’omessa tenuta della contabilità e l’omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali per gli esercizi dal __ al __ è un fatto pacifico (e comunque, grazie alla verifica fiscale della Gdf, documentalmente provato);

– è incontestabile che almeno le sanzioni fiscali irrogate per l’omesso versamento dei tributi e dei contributi previdenziali siano un danno causalmente ricollegabile alla condotta di T. in modo immediato e diretto;

– il Tribunale ha quantificato il danno cagionato da T. nella misura di Euro __ facendo richiamo all’equità, ossia applicando la percentuale del __% al complessivo credito di Equitalia iscritto al passivo;

– la determinazione equitativa del tribunale deve essere condivisa, sia perché non è stata specificamente contestata dall’appellante, sia perché essa corrisponde al maggior importo che mediamente e notoriamente deriva a carico dell’imprenditore per l’omissione degli adempimenti tributari e contributivi.

  1. Avverso tale decisione T. propone ricorso per cassazione articolando ventitré motivi, cui resiste la curatela, depositando controricorso.

Motivi della decisione

  1. Premessa sui criteri espositivi.

I numerosi motivi di ricorso verranno qui di seguito sinteticamente descritti, attraverso la trascrizione testuale delle rispettive rubriche (in grassetto) e, di seguito, una sintesi della loro illustrazione (omessa nei casi in cui la rubrica risulti già di per sé esaustivamente esplicativa del contenuto della censura).

Seguirà, al termine di ciascuno dei paragrafi dedicati ai singoli motivi, ovvero a più di essi raggruppati se congiuntamente esaminabili (per sostanziale sovrapposizione e/o per comunanza di tema trattato), l’esposizione della valutazione operata dal Collegio.

  1. Primo motivo: l’eccezione di nullità della procura rilasciata a margine dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado.

Violazione di legge per non aver ritenuto la nullità della procura ex art. 83 c.p.c.

Viene riprodotta la parte della sentenza dedicata alla questione; da essa si ricava che l’eccezione era basata:

  1. a) sul rilievo che la procura sarebbe stata rilasciata in data (__) precedente ai fatti descritti nella stessa prima pagina dell’atto di citazione (__), dal che la sua natura di procura in bianco non consentita nel nostro ordinamento;
  2. b) sull’ulteriore rilievo della illeggibilità della sottoscrizione.

La Corte d’appello ha ritenuto l’eccezione:

  1. a) infondata quanto al primo rilievo (per essere richiesta, ai fini della validità della procura, solo la certezza e la conoscibilità del potere rappresentativo del difensore che sostituisce in giudizio la parte);
  2. b) inammissibile quanto al secondo (per non essere stato in precedenza dedotto) e, comunque, manifestamente infondata.

Con il motivo in esame il ricorrente contesta che il secondo dei predetti rilievi possa considerarsi nuovo ed afferma che l’invalidità della procura è evidente risultando non solo illeggibile la sottoscrizione e la persona o l’ente dalla quale la stessa è conferita (sicché se ne deve presumere la riferibilità al curatore) ma è in bianco e non si riferisce all’oggetto della causa (così testualmente in ricorso).

2.1. Il motivo si appalesa inammissibile, sotto diversi profili.

2.1.1. Anzitutto per evidente aspecificità.

Il ricorrente si limita invero a riferire genericamente le ragioni della dedotta nullità della procura dell’atto introduttivo (peraltro assai brevemente e in termini che non consentono di coglierne il senso, non essendo precisato quali siano i fatti descritti nella prima pagina della citazione e perché la loro asserita posteriorità rispetto alla data della procura dovrebbe dimostrare che questa sia stata rilasciata in bianco, tanto più se si considera che l’azione di responsabilità è riferita alle cause ed alle conseguenze di una insolvenza emersa diversi anni prima e sfociata in una dichiarazione di fallimento del marzo del 2010 e considerato che tra le eccezioni opposte in primo grado e, come detto, respinte, vi era anche quella di prescrizione del credito risarcitorio: il che presuppone che, secondo la stessa prospettazione difensiva dell’odierno ricorrente, i fatti posti a fondamento della domanda erano talmente anteriori alla sua proposizione da risultare questa addirittura, in tesi, tardiva rispetto al termine prescrizionale).

Il ricorrente in ogni caso omette di riprodurre in ricorso il contenuto dell’atto di cui afferma la nullità, né indica in quale sede processuale lo stesso risulti prodotto, violando così palesemente l’onere imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, a pena di inammissibilità, di specificamente indicare gli atti e i documenti su cui il ricorso si fonda.

È noto c e al riguardo che, oltre ad una compiuta descrizione in ricorso – nella specie come detto mancante – del contenuto dell’atto o documento che possa consentire una immediata verifica delle ragioni e delle pertinenze della censura, è necessario anche che si provveda alla relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta alla Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. Cass. 16/03/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (v. Cass. 09/04/2013, n. 8569; 06/11/2012, n. 19157; 16/03/2012, n. 4220; 23/03/2010, n. 6937; ma v. già, con riferimento al regime processuale anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006, Cass. 25/05/2007, n. 12239), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr. Cass. Sez. U. 19/04/2016, n. 7701).

Un tale onere, come noto, si impone anche in relazione alle censure di carattere processuale, avendo questa Corte costantemente affermato che, anche in ipotesi di error in procedendo per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del fatto processuale, il potere dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali è condizionato all’adempimento da parte del ricorrente, per il principio di autosufficienza de ricorso per cassazione, dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo consentita al giudice una loro autonoma ricerca, ma solo una loro verifica (v. e plurimis Cass. Sez. U. 03/11/2011, n. 22726; Sez. U. 27/03/2008, n. 7930; Sez. U. 28/07/2005, n. 15781; Cass. 13/06/2014, n. 13546; 19/3/2007, n. 6371).

2.1.2. Mette conto comunque rilevare che, pur riguardata nella sua astratta prospettazione, la tesi della invalidità della procura speciale, perché rilasciata in bianco, è destituita di fondamento, palesandosi corretta e conforme a consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimità la regola di giudizio al riguardo evocata in sentenza: rispetto alla quale il ricorrente omette peraltro qualsiasi considerazione critica, esponendosi sotto tale profilo il motivo a ulteriore rilievo di inammissibilità ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

Costituisce invero jus receptum nella giurisprudenza di legittimità l’affermazione che la procura – salvo che non si tratti di quella rilasciata per ricorrere per cassazione – è validamente rilasciata anche prima della redazione dell’atto difensivo in calce o a margine del quale è posta, in quanto la corrispondenza tra l’attività svolta dal difensore e l’effettivo volere del rappresentato attiene esclusivamente al rapporto interno tra difensore e cliente (Cass. 18/07/2003, n. 11256; 26/07/2002, n. 11106, 16/05/1997, n. 4389), non essendo richiesta, a pena di nullità, la dimostrazione della volontà delle parti di fare proprio il contenuto del medesimo atto nel momento stesso della sua formazione ovvero ex post (Cass. 10/07/2014, n. 15759; 06/11/2006, n. 23608; n. 11106 del 2002, cit.).

2.1.3. I superiori rilievi di aspecificità della censura riguardano anche la dedotta illeggibilità della sottoscrizione della procura, rispetto alla quale risulta altresì aspecifica e meramente assertiva la contestazione della inammissibilità dell’eccezione poiché tardiva ex art. 157 c.p.c., comma 2, in quanto per la prima volta proposta in appello (sulla correttezza del relativo rilievo v. Cass. 29/03/2019, n. 8930; Cass. Sez. U. 07/03/2005 n. 4810; 07/11/2013, n. 25036; Cass. 4149/2012; Cass. SS.UU. 4810/2005) e analogamente, comunque, meramente oppositiva e priva dunque di alcun valore censorio quella della sua infondatezza, pure affermata in sentenza.

  1. Secondo motivo: dedotta nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 112 c.p.c. in relazione a tutta l’impostazione della sentenza.

Si lamenta che la sentenza non prenda posizione sulle questioni e argomentazioni svolte con l’atto d’appello, delle quali si offre un ampio riassunto.

3.1. Il motivo si appalesa inammissibile per non essere immediatamente riconducibile ad un preciso vizio cassatorio tra quelli tassativamente indicati dall’art. 360 c.p.c., oltre che per genericità.

Si fa confuso riferimento in rubrica ad un error in procedendo (nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4) ma al contempo ad un vizio di omessa motivazione su di un punto decisivo della controversia (così evocando un vizio di motivazione secondo il non più attuale paradigma censorio del previgente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5); il tutto riferito a tutta l’impostazione della sentenza.

Risulta così palesemente disatteso il requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 4 che impone l’indicazione, a pena appunto di inammissibilità, dei motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano e che comporta – come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte – l’esigenza di una chiara esposizione, nell’ambito del motivo, delle ragioni per le quali la censura sia stata formulata e del tenore della pronunzia caducatoria richiesta, che consentano al giudice di legittimità di individuare la volontà dell’impugnante e stabilire se la stessa, così come esposta nel mezzo di impugnazione, abbia dedotto un vizio di legittimità sostanzialmente, ma inequivocamente, riconducibile ad alcuna delle tassative ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c. (Cass. Sez. U. 24/07/2013, n. 17931).

Nel far riferimento a tutta l’impostazione della sentenza la postulazione risulta poi, come detto, anche del tutto generica e tale da impingere in inammissibilità per difetto di specificità alla stregua del consolidato principio di diritto di cui a Cass. n. 4741 del 2005, seguito da numerose conformi e avallato da Cass. Sez. U. n. 7074 del 2017 (Il requisito di specificità e completezza del motivo di ricorso per cassazione è diretta espressione dei principi sulle nullità degli atti processuali e segnatamente di quello secondo cui un atto processuale è nullo, ancorché la legge non lo preveda, allorquando manchi dei requisiti formali indispensabili per il raggiungimento del suo scopo, art. 156 c.p.c., comma 2). Tali principi, applicati ad un atto di esercizio dell’impugnazione a motivi tipizzati come il ricorso per cassazione e posti in relazione con la particolare struttura del giudizio di cassazione, nel quale la trattazione si esaurisce nella udienza di discussione e non è prevista alcuna attività di allegazione ulteriore (essendo le memorie, di cui all’art. 378 c.p.c., finalizzate solo all’argomentazione sui motivi fatti valere e sulle difese della parte resistente), comportano che il motivo di ricorso per cassazione, ancorché la legge non esiga espressamente la sua specificità (come invece per l’atto di appello), debba necessariamente essere specifico, cioè articolarsi nella enunciazione di tutti i fatti e di tutte le circostanze idonee ad evidenziarlo).

Nella misura in cui comunque il motivo può leggersi quale riepilogo e anticipazione delle censure che saranno poi ripetitivamente esposte negli altri motivi può farsi rimando alle valutazioni che saranno espresse con riferimento ad essi.

  1. Motivi dal sesto all’ottavo: sul rigetto della reiterata eccezione di nullità della domanda per mutatio libelli.

Sesto motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per non aver motivato in ordine all’inammissibilità del libello ed insanabilità dell’atto introduttivo del giudizio di merito ex artt. 163 e 164 c.p.c. non comprensibile si da rendere impossibile una difesa scientifica e specifica.

Settimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per non aver motivato in ordine all’inammissibilità del libello ed insanabilità dell’atto introduttivo del giudizio di merito ex artt. 163 e 164 c.p.c. non comprensibile si da rendere impossibile una difesa scientifica e specifica.

Nell’illustrazione di quest’ultimo motivo (il settimo) si trascrive, in premessa, uno stralcio della sentenza d’appello ove è motivato il rigetto dell’eccezione, con il rilievo della sua infondatezza, per essere stati gli elementi costitutivi della domanda correttamente, anche se sinteticamente, enunciati nell’atto introduttivo.

Sarebbe questa, secondo il ricorrente, motivazione apparente e di stile.

Si osserva di contro, in ricorso, che l’atto introduttivo del giudizio si riferiva al ristoro di tutti i danni patiti a seguito delle omissioni, dell’amministratore unico negli anni in cui lo stesso ha rivestito tale carica.

Si rileva che il tribunale ha condannato al risarcimento del danno in assenza, non solo di elementi probatori, ma anche di allegazione e di determinazione nonché di relazione causale e di disamina sulle circostanze.

Vi sarebbe contraddizione tra le due sentenze di merito poiché mentre quella d’appello afferma che l’oggetto della domanda era stato denunciato nell’atto introduttivo, il primo giudice ammette che il danno venne indicato esclusivamente in comparsa conclusionale.

Si afferma che in realtà mai, nel corso del giudizio di primo grado, il convenuto venne posto a conoscenza della reale entità del danno.

Ottavo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per non aver considerato il vizio di mutatio libelli ex art. 183 e 184 c.p.c.

La denunciata mutatio libelli – la cui sussistenza si assume erroneamente negata dalla Corte territoriale – sarebbe in tesi determinata dal fatto che il curatore avrebbe in citazione fatto generico riferimento a tutti i danni patiti dal fallimento e che solo in comparsa conclusionale, peraltro in modo generico, avrebbe precisato l’oggetto della domanda.

4.1. I motivi surriferiti, congiuntamente esaminabili per la loro evidente sovrapponibilità, sono parimenti inammissibili.

4.1.1. Anzitutto per la loro evidente aspecificità, nessuno di essi confrontandosi con la prima e assorbente ratio decidendi sul punto spesa, rappresentata dalla rilevata inammissibilità del motivo di gravame, in quanto del tutto generico e affidato a meri richiami giurisprudenziali.

4.1.2. In secondo luogo per la parimenti palese inosservanza dell’onere di specifica indicazione dell’atto cui le censure fanno riferimento, ossia dell’atto di citazione introduttivo.

4.1.3. In terzo luogo per la contraddittorietà e incompatibilità delle censure di omessa pronuncia (che sottende la mancanza di qualsiasi statuizione sul motivo di gravame, peraltro esclusa dallo stesso ricorrente) e di mancanza di motivazione o motivazione apparente (che presuppone l’esistenza della statuizione ma la mancanza di una qualsiasi minima e comprensibile motivazione al riguardo): vizio, quest’ultimo, comunque certamente non predicabile nella specie, anche in tal caso la motivazione essendo chiara e ben comprensibile.

4.1.4. Infine varrà rilevare anche la manifesta infondatezza del motivo là dove postula che mutatio libelli possa aversi per la specificazione di danni inizialmente dedotti e diversamente quantificati nel loro ammontare (in misura anche maggiore, pari al passivo fallimentare accertato), essendo evidente che costituisce invece mera precisazione della domanda, non soggetta ad alcuna preclusione nella fase introduttiva del giudizio, la loro mera quantificazione, in riduzione rispetto all’importo prima indicato e fermi restando i fatti costitutivi della pretesa, ossia le condotte omissive o negligenti indicate in domanda quale fonte di responsabilità risarcitoria (omessa regolare tenuta della contabilità, mancata presentazione delle dichiarazioni fiscali).

  1. Motivi terzo, quarto, quinto, nono e decimo: sul nesso causale.

Terzo motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per omessa motivazione (ovvero totalmente apparente e priva di qualunque consistenza giuridica) in relazione alla questione dirimente del nesso causale ex art. 40 e 41 c.p. nonché art. 1223 c.c. e art. 111 Cost. tra la condotta di T.U. ed il danno riconosciuto in sentenza.

Viene trascritto testualmente uno stralcio dell’atto d’appello dedicato al tema del nesso causale, poi sintetizzato con l’affermazione che: non esiste insolvenza; i fondi sussistevano e sono tuttora bloccati in una banca in Libia per sanare ogni pendenza additiva e con avanzo primario; non vi era passivo bensì un attivo ma né lo Stato prima né la curatela poi hanno agito a causa de c.d. pantano libico.

Ci si duole quindi che la Corte territoriale: ha omesso di prendere posizione sulle questioni così ben articolate; non ha motivato sul punto.

Si deduce quindi la nullità della sentenza perché completamente priva di aderenza al motivo trattato.

Quarto motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per omessa motivazione (ovvero totalmente apparente e priva di qualunque consistenza giuridica) in relazione alla questione dirimente del nesso causale ex art. 40 e 41 c.p. nonché art. 1223 c.c. e art. 111 Cost. tra la condotta di T. ed il danno riconosciuto in sentenza.

Per stessa ammissione del ricorrente il punto è sempre quello indicato al motivo che precede.

Riportate alcune massime giurisprudenziali in tema di nesso causale e relativo accertamento, si afferma che la Corte d’appello se ne sarebbe discostata, basandosi su mere congetture.

L’illustrazione del motivo si conclude quindi con le seguenti testuali affermazioni e domande:

Non si può motivare in modo brachilogico ovvero in forma apparente assumendo che vi sarebbe legame causale quando:

– v’è una sentenza penale assolutoria che esclude l’evasione fiscale;

– v’è la prova di un’ingente liquidità in Libia non escussa per lo sconvolgimento geopolitico del Paese e poi per l’inerzia delle autorità italiane;

– idem con riferimento all’inerzia della curatela;

– v’è un contegno della G.d.F. dichiarato da un giudice penale, con decisione irrevocabile, privo di senso e pure di logica ma che invece costituirà la base delle decisioni di merito;

– v’è una condotta della curatela inadempiente;

– v’è una condotta della curatela che non spiega l’inazione, anche dei canali diplomatici.

E che nesso causale v’è quando non sussiste procedimento penale per bancarotta documentale altro? E quale nesso v’è se non esiste contestazione di contegni distrattivi o di altra natura? E perché l’AGO neppure ha disposto C.T.U. per accertare il nesso? Un’istruttoria inesistente non può comportare l’accoglimento della domanda ma il suo rigetto.

Quinto motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 5 per omessa motivazione (ovvero totalmente apparente e priva di qualunque consistenza giuridica) in relazione alla questione dirimente del nesso causale ex art. 40 e 41 c.p. nonché art. 1223 c.c. e art. 111 Cost. tra la condotta di T.U. ed il danno riconosciuto in sentenza.

Si lamenta la mancata considerazione di fatti rilevanti così descritti:

– inesistenza di un processo penale per fatti di bancarotta fraudolenta o semplice o documentale;

– inesistenza di addebiti da parte di qualunque autorità di PG;

– esistenza di somme tuttora depositate in Libia;

– sussistenza di condizioni per procedere ad una chiusura del fallimento in attivo;

– non contestazione di tali fatti;

– mancanza di elementi a supporto delle tesi contrarie e di quanto sostenuto da T.

Nono motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per non essersi espresso sulla questione del nesso causale tra condotta di T. ed il danno specifico riconosciuto e cioè con riferimento al perché la condotta (peraltro non identificata) ha provocato quel danno.

Decimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per non essersi espresso sulla questione del nesso causale tra condotta di T.U. ed il danno specifico riconosciuto e cioè con riferimento al perché la condotta (peraltro non identificata) ha provocato quel danno.

Si afferma che:

non esiste insolvenza ma una paralisi geopolitica per la quale non può pagare un terzo;

vi è un credito di circa 8/10 milioni che non è stato, colpevolmente peraltro, recuperato.

5.1. I motivi sopra esposti, che, al di là della variabile indicazione in rubrica del tipo di vizio cassatorio ipotizzato, sembrano tutti lamentare, ripetitivamente e con piena sovrapponibilità, un vizio di radicale mancanza ovvero apparenza della motivazione in punto di nesso causale, si appalesano inammissibili.

Gli argomenti spesi a sostegno della doglianza si muovono infatti non già sul piano formale della consistenza della motivazione quale espressa in sentenza, con la quale il ricorrente del resto non si confronta, ma, ben diversamente, sul piano prettamente di merito della fondatezza in fatto di quella valutazione, lamentandosi la mancata considerazione delle suindicate circostanze o argomenti difensivi.

Non può comunque certo dubitarsi che una motivazione esista e che non sia meramente apparente, consentendo la stessa di comprendere quale sia la ragione della decisione adottata (fondatezza della esercitata azione di responsabilità in ragione della omessa tenuta della contabilità e dell’omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali per gli anni 2004-2007 e conseguente responsabilità risarcitoria parametrata al danno rappresentato almeno dalle sanzioni fiscali erogate per l’omesso versamento dei tributi e dei contributi previdenziali a loro volta commisurato presuntivamente ad una percentuale del complessivo credito iscritto al passivo).

Ciò vale certamente ad escludere la dedotta violazione dai doveri decisori di cui all’art. 132 c.p.c. denunciata dall’amministrazione ricorrente, che si configura soltanto nell’ipotesi in cui sia mancata del tutto da parte del giudice – ovvero sia meramente apparente (come quando sia affidata ad espressioni del tutto generiche o tautologiche e prive di ogni specifico riferimento al caso concreto) – ogni giustificazione a supporto del decisum, mentre rientra nell’ambito dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e soggiace pertanto ai relativi limiti di ammissibilità ogni altra censura che riguardi il quomodo della motivazione.

Varrà in tal senso rammentare che, al fine di adempiere all’obbligo della motivazione il giudice di merito, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

I motivi in realtà, lungi dal precisare come e in che modo la Corte d’appello sia incorsa in siffatta radicale violazione dei propri doveri decisori, mescolano in modo confuso varie argomentazioni difensive che attengono sotto vari profili al merito delle questioni trattate, in buona sostanza volgendosi a contestare l’esito delle valutazioni in fatto e in diritto svolte dal giudice, muovendosi dunque su di un piano totalmente diverso da quello dei denunciati errores in procedendo e che attiene piuttosto al quomodo della motivazione.

5.2. Pur riguardate in tale ultima prospettiva, alla stregua di una lettura sostanzialistica del contenuto effettivo delle censure (v. Cass. Sez. U. 24/07/2013, n. 17931), i motivi si appalesano totalmente distanti dal rispettare i requisiti e i limiti del paradigma dettato dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Varrà al riguardo rammentare che, secondo l’interpretazione consolidatasi nella giurisprudenza di legittimità, tale norma, se da un lato ha definitivamente limitato il sindacato del giudice di legittimità ai soli casi d’inesistenza della motivazione in sé (ossia alla mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, alla motivazione apparente, al contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili o alla motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile), dall’altro chiama la Corte di cassazione a verificare l’eventuale omesso esame, da parte del giudice a quo, di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extra testuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (cioè che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), rimanendo escluso che l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, integri la fattispecie prevista dalla norma, là dove il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti. A tal fine la parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extra testuale, da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la decisività del fatto stesso. (cfr. Cass. Sez. Un., 22/9/2014, n. 19881; Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).

Dovendo dunque ritenersi definitivamente confermato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, le esposte doglianze devono anche in detta prospettiva ritenersi inammissibili:

– anzitutto perché riferite non a fatti storici ma a mere generiche argomentazioni difensive (sussistenza di condizioni per procedere ad una chiusura del fallimento; non contestazione di tali fatti; non insolvenza ma paralisi geopolitica) ovvero a fatti negativi (inesistenza di addebiti da parte di qualunque autorità di PG);

– in secondo luogo, là dove possa ravvisarsi il riferimento a un fatto storico (esistenza di ingenti crediti verso lo Stato libico non recuperato) per la palese inosservanza dell’onere di specifica indicazione degli atti o documenti da cui e attraverso cui il fatto risulta acquisito al processo nei termini sopra indicati;

– in definitiva perché evidentemente dirette a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini dell’art. 360, n. 5 cit., bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa, senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede.

  1. Motivi undicesimo, dodicesimo, ventiduesimo e ventitreesimo: sussistenza del danno.

Undicesimo motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per non aver considerato che l’erario non aveva e non poteva avere crediti in relazione dunque all’insinuazione di Equitalia che andava respinta, vieppiù dopo il giudicato penale in relazione all’art. 324 c.p.c. e art. 2908 c.c. Si trascrive il quinto motivo di gravame con il quale si contestava la sentenza di primo grado nella parte in cui definiva il T. quale “evasore totale”, poiché basata sul rapporto di PG smentito da una sentenza penale.

Si trascrive quindi un ampio stralcio della sentenza di assoluzione dal reato di cui al D.Lgs. n. 70 del 2000, art. 5, comma 1, per mancato superamento della soglia di punibilità.

Si sostiene che detta assoluzione determina l’inesistenza del credito vantato dall’erario la cui ammissione al passivo però inopinatamente – si dice – non è stata rigettata.

Dodicesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per non aver considerato che l’erario non aveva e non poteva avere crediti in relazione dunque all’insinuazione di Equitalia che andava respinta, vieppiù dopo il giudicato penale in relazione all’art. 324 c.p.c. e art. 2908 c.c. Ventiduesimo motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per difetto di motivazione in relazione alle prove addotte dalla curatela ex art. 115, 116, 2697 c.c. che non avevano alcun valore.

Si lamenta omessa motivazione sugli argomenti difensivi svolti con riferimento alla colpevole inerzia del curatore nel recupero dei crediti vantati dalla società nei confronti della P.A. libica.

Ventitreesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per difetto di motivazione in relazione alle prove addotte dalla curatela ex art. 115, 116 e 2697 c.c. che non avevano alcun valore.

Si insiste sulla irrilevanza probatoria degli accertamenti della Guardia di Finanza, poiché asseritamente posti nel nulla dalla sentenza penale di assoluzione e considerate anche l’assenza di processi penali per bancarotta over violazioni contributive.

6.1. Anche i motivi così raggruppati per comunanza tematica si espongono ai medesimi rilievi di inammissibilità sopra esposti con riferimento ai motivi precedenti.

6.1.1. Non è certamente predicabile la violazione dei doveri decisori del giudice, anche in tale caso apparentemente e apoditticamente dedotta in rubrica senza alcun effettivo confronto con la motivazione della sentenza.

6.1.2. Risultano non attinti da alcuna censura in questa sede i rilievi contenuti in sentenza circa l’inammissibilità, sotto un duplice profilo, degli argomenti facenti leva sulla insussistenza del credito erariale: a) per non avere esso costituito oggetto di discussione nel primo grado di giudizio (primo rilievo di per sé assorbente); b) per non essere stata la relativa ammissione impugnata e per essere quindi la relativa contestazione totalmente preclusa, in questa sede, come anche nella procedura fallimentare.

6.1.3. In una prospettiva sostanzialistica anche tali censure, lungi dall’evidenziare l’applicazione di una regola di giudizio non conforme a diritto, si volgono a contestare, genericamente, il merito della valutazione operata dal giudice, su di un piano meramente fattuale.

A tal fine peraltro le doglianze poggiano tutte sul contenuto di una sentenza penale, della quale non si dice tuttavia: se e quando è passata in giudicato; dove e quando risulta prodotta e fatta oggetto di dibattito processuale; dove è localizzata nel fascicolo processuale formato per il presente giudizio di legittimità; tutto ciò, ancora una volta, in palese violazione degli oneri imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6.

Si tratta peraltro di elemento del tutto inconferente ai fini del presente giudizio, e dunque non decisivo nei termini richiesti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che:

  1. a) la Corte d’appello motiva l’affermazione di responsabilità sulla base di un presupposto (omessa tenuta della contabilità e mancata presentazione delle dichiarazioni) non confutato ma anzi confermato da quella sentenza;
  2. b) secondo quanto riferito dallo stesso ricorrente il debito nei confronti dell’Erario risulta ammesso al passivo; la sua contestazione nel presente giudizio di responsabilità, quand’anche fosse stata ritualmente proposta, rettamente risulta negletta dai giudici di merito, trattandosi di materia riservata alla giurisdizione tributaria e rispetto alla quale comunque nessun rilievo potrebbe avere il presunto giudicato penale di assoluzione.

È appena il caso di rammentare in proposito che, secondo principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità, in materia di contenzioso tributario, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorché i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli Uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Ne consegue che l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario (v. ex multis Cass. 28/06/2017; n. 16262; 23/05/2012, n. 8129; 27/09/2011, n. 19786).

  1. Tredicesimo motivo: la condotta illecita.

Violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione agli artt. 2392, 2394 e 2697 c.c. nonché L.F., art. 146.

Si deduce che la responsabilità dell’amministratore, in ambito fallimentare, non può essere riconosciuta sulla sola base dell’omessa od erronea tenuta dei bilanci o della contabilità ovvero della differenza tra attivo e passivo fallimentare.

7.1. Il motivo è inammissibile.

7.1.1. Quanto alla prima affermazione (responsabilità non affermabile sulla sola base dell’omessa od erronea tenuta dei bilanci o della contabilità), lo è ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, poiché la Corte territoriale si è sul punto conformata all’opposto indirizzo incontrastato nella giurisprudenza di legittimità e il ricorso, lungi dal proporre argomenti che possano indurre a un diverso opinamento, si limita ad una mera apodittica asserzione contraria.

La giurisprudenza di questa Corte ha invero costantemente affermato che la totale mancanza di contabilità sociale (o la sua tenuta in modo sommario e non intelligibile) è, di per sé, giustificativa della condanna dell’amministratore al risarcimento del danno, in sede di azione di responsabilità promossa dalla società a norma dell’art. 2392 c.c., vertendosi in tema di violazione da parte dell’amministratore medesimo di specifici obblighi di legge, idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio sociale; al di fuori di tale ipotesi, che giustifica l’inversione dell’onere della prova, resta a carico del curatore l’onere di provare il rapporto di causalità tra la condotta illecita degli amministratori e il pregiudizio per il patrimonio sociale (Cass. 04/04/2011 n. 7606 11/03/2011, n. 5876; n. 6493 del 19/12/1985).

A ben vedere anche il precedente citrato in ricorso, alle pagg. 3637, di Cass. 03/01/2017, n. 38, ribadisce nelle premesse tale principio, limitandosi solo ad escludere che, anche ove ricorra una siffatta ipotesi di condotta inadempiente, il danno risarcibile possa essere commisurato tout court alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare.

7.1.2. Quanto alla seconda affermazione (impossibilità di riconoscere il danno sulla base della differenza tra attivo e passivo fallimentare) il motivo è inammissibile per aspecificità, posto che la sentenza impugnata – come appresso sarà ulteriormente detto -non afferma affatto la responsabilità del ricorrente sulla base della (né liquida il danno in misura corrispondente alla) differenza tra attivo e passivo fallimentare.

  1. Motivi dal quattordicesimo al ventunesimo: la liquidazione equitativa del danno.

Quattordicesimo motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per non aver motivato in ordine alla dirimente questione della mancata prova del danno (artt. 1223, 2697 c.c.).

L’illustrazione del motivo si risolve pressoché integralmente nella trascrizione del motivo di appello dedicato alla questione suindicata. Questo a sua volta è strutturato attraverso:

– l’integrale trascrizione della motivazione della sentenza di primo grado nella parte dedicata alla quantificazione del danno (nella quale, posta la totale indisponibilità di documentazione contabile inerente alla società, si osserva, sulla scorta di citazioni giurisprudenziali, a cominciare dal richiamo a Cass. n. 7606 del 2011, che “il criterio residuale ancorato alla differenza tra attivo e passivo patrimoniale accertato in sede concorsuale… può costituire elemento presuntivo su cui ancorare la determinazione equitativa del danno risarcibile” e che, pertanto, nel caso di specie, può essere accolta la richiesta conclusiva di parte attrice che quantifica il danno, equitativamente, in un __% dell’esposizione complessiva nei confronti di Equitalia);

– il rilievo secondo cui (si riporta testualmente) tale motivazione non convince affatto perché appare surrogatoria (del)l’onere della prova gravante sulla controparte che determina una discutibile carenza decisionale.

Tutto ciò premesso, il motivo di ricorso in esame si conclude con la testuale affermazione (da supporre riferita alla parte della sentenza d’appello dedicata all’argomento): la motivazione è accorpata e non ben comprensibile ma non vi è una specifica motivazione in ordine alla mancata prova del pregiudizio che avrebbe dovuto essere chiara e specifica, tanto da doversi, detta motivazione, reputare inesistente o comunque nulla.

Quindicesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per non aver motivato in ordine alla dirimente questione della mancata prova del danno (artt. 1223 e 2697 c.c.) Si contestano le considerazioni svolte in sentenza a giustificazione della quantificazione del danno, osservandosi di contro, in sintesi, che, non essendo stati contestati né il reato di bancarotta né violazioni contributive, le sanzioni fiscali avrebbero dovuto essere annullate e il curatore avrebbe dovuto respingere le domande di ammissione al passivo dell’erario e degli enti previdenziali.

Sedicesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione all’art. 1226 c.c. in ordine alla liquidazione del danno in forma equitativa in assenza dei presupposti.

Si contesta, in quanto di tipo meramente congetturale, la motivazione espressa in sentenza a conferma della liquidazione equitativa del danno.

Diciassettesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione all’art. 1226 c.c. in ordine alla liquidazione del danno in forma equitativa in assenza dei presupposti.

Si afferma che non vi erano i presupposti per ricorrere alla liquidazione equitativa e che, diversamente da quanto postulato in sentenza, l’appello era in tal senso specifico.

Diciottesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione all’art. 1226 c.c. in ordine alla liquidazione del danno in forma equitativa in assenza dei presupposti.

Fatto decisivo il cui esame sarebbe stato omesso dai giudici d’appello è, in tesi, la specifica contestazione contenuta nell’atto d’appello circa i presupposti della liquidazione equitativa del danno.

Diciannovesimo motivo: nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per omessa motivazione del perché il danno è stato per l’appunto equitativamente determinato nella misura del __% e non del __% ad esempio.

Si lamenta assenza di motivazione sulle questioni trattate, così indicate:

– inesistenza di redditi;

– mancato incasso per ragioni geopolitiche;

– incomprensibilità di una condotta che non coinvolse l’amministratore P.;

– inesistenza di evasione fiscale;

– inesistenza di passività;

– invalidità della presentazione dei bilanci per essere la situazione congelata per la presenza della guerra in Libia;

– sussistenza di un attivo non recuperato per mancanza e negligenza del curatore e delle autorità consolari e diplomatiche italiane;

– incoerenza di condotta della G.d.F. che non dà atto di questa situazione/condizione.

Ventesimo motivo: violazione di legge ex art. 360 c.p.c., n. 3 per omessa motivazione del perché il danno è stato (per l’appunto equitativamente) determinato nella misura del __% e non del __% ad esempio.

Si deduce l’illegittimità della liquidazione equitativa poiché il danno poteva essere agevolmente determinato.

Ventunesimo motivo: vulnerazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per omessa motivazione del perché il danno è stato per l’appunto equitativamente determinato nella misura del __% e non del __% ad esempio.

8.1. Anche i motivi sopra raggruppati, con ogni evidenza sostanzialmente ripetitivi, si appalesano inammissibili.

8.1.1. Anzitutto, anche in tal caso, la doglianza di omessa motivazione – se da intendere come denuncia di error in procedendo – per carenza totale di motivazione ovvero per il presunto carattere apparente tautologico della motivazione sul punto – è in contraddizione con la contestuale denuncia di error in iudicando ed è comunque palesemente fuori segno, non potendosi dubitare che la Corte d’appello dedichi alla questione una motivazione chiara e ben comprensibile. Se invece è da intendere come espressiva di una denuncia di vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si appalesa del tutto carente dei requisiti a tal fine prescritti, quali sopra già rammentati, e volta sostanzialmente a sollecitare una rivalutazione dei fatti, peraltro del tutto genericamente dedotti, anche con riferimento a argomenti difensivi che, oltre a non trovare alcun appiglio nei fatti accertati, risultano anche, per quanto già sopra esposto, inconferenti.

8.1.2. L’argomento di fondo, con il quale si prospetta in sostanza un error iuris, per avere la Corte d’appello avallato una valutazione sostanzialmente equitativa del danno, si appalesa poi manifestamente infondato, risultando anche sul punto le decisioni di merito pienamente rispettose del principio costantemente affermato nella giurisprudenza di questa Corte (peraltro pure richiamata in ricorso), donde anche sul punto l’inammissibilità del ricorso ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

Il riferimento è al principio, affermato da Cass. Sez. U 06/05/2015, n. 9100, e poi sempre ribadito da numerose pronunce conformi, secondo il quale nell’azione di responsabilità promossa dal curatore a norma della L.F., art. 146, comma 2, la mancata (o irregolare) tenuta delle scritture contabili, pur se addebitabile all’amministratore convenuto, non giustifica che il danno risarcibile sia determinato e liquidato nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, potendo tale criterio essere utilizzato solo quale parametro per una liquidazione equitativa ove ne sussistano le condizioni, sempreché il ricorso ad esso sia, in ragione delle circostanze del caso concreto, logicamente plausibile e, comunque, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato, indicando le ragioni che gli hanno impedito l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore medesimo.

Nel caso di specie, nel rispetto e in piena coerenza con tale principio, la sentenza impugnata motiva espressamente l’utilizzo del criterio equitativo per la liquidazione del danno, peraltro nei limitati termini esposti (che fanno esclusivo riferimento a una percentuale dell’importo ammesso al passivo per crediti erariali), indicando: a) le circostanze del caso concreto che rendono logicamente plausibile il ricorso a tale criterio (omessa tenuta della contabilità e omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali); b) il nesso causale tra l’inadempimento dell’amministratore e il danno così quantificato (evidenziando del tutto ragionevolmente che almeno le sanzioni fiscali irrogate per l’omesso versamento dei tributi e dei contributi previdenziali sono un danno causalmente ricollegabile alla condotta di T. in modo immediato e diretto), risultando in tal modo anche giustificata, a confutazione della meramente oppositiva doglianza espressa sul punto con i motivi in esame, la parametrazione del danno nella percentuale del __% (e non in altra) del maggiore importo del credito erariale ammesso al passivo, in quanto corrispondente al maggiore importo che mediamente e notoriamente deriva a carico dell’imprenditore per l’omissione degli adempimenti tributari contributivi.

Può anzi ancor prima osservarsi che, a ben vedere, proprio tale ultima parametrazione esclude che la liquidazione sia stata operata attraverso un riferimento, sia pure equitativo-presuntivo, allo sbilancio tra passivo e attivo fallimentare, avendo i giudici di merito in realtà fatto riferimento a una ben precisa posta passiva del conto economico (la sanzioni per le omissioni fiscali e contributive), direttamente e immediatamente imputabile ad omissioni dell’amministratore (la cui computabilità ad oggetto dell’obbligo risarcitorio in sede di giudizio di responsabilità L.F., ex art. 146 è in motivazione espressamente affermata come presumibile dalla stessa Cass. Sez. U. n. 9100 del 2015, cit.: in motivazione, pagg. 1314).

Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere in definitiva dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento, nei confronti del controricorrente, delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

Le conclamate e manifeste ragioni di inammissibilità del ricorso giustificano la condanna del ricorrente ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, al pagamento di una somma equitativamente determinata (come da dispositivo), in funzione sanzionatoria dell’abuso del processo (v. Cass. Sez. U. 05/07/2017, n. 16601).

Non può a tal fine non attribuirsi rilievo alla prospettazione -peraltro attraverso una pletorica articolazione di motivi – di tesi censorie generiche ripetitive e non pertinenti, avulse da un reale confronto critico con la sentenza impugnata, tese in sostanza a sollecitare una nuova valutazione di merito.

Tutto ciò segna l’iniziativa processuale, nel suo complesso, quale frutto di colpa grave, così valutabile – come è stato detto – in coerenza con il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Suprema Corte, nonché con il mutato quadro ordinamentale, quale desumibile dai principi di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.), di illiceità dell’abuso del processo e di necessità di una interpretazione delle norme processuali che non comporti spreco di energie giurisdizionali (v. Cass. 14/10/2016, n. 20732; Cass. 21/07/2016, n. 15017; Cass. 22/02/2016, n. 3376; Cass. 7/10/2013, n. 22812).

Ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro __ per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 %, agli esborsi liquidati in Euro __ ed agli accessori di legge.

Condanna altresì il ricorrente al pagamento della somma di Euro __ ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2019

Cass_civ_Sez_III_29_10_2019_n_27610




Fallimento e in contratti di leasing

Fallimento e i contratti di leasing

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27545 del 28/10/2019

Con ordinanza del 28 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che in seguito alla legge n. 124 del 2017 il leasing finanziario ha assunto una fisionomia unitaria, dovendo ritenersi definitivamente superata la distinzione tra leasing c.d. “di godimento” e “leasing traslativo” ed il ricorso in via analogica, per tale seconda figura, alla disciplina dettata dall’art. 1526 c.c., con la conseguenza che gli effetti della risoluzione del contratto di leasing, verificatasi anteriormente alla dichiarazione di fallimento, dovranno dunque essere regolati sulla base di quanto previsto dall’art. 72 quater della L.F. che ha carattere inderogabile e prevale su eventuali difformi pattuizioni delle parti.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27545 del 28/10/2019

Fallimento e i contratti di leasing

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. __ R.G. proposto da:

M. S.p.A. – ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) S.r.l.  – controricorrente –

avverso il decreto del Tribunale di Cassino, depositato in data __;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del __ dal Consigliere Dott. __.

Svolgimento del processo

che:

  1. Con il decreto impugnato il Tribunale di Cassino – decidendo sull’opposizione allo stato passivo avanzata da M. S.p.A. nei confronti del Fallimento (OMISSIS) S.r.l., in relazione al diniego affermato dal G.D. alla domanda di rivendica e restituzione di beni immobili oggetto di un contratto di leasing intercorso tra le parti – ha rigettato l’opposizione, confermando, pertanto, il provvedimento emesso dal G.D. in sede di verifica dello stato passivo.

Il tribunale ha ricordato, in ordine alla ricostruzione fattuale della vicenda, che: 1) con contratto di lease-back, M. si era obbligata ad acquistare e a concedere, in locazione finanziaria, a P. S.p.A, dietro pagamento di un canone periodico, il compendio immobiliare sito nel Comune di (OMISSIS), meglio indicato in atti; 2) successivamente, con scrittura privata, la società utilizzatrice aveva concluso con la (OMISSIS) S.r.l. un contratto di cessione del ramo d’azienda, nell’ambito del quale era ricompreso anche il suddetto contratto di lease-back; 3) con successiva sentenza, il Tribunale di Cassino aveva dichiarato il fallimento della (OMISSIS) S.r.l.; 4) M. S.p.A. aveva presentato due istanze tardive, l’una volta ad ottenere la restituzione dell’immobile oggetto del contratto di locazione finanziaria e, l’altra, finalizzata all’ammissione al passivo, in via chirografaria, del complessivo credito pari ad Euro __; 5) il credito vantato da M. S.p.A. era stato ammesso al passivo del Fallimento (OMISSIS), come richiesto, in via chirografaria, mentre la domanda di rivendica del bene oggetto di locazione finanziaria era stata rigettata dal G.D., in quanto l’immobile rivendicato era stato sottoposto a sequestro penale.

Il tribunale ha dunque ritenuto che: a) la L.F., art. 72 quater, non possa trovare applicazione in relazione a contratti risolti prima della dichiarazione di fallimento, non potendosi aderire alla tesi secondo cui la norma in esame possa ritenersi espressiva della volontà del legislatore di abbandonare la tradizionale distinzione, elaborata dalla giurisprudenza, tra leasing traslativo e di godimento e dovendosi pertanto negare che la previsione normativa in esame abbia una portata sostanziale; b) con riferimento ai contratti risolti prima del fallimento, occorre pertanto richiamarsi al consolidato orientamento che distingue tra leasing traslativo e di godimento e che dalla differente funzione del contratto discendono conseguenze diverse in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore; c) la figura del leasing di godimento ricorre allorquando il contratto ha ad oggetto un bene a rapida obsolescenza, dovendosi, dunque, assimilare tale contratto ad una locazione cosicché, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, si ritiene applicabile in via analogica l’art. 1458 c.c., comma 1; d) viceversa nel leasing traslativo il bene oggetto del contratto conserva, alla data della cessazione del contratto, una sua rilevante utilità e un valore economico superiore all’importo convenuto per l’opzione, cosicché i canoni svolgono la funzione di scontare anche una quota del prezzo in previsione del successivo esercizio del diritto di opzione ovvero di riscatto del bene, dovendosi ritenere applicabile in tal caso il disposto normativo di cui all’art. 1526 c.c.; e) nel caso di specie, non risultava invocabile la L.F., art. 72 quater, stante la risoluzione del contratto in esame, a causa dell’inadempimento dell’utilizzatore, in data anteriore rispetto all’intervenuto fallimento della società (OMISSIS) Ss.r.l.; f) il contratto era riconducibile allo schema del leasing traslativo, applicandosi, pertanto, in via analogica l’art. 1526 c.c., con la conseguenza che al concedente spettava, oltre alla restituzione del bene, solo il diritto all’equo indennizzo, ma non il diritto di credito ai canoni maturati fino alla dichiarazione di fallimento; g) il reclamato diritto di M. S.p.A. alla restituzione del bene oggetto del contratto di leasing non poteva essere riconosciuto, anche perché la detta società aveva trattenuto la somma anticipata all’atto della conclusione del contratto, i canoni in precedenza incassati ed, inoltre, era stata ammessa al passivo del fallimento per l’importo pari agli ulteriori canoni scaduti e maturati fino alla dichiarazione di fallimento; h) il bene immobile oggetto di rivendica era stato comunque sottoposto a sequestro penale, risultando tale circostanza insuperabile ed ostativa all’accoglimento della domanda di restituzione, e ciò in ragione del vincolo di indisponibilità gravante sul bene e della preminenza delle esigenze processuali sottese al provvedimento di sequestro rispetto a quelle della procedura concorsuale.

  1. Il decreto, pubblicato il 21.4.2015, è stato impugnato da M. S.p.A. con ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui il Fallimento (OMISSIS) S.r.l. ha resistito con controricorso, con il quale ha proposto anche ricorso incidentale.
  2. S.p.A. ha resistito, con controricorso, al ricorso incidentale.

La curatela fallimentare ha depositato, da ultimo, memoria.

Motivi della decisione

che:

  1. Con il primo motivo la parte ricorrente – lamentando, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione art. 1526 c.c. – si duole della mancata restituzione del bene immobile già oggetto del contratto di leasing e comunque della mancata applicazione della L.F., art. 72 quater. Osserva la parte ricorrente che la motivazione impugnata era incorsa in un primo errore laddove, pur riconoscendo in linea di principio che, a seguito della risoluzione del contratto di leasing, competeva senz’altro alla concedente il diritto alla restituzione dell’immobile, aveva, poi, inopinatamente contraddetto tale conclusione, affermando l’insussistenza di tale diritto in capo alla società istante M., e ciò in palese violazione non solo dei principi generali dell’ordinamento che regolano gli effetti restitutori discendenti dalla risoluzione del contratto, ma anche della stessa norma codicistica che si vorrebbe applicata al caso di specie. Si denuncia, come secondo errore, l’affermazione secondo cui, per effetto dell’applicazione dell’art. 1526 c.c., competeva al concedente solo il diritto all’equo indennizzo, ma non il diritto di credito ai canoni maturati fino alla dichiarazione di fallimento, trascurando la decisiva circostanza che, in caso di risoluzione anticipata del contratto, la suddetta norma riconosce espressamente al venditore con riservato dominio il diritto di ottenere non solo un equo compenso per l’uso della cosa, ma anche il risarcimento del danno. Si osserva, ancora, come risulti documentalmente provato (e la circostanza era stata anche accertata dal Tribunale nell’impugnato decreto), che il contratto di leasing si era risolto di diritto, ai sensi della clausola risolutiva espressa e in conformità al disposto dell’art. 1456 c.c., per effetto della raccomandata inviata da M. in data __, e dunque prima che venisse dichiarato il fallimento della (OMISSIS), intervenuto, in realtà, con la successiva sentenza resa in data __. Si denuncia, inoltre, come ulteriore errore in diritto, l’affermata applicazione del disposto normativo di cui dell’art. 1526 c.c., comma 1, anziché, anche a tutto voler concedere, il comma 2, dovendosi anche precisare che, comunque, la questione controversa non avrebbe potuto risolversi nella mera restituzione dei canoni, quanto piuttosto attraverso la riduzione della penale pattuita nel contratto. Si invoca, infine, l’applicazione della L.F., art. 72 quater.
  2. Con il secondo mezzo si denuncia, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 253 c.p.p., in tema di sequestro probatorio, in punto di mancata restituzione del bene immobile già oggetto del contratto di leasing. 3. Con ricorso incidentale si denuncia, invece, la violazione dell’art. 1526 c.c., comma 1, in relazione alla circostanza secondo cui il decreto impugnato aveva di fatto legittimato M. S.p.A. a trattenere la somma anticipata all’atto della conclusione del contratto, nonché i canoni in precedenza incassati fino alla data della risoluzione, precludendo alla procedura concorsuale, subentrata nella posizione dell’utilizzatore in bonis per effetto del fallimento, di reclamare alla massa la restituzione di quanto pagato dall’utilizzatore poi fallito.
  3. Il ricorso principale è fondato nei termini qui di seguito precisati e ciò determina anche il rigetto del ricorso incidentale, il cui esame può essere congiunto al primo motivo proposto della società ricorrente.

4.1.1 In ordine alle questioni dedotte con il primo motivo e con il ricorso incidentale, occorre ricordare come la giurisprudenza di questa Corte abbia recentemente affermato (cfr. Cass. n. 8980/2019) che – a seguito della L. n. 124 del 2017 (art. 1, commi 136-140) – il leasing finanziario ha assunto una fisionomia unitaria, dovendo ritenersi definitivamente superata la distinzione, di matrice giurisprudenziale, tra leasing c.d. “di godimento” e “leasing traslativo” ed il ricorso in via analogica, per tale seconda figura, alla disciplina dettata dall’art. 1526 c.c., con la conseguenza che gli effetti della risoluzione del contratto di leasing, verificatasi anteriormente alla dichiarazione di fallimento, dovranno dunque essere regolati sulla base di quanto previsto dalla L.F., art. 72 quater, che ha carattere inderogabile e prevale su eventuali difformi pattuizioni delle parti.

Ne consegue che, in caso di fallimento dell’utilizzatore, il concedente avrà diritto alla restituzione del bene e dovrà insinuarsi al passivo fallimentare per poter vendere o allocare il bene e trattenere, in tutto o in parte, l’importo incassato. Sulla base del valore di mercato del bene, come stabilito dai valori di stima, sarà determinato l’eventuale credito della curatela nei confronti del concedente o il credito, in moneta fallimentare, di quest’ultimo, corrispondente alla differenza tra il valore del bene ed il suo credito residuo, pari ai canoni scaduti e non pagati ante-fallimento ed ai canoni a scadere, in linea capitale, oltre al prezzo pattuito per l’esercizio dell’opzione (cfr. sempre Cass. 8980/2019, cit. supra; si legga anche: Cass. 12552/2019).

4.1.2 Occorre ricordare che, fino all’emanazione della L. n. 124 del 2017, art. 1, commi 136-140, non esisteva nel nostro ordinamento una disciplina organica del contratto di leasing o locazione finanziaria, benché esso fosse oggetto di numerose disposizioni legislative settoriali, a partire dalla L. n. 183 del 1976, art. 17 (relativa all’intervento straordinario nel Mezzogiorno per il quinquennio 1976-1980).

Da ciò la conclusione che, fino alla recente novella, il leasing dovesse qualificarsi come contratto atipico o innominato.

In assenza di una disciplina organica del leasing, com’ è noto, a partire dalle sentenze della Cassazione n. 5570, 5572 e 5573 del 13 dicembre 1989, confermate con la sentenza delle Sez. Un. 65/1993, si è affermato in giurisprudenza un orientamento fondato sulla distinzione tra “leasing di godimento” e “leasing traslativo”, quest’ultimo relativo a beni atti a conservare alla scadenza un valore residuo superiore all’importo convenuto per l’opzione, ed i cui canoni scontano anche una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto (rispetto a cui la concessione in godimento assume funzione strumentale).

Si è inoltre consolidato l’indirizzo interpretativo secondo cui, nel leasing traslativo la disciplina dettata dall’art. 1526 c.c., in materia di risoluzione del contratto ha carattere inderogabile, trattandosi di norma imperativa, con valore di principio generale di tutela di interessi omogenei e strumento di controllo dell’autonomia negoziale delle parti (Cass. 19732/2011).

Va aggiunto che anche a seguito dell’introduzione nell’ordinamento (tramite il D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 59) della L.F., art. 72 quater, che ha dettato un’unica disciplina per la locazione finanziaria, valevole sia per il leasing di godimento che per quello traslativo (Cass. 1.3.2010 n. 4862), questa Corte ha ritenuto che non potesse ritenersi superata la tradizionale distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo e le differenti conseguenze che da essa derivano nell’ipotesi di risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatore (Cass. n. 8687/2015; 2538/2016), affermando che la disposizione dell’art. 72 quater, si applicava ad una situazione particolare (scelta del curatore di sciogliersi dal contratto pendente alla data di fallimento) e la sua disciplina non aveva incidenza al di fuori della materia fallimentare e dei rapporti giuridici pendenti (per la ricostruzione dell’istituto, cfr. sempre: Cass. 8980/2019, cit. supra).

La disciplina della L.F., art. 72 quater, tuttavia, ha una particolare rilevanza sul piano sistematico, in quanto, nonostante sia stata emanata successivamente all’affermarsi dell’indirizzo giurisprudenziale fondato sulla bipartizione del leasing finanziario in due fattispecie negoziali distinte e riconducibili a due diversi tipi contrattuali, ricompone ad unità tale contratto. Il leasing viene specificamente distinto dalla vendita con riserva di proprietà (il cui scioglimento è disciplinato dal successivo art. 73, mediante rinvio alla disciplina dell’art. 1526 c.c.), valorizzandone la causa di finanziamento, peraltro già desumibile dalla previsione degli artt. 1 e 106 del TUB, i quali riservano alle banche ed agli altri intermediari finanziari la posizione di concedente nelle operazioni di locazione finanziaria (così, Cass. 8980/2019, cit. supra).

Successivamente, la L. n. 208 del 2015 (legge di stabilità del 2016) ha introdotto nell’ordinamento la figura del leasing immobiliare abitativo (che contempla una serie di agevolazioni fiscali e di garanzie dirette a favorire l’utilizzo del leasing per l’acquisizione dell’abitazione principale) prevedendo anche in tal caso un’unica figura negoziale, caratterizzata dalla finalità di finanziamento.

Anche in questo caso, peraltro, si tratta di una figura particolare, che ha specifici presupposti ed un particolare ambito applicativo.

Da ultimo, però, come sopra evidenziato, la Legge per il mercato e la concorrenza n. 124/2017, all’art. 1, ha introdotto una definizione del leasing finanziario ed ha dettato una compiuta disciplina relativa a presupposti, effetti e conseguenze della risoluzione per inadempimento, oltre a norme di coordinamento con altre disposizioni che richiamano tale fattispecie contrattuale (cfr. sempre Cass. 8980/2019, cit. supra).

4.1.3 La nuova normativa ha, dunque, tipizzato la locazione finanziaria quale fattispecie negoziale autonoma, distinta dalla vendita con riserva di proprietà, in conformità a tutti i più recenti interventi legislativi in materia ed in particolare alla disciplina prevista dalla L.F., art. 72 quater.

Il legislatore ha optato per la ricostruzione unitaria del contratto di leasing ed ha dunque disatteso il tradizionale indirizzo giurisprudenziale di questa Corte, escludendo la distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo e facendo così venir meno una bipartizione che non è fondata su alcuna norma di legge.

In tale prospettiva, la nuova normativa si pone in linea di diretta continuità con la previsione della L.F., art. 72 quater e con la particolare disciplina dello scioglimento del contratto di leasing, che, come evidenziato, è ivi delineata secondo un paradigma unitario.

Da ciò consegue l’applicabilità alla fattispecie in esame, della disciplina dettata dalla L.F., art. 72 quater, in conformità ad un indirizzo interpretativo che, pur disatteso da questa Corte, era stato affermato da larga parte della giurisprudenza di merito.

4.1.4 La norma da ultimo citata, pur dettata in relazione all’ipotesi in cui lo scioglimento del contratto di leasing derivi da una scelta del curatore e non dall’inadempimento dell’utilizzatore, è del tutto coerente con la fisionomia di tale tipo negoziale e con la particolare disciplina della risoluzione dettata dalla nuova normativa, dovendo ritenersi definitivamente superato il ricorso in via analogica alla disciplina recata dall’art. 1526 c.c. (cfr. sempre Cass. 8980/2019, cit. supra).

Non si tratta dunque di attribuire carattere retroattivo (in assenza di norme di diritto transitorio) alla nuova disciplina portata dalla L. n. 124 del 2017, ma di fare concreta applicazione della c.d. interpretazione storico-evolutiva, secondo cui una determinata fattispecie negoziale, per quegli aspetti che non abbiano esaurito i loro effetti, in quanto non siano stati ancora accertati e definiti con statuizione passata in giudicato, non può che essere valutata sulla base dell’ordinamento vigente, posto che l’attività ermeneutica non può dispiegarsi “ora per allora”, ma all’attualità. E ciò, a maggior ragione quando, come nel caso di specie, l’ordinamento abbia organicamente disciplinato, dando così luogo ad un nuovo “tipo” negoziale, un contratto che, pur diffuso nella pratica, non poteva qualificarsi come contratto tipico e la cui disciplina veniva dunque desunta, in via analogica, da altri contratti tipici (nel nostro caso locazione o vendita con riserva di proprietà), in virtù di una scelta ermeneutica che, pur riconducibile ad un consolidato indirizzo di questa Corte, non può che operare su un piano meramente interpretativo, quale è quello proprio del formante giurisprudenziale.

Tale indirizzo è dunque destinato a cedere il passo davanti ad una precisa presa di posizione del legislatore, che, in quanto introduce una disciplina che integra una obiettiva (ed evidentemente consapevole) soluzione di continuità rispetto ad esso, non può non riverberarsi sulla valutazione ed interpretazione delle situazioni pregresse non ancora definite.

4.1.5 Gli effetti della risoluzione del contratto di leasing, verificatasi anteriormente alla dichiarazione di fallimento, dovranno dunque essere regolati sulla base di quanto previsto dalla L.F., art. 72 quater, che, peraltro, ha anche carattere inderogabile e prevale su eventuali difformi pattuizioni delle parti (cfr. sempre Cass. 8980/2019, cit. supra).

La disciplina della L. n. 124 del 2017, ed il procedimento di realizzazione sul bene ivi regolato consente di superare i dubbi interpretativi sorti in ordine al trattamento, in ambito concorsuale, del credito del concedente all’esito della risoluzione negoziale per inadempimento dell’utilizzatore.

Come già rilevato nella pronuncia n. 15701 del 23.5.2011 di questa Corte, l’applicazione della disciplina della L.F., art. 72 quater, anche al caso di risoluzione del contratto verificatasi prima della dichiarazione di fallimento implica che, anche in questo caso, il concedente dovrà evidentemente insinuarsi al passivo fallimentare per poter allocare il bene e trattenere, in tutto o in parte, l’importo incassato. Alla stregua di quanto previsto per i crediti pignoratizi e per quelli garantiti da privilegio speciale L.F., ex art. 53, la vendita avverrà a cura dello stesso concedente, previa stima del valore di mercato del bene, disposta dal giudice delegato in sede di accertamento del passivo. Sulla base del valore di mercato del bene sarà determinato l’eventuale credito della curatela nei confronti del concedente o il credito, in moneta fallimentare, di quest’ultimo, pari alla differenza tra il valore del bene ed il suo credito residuo, corrispondente all’ammontare dei canoni scaduti e non pagati fino alla data di fallimento e dei canoni a scadere, solo in linea capitale (in coerenza con la previsione della L.F., art. 55), oltre al prezzo pattuito per l’esercizio dell’opzione; eventuali rettifiche, sulla base di quanto effettivamente realizzato dalla vendita del bene, potranno farsi valere in sede di riparto.

Alla luce della chiara indicazione della novella, del tutto coerente con l’indirizzo già sostenuto dalla citata pronuncia n. 15701 del 23.5.2011 di questa Corte, va dunque esclusa, in quanto del tutto superflua, l’insinuazione in via tardiva della differenza fra il credito vantato alla data del fallimento e la minore somma ricavata, pure affermato da un precedente arresto di questa Corte (Cass. 21213 del 2017) o l’ammissione di detto credito con riserva.

4.1.6 Peraltro, anche il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, (D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, pubblicato nella G.U. del 14 febbraio 2019) all’art. 177 detta una disciplina della locazione finanziaria pienamente coerente con la disciplina della L.F., art. 72 quater e della L. n. 124 del 2017, prevedendo che nella liquidazione giudiziale del patrimonio dell’utilizzatore, in caso di scioglimento del contatto, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare alla curatela fallimentare l’eventuale differenza tra la maggiore somma ricavata dalla vendita a valori di mercato, dedotta una somma pari all’ammontare di eventuali canoni scaduti e non pagati fino alla data dello scioglimento e dei canoni a scadere, solo in linea capitale, oltre al prezzo pattuito per l’esercizio dell’opzione finale di acquisto. La medesima disposizione, al comma 2, prevede che il concedente ha diritto di insinuarsi allo stato passivo per la differenza tra il credito vantato alla data di apertura della liquidazione giudiziale e quanto ricavabile dalla nuova allocazione del bene secondo la stima disposta dal giudice delegato. Viene dunque espressamente prevista la stima del giudice delegato quale necessario presidio per determinare il valore di mercato del bene, già desumibile dall’attuale sistema della legge fallimentare, seppure non esplicitata nella disposizione della L.F., art. 72 quater.

Dunque, anche la nuova regolazione della crisi d’impresa, che nonostante la (ampia) vacatio legis, fa ormai parte dell’ordinamento vigente, conferma la scelta del legislatore, che ha trovato costante espressione in tutti i più recenti interventi in materia, univocamente ispirati alla configurazione unitaria del leasing finanziario e della previsione di una disciplina sostanzialmente omogenea della risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore e dello scioglimento (per scelta del curatore) di quello che è ormai, a tutti gli effetti, un contratto tipico (cfr. sempre Cass. 8980/2019, cit. supra).

Deve, dunque, anche in questa ulteriore sede decisoria, riaffermarsi il principio secondo cui gli effetti della risoluzione del contratto di leasing per inadempimento dell’utilizzatore sono regolati dalla disciplina della L.F., art. 72 quater, applicabile anche al caso di risoluzione del contratto avvenuta prima della dichiarazione di fallimento dell’utilizzatore.

4.2 Il secondo motivo è fondato nei termini qui di seguito precisati.

Deve ritenersi ammissibile e fondata la domanda di restituzione del bene immobile oggetto di sequestro penale avanzata da parte del creditore M. S.p.A. (il cui titolo negoziale di proprietà non è stato, in realtà, neanche contestato da parte della curatela fallimentare), atteso che, pur essendo indiscutibile, da un lato, il vincolo di indisponibilità determinato dal provvedimento di sequestro probatorio disposto dall’autorità giudiziaria penale (che rende non materialmente eseguibile la restituzione del bene gravato dal predetto vincolo e del quale la curatela fallimentare è stata nominata custode sempre dalla medesima autorità sopra indicata) è altrettanto vero, dall’altro, che, una volta dimostrato da parte dell’istante il suo titolo di proprietà sul bene (come tale legittimante la richiesta di restituzione di quest’ultimo), il diritto alla restituzione, così giudizialmente accertato, può ben essere tutelato attraverso un riconoscimento “condizionato” del diritto stesso, ai sensi della L.F., art. 96, comma 2, n. 1, ove l’evento sotteso alla condizione è rappresentato dal venir meno del vincolo di indisponibilità giuridica sopra descritto e dalla materiale restituzione del bene, così prima vincolato, da parte dell’autorità giudiziaria penale alla curatela fallimentare che, in quel momento, ne potrà disporre in favore dell’istante.

  1. Il ricorso va dunque accolto nei limiti sopra precisati ed il decreto impugnato va cassato, con rinvio della causa al Tribunale di Cassino, che si conformerà ai principi di diritto sopra enunciati. Il giudice del rinvio provvederà anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso principale; rigetta il ricorso incidentale; cassa il provvedimento impugnato e rinvia al Tribunale di Cassino, in diversa composizione, anche per la regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 4 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2019

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La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva

La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 27200 del 23/10/2019

Con ordinanza del 23 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di recupero crediti, ha stabilito che la rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva, formulata dal debitore nel corso della fase di ammissione al procedimento, non impedisce al P.M., prima che il tribunale dichiari l’inammissibilità della detta domanda, di avanzare una richiesta di fallimento dell’imprenditore, in ragione della ritenuta sua insolvenza di cui sia venuto a conoscenza a seguito della comunicazione ex art. 161, comma cinque, L.F.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 27200 del 23/10/2019

La rinuncia alla domanda di concordato preventivo con riserva

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. __ proposto da:

D. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

A.., M., N., L., C.., O., G., I., P., F., Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, Procuratore Generale presso la Corte Suprema di Cassazione, Pubblico Ministero – Procura della Repubblica presso il Tribunale di Latina, U., S., T. e B. – intimati –

avverso la sentenza n. __ della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il __;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del __ dal Cons. Dott. __;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha concluso per il rigetto;

uditi, per il ricorrente, gli Avvocati __ e __ che si riportano;

udito, per il contro ricorrente, l’Avvocato __ che ha chiesto il rigetto.

Svolgimento del processo

1.1 Il Tribunale di Latina, con sentenza n. __ del __, dichiarava il fallimento di (OMISSIS) S.r.l. su istanza del P.M. presentata (all’udienza del __) in sede di convocazione della debitrice L.F., ex art. 162, comma 2; la constatazione dell’insolvenza faceva seguito alla declaratoria di non luogo a provvedere sulla domanda di concordato in bianco proposta dalla compagine debitrice, stante la rinuncia depositata prima dell’udienza fissata (in data __).

1.2 La dichiarazione di fallimento veniva revocata, con sentenza n. __, dalla Corte d’appello di Roma, la quale disponeva la remissione degli atti al primo giudice, in ragione della ritenuta violazione del diritto di difesa della società debitrice, dato che alla stessa non era stato concesso il termine richiesto per contraddire rispetto all’istanza di fallimento avanzata dal P.M. in udienza.

1.3 Il Tribunale di Latina, con sentenza n. __, dichiarava nuovamente il fallimento di (OMISSIS) S.r.l.

La statuizione veniva revocata dalla Corte d’appello di Roma, con sentenza n. __, poiché era stata avviata una nuova istruttoria fallimentare in difetto di un necessario atto riassuntivo su impulso di parte.

1.4 Il Tribunale di Latina, con sentenza n. __ del __, dichiarava ancora una volta il fallimento di (OMISSIS) S.r.l., su istanza del P.M. e di alcuni lavoratori subordinati.

  1. A seguito del reclamo presentato da D., in proprio e quale legale rappresentante di (OMISSIS) S.r.l., la Corte d’appello di Roma: i) riteneva che non vi fosse alcun giudicato interno ostativo all’iniziativa assunta dal P.M., in quanto la prima sentenza della corte distrettuale non conteneva alcun passaggio che affermasse che la mancanza di una pronuncia di inammissibilità sul concordato preventivo comportava il venir meno della legittimazione del magistrato requirente; ii) osservava che il P.M. nell’ambito del concordato preventivo, ove avesse rilevato la sussistenza di uno stato di insolvenza a seguito della sua necessaria partecipazione, ben poteva sollecitare la dichiarazione di fallimento, a prescindere dalle vicende concordatarie; iii) reputava che alla data in cui la dichiarazione di fallimento era stata deliberata e pubblicata il fallimento pronunciato con la seconda sentenza del Tribunale di Latina fosse oramai definitivamente chiuso; iv) qualificava le doglianze presentate rispetto alla legittimazione dei creditori istanti come ininfluenti, tenuto conto della riconosciuta legittimazione del P.M. a sollecitare la dichiarazione di fallimento; v) rilevava, sulla base della documentazione acquisita, l’esistenza di una situazione di insolvenza sin dalla data di presentazione della prima dichiarazione di fallimento; vi) constatava che la pronuncia di fallimento da ultimo intervenuta aveva fatto seguito a un ricorso del P.M. ampiamente motivato; vii) ravvisava l’esistenza di una situazione di insolvenza, tenuto conto della situazione di notevole sbilancio patrimoniale della società e della incapacità della stessa di adempiere con regolarità alle proprie obbligazioni.

Sulla base di queste considerazioni la Corte d’appello, con sentenza in data __, rigettava il reclamo proposto.

  1. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso D., in proprio e quale legale rappresentante di (OMISSIS) S.r.l., prospettando otto motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso il fallimento di (OMISSIS) S.r.l.

Gli intimati P., N., L., S., G., A., T., B., F., C., Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Latina e Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma non hanno svolto alcuna difesa.

Entrambe le parti costituite hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

7.1 Il primo motivo di ricorso di ricorso denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., in quanto la Corte d’appello non avrebbe tenuto conto della sussistenza di un precedente giudicato inter partes in ordine alla illegittimità della declaratoria di fallimento in mancanza di una precedente pronuncia di inammissibilità della domanda di concordato, mancanza da cui conseguirebbe il difetto di legittimazione del P.M.

7.2 Il secondo mezzo lamenta, ex art. 360 c.p.c., la violazione di norme di diritto in relazione alla L.F., art. 162, comma 2, in quanto la Corte d’appello non avrebbe ritenuto illegittima la sentenza di fallimento a causa dell’improcedibilità dell’istanza del P.M. per difetto di legittimazione, in assenza di una previa pronuncia di inammissibilità della domanda di concordato; la corte distrettuale invece avrebbe dovuto constatare che il disposto della L.F., art. 162, comma 2, individua la previa dichiarazione di inammissibilità della domanda di concordato quale presupposto logico/giuridico/procedimentale per dare corso alla declaratoria di fallimento e, correlativamente, disconoscere la legittimazione del P.M.

7.3 Con il terzo motivo la sentenza impugnata è censurata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per falsa applicazione della L.F., artt. 7 e 162, in quanto la Corte d’appello, laddove aveva ritenuto che ai fini della legittimazione della parte pubblica rilevasse la notitia decoctionis qualificata acquisita dal P.M. all’esito della presentazione della domanda di concordato, avrebbe ravvisato la legittimazione del P.M. anche ai sensi della L.F., art. 7, malgrado trovasse applicazione al caso di specie soltanto la L.F., art. 162.

7.4 I motivi, da esaminarsi congiuntamente perché tutti rivolti a contestare la legittimazione del P.M. a sollecitare la dichiarazione di fallimento, sono infondati.

7.4.1 La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di stabilire che in pendenza di un procedimento di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, ai sensi della L.F., art. 161, comma 6, il fallimento dell’imprenditore, su istanza di un creditore o su richiesta del P.M., può essere dichiarato soltanto quando ricorrono gli eventi previsti dalla L.F., artt. 162, 173, 179 e 180 e cioè, rispettivamente, quando la domanda di concordato sia stata dichiarata inammissibile, quando sia stata revocata l’ammissione alla procedura, quando la proposta di concordato non sia stata approvata e quando, all’esito del giudizio di omologazione, sia stato respinto il concordato; la dichiarazione di fallimento non è invece esclusa durante le eventuali fasi di impugnazione dell’esito negativo del concordato preventivo, non sussistendo un rapporto di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le procedure (Cass., Sez. U., 9935/2015).

Il che significa, nella sostanza, che la pendenza di una procedura di concordato preventivo è di temporaneo ostacolo alla pronuncia di fallimento ad opera del Tribunale, sicché, una volta venuta meno la procedura concorsuale minore, per qualsiasi ragione, viene meno il motivo ostativo alla declaratoria di insolvenza.

Ponendosi in questa prospettiva interpretativa, al disposto della L.F., art. 162, comma 2 (laddove la norma prevede che il Tribunale, nel caso in cui verifichi che non ricorrono i presupposti di cui alla L.F., art. 160, commi 1 e 2 e art. 161, dichiara inammissibile la proposta di concordato, aggiungendo subito dopo che in tali casi il giudice di merito, su istanza del creditore o su richiesta del P.M., dichiara il fallimento in presenza dei presupposti previsti alla L.F., artt. 1 e 5), non può essere attribuito il significato voluto dall’odierno ricorrente, che intende individuare nella declaratoria di inammissibilità la condizione imprescindibile perché possa essere presentata richiesta di fallimento da parte del P.M..

Al contrario – come già questa Corte ha avuto modo di chiarire (cfr. Cass. 6649/2018) – la dichiarazione d’improcedibilità del concordato per rinunzia alla proposta concordataria si colloca, attesa l’assimilabilità degli effetti processuali, consistenti nella chiusura del procedimento concordatario in difetto dell’omologazione, sul medesimo piano della dichiarazione di inammissibilità di cui alla L.F., art. 162, comma 2, con conseguente potere del P.M. di richiedere il fallimento prima che l’improcedibilità sia dichiarata.

La norma quindi intende individuare, in senso sostanziale e non formale, nell’intervenuta pronuncia in rito rispetto alla procedura concordataria – sia essa, indifferentemente, di inammissibilità o di improcedibilità – il presupposto utile e idoneo a rimuovere l’ostacolo, costituito dalla pendenza di tale procedimento, per prendere in esame le istanze di fallimento in precedenza presentate.

Deve perciò essere ribadito il principio secondo cui il disposto della L.F., art. 162, comma 2, va inteso nel senso che nell’ambito della procedura concordataria il P.M., ove a seguito della sua partecipazione necessaria rilevi la sussistenza di uno stato d’insolvenza del debitore istante, può legittimamente richiedere al Tribunale il fallimento del proponente senza che rilevino le scansioni e le vicende del procedimento concordatario, come la rinuncia alla proposta concordataria, anche in difetto di convergenti istanze volte alla dichiarazione dell’insolvenza del debitore da parte del ceto creditorio (Cass. 14156/2017).

Ne discende l’infondatezza del secondo motivo di ricorso, in quanto la legittimazione del P.M. a sollecitare la dichiarazione di fallimento non è condizionata dall’esito formale della procedura concordataria né è subordinata alla preventiva pronuncia di inammissibilità della domanda concordataria, in quanto è il venir meno di tale procedura – qualsiasi esso sia ed a prescindere dal tenore della pronuncia che ha posto termine al procedimento – a consentire al Tribunale la dichiarazione di fallimento.

7.4.2 Ne è possibile dubitare della legittimazione del P.M. a sollecitare la dichiarazione di fallimento in presenza di un simile esito della procedura concordataria.

A questo proposito giova ricordare la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. 6649/2018 e Cass. 12010/2018) secondo cui: i) il P.M. partecipa a pieno titolo al procedimento concordatario – nel cui ambito riceve comunicazione, ai sensi della L.F., art. 161, comma 5, della domanda di concordato unitamente ai documenti depositati dal debitore e, in seguito, della relazione del commissario giudiziale di cui all’art. 172 – e, dunque, può comparire in udienza e interloquire nei termini ritenuti opportuni, rassegnando conclusioni e, in particolare, richiedendo nei casi previsti la dichiarazione di fallimento; ii) il potere di richiedere il fallimento da parte del P.M. non è condizionato a una qualche segnalazione del Tribunale, ma è direttamente ed espressamente contemplato dalla legge, ogni qual volta il procedimento non sortisca il suo esito fisiologico, con l’omologazione; iii) la rinunzia alla proposta concordataria formulata dal debitore nel corso del procedimento di revoca del concordato medesimo, pur conducendo alla dichiarazione di improcedibilità, non comporta che il procedimento di concordato preventivo cessi automaticamente, così da collocare la richiesta di fallimento da parte del P.M. al di fuori di esso, occorrendo invece che detto procedimento si concluda con la relativa dichiarazione di improcedibilità; iv) il P.M. che, a seguito della comunicazione L.F., ex art. 173, partecipa ordinariamente al procedimento, nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa delle altre parti, ben può rassegnare le proprie conclusioni che comprendono, oltre alla valutazione negativa della proposta concordataria, anche l’eventuale richiesta di fallimento in ragione della ritenuta insolvenza dell’imprenditore di cui sia venuto a conoscenza a seguito di tale partecipazione; v) il potere del P.M. di richiedere il fallimento permane fino a quando l’improcedibilità non sia stata dichiarata, rimanendo successivamente impregiudicato il suo diritto di chiedere il fallimento in presenza dei presupposti di cui all’art. 7.

Pertanto le norme che conferiscono al P.M. il potere di chiedere il fallimento nell’ambito del procedimento concordatario, pur ispirandosi alla stessa ratio sottesa alla L.F., art. 7 (costituita dalla volontà di ampliare la legittimazione del pubblico ministero alla presentazione della richiesta per dichiarazione di fallimento in tutti i casi nei quali l’organo abbia istituzionalmente appreso la notitia decoctionis; Cass. 19797/2015), comportano una forma aggiuntiva di legittimazione che rimane acquisita a seguito della partecipazione necessaria del magistrato requirente alla procedura di concordato.

Questa particolare legittimazione si fonda sulla percezione della notitia decoctionis avuta direttamente in tale ambito processuale e permane, fino alla dichiarazione di improcedibilità, a prescindere dall’esito che al concordato vada assegnato in conseguenza della condotta del debitore, il quale quindi non ha modo di bloccare l’iniziativa del P.M. tramite la mera presentazione di una rinuncia alla domanda anticipatoria presentata.

Se ne ricava l’infondatezza del terzo motivo di ricorso, avendo il giudice di merito correttamente evidenziato – rispetto a una richiesta del P.M. presentata dopo la rinuncia alla domanda di concordato ma prima della relativa declaratoria di improcedibilità all’esito dell’udienza fissata L.F., ex art. 162, comma 2 – che la legittimazione della parte pubblica discendeva dalla notitia decoctionis qualificata acquisita nell’ambito concordatario.

7.4.3 Non è possibile neppure ritenere che nel caso di specie sussistesse un giudicato interno che imponesse l’adozione di una pronuncia di inammissibilità della procedura concordataria prima del vaglio dell’istanza di fallimento.

In vero, ove si abbia riguardo al contenuto della sentenza n. 709/2016 della Corte d’appello di Roma, sarà facile rilevare che la decisione si limita solo a ricordare, in linea generale, il principio affermato da questa Corte con la sentenza n. 9935/2015 (principio che, peraltro, nel caso di specie risultava irrilevante, dato che nessun concordato pendeva al momento della decisione, avendovi il debitore rinunciato), ma non adotta alcuna statuizione in merito alla mancata declaratoria di inammissibilità del concordato, né in particolare afferma la necessità di una specifica dichiarazione in rito al fine di ammettere la legittimazione del P.M. a presentare richiesta di fallimento.

8.1 Il settimo motivo di ricorso assume, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L.F., artt. 5, 6 e 7, artt. 99 e 112 c.p.c., artt. 24 e 111 Cost., in quanto la Corte d’appello non avrebbe ravvisato l’inesistenza della richiesta di fallimento presentata dal Pubblico Ministero, benché la stessa fosse del tutto priva di motivazione in ordine allo stato di insolvenza, e si sarebbe limitata a rammentare la struttura deformalizzata di tale domanda.

8.2 Il motivo riporta integralmente la motivazione offerta dalla corte distrettuale sulla questione della mancata motivazione dell’istanza di fallimento, ma non ne tiene affatto conto.

I giudici del merito infatti, lungi dal limitarsi a sottolineare il carattere deformalizzato della richiesta di fallimento, hanno in primo luogo evidenziato come l’originaria istanza fosse stata ampiamente integrata dal P.M. al momento della riassunzione, aggiungendo poi che nell’ambito dello specifico giudizio prefallimentare l’iniziativa del magistrato requirente andava apprezzata nel suo complesso e non rispetto al suo iniziale atteggiarsi.

A fronte di questi argomenti l’odierno ricorrente non critica la principale ratio decidendi e, continuando a orientare le proprie censure sulla sola originaria richiesta, sviluppa una critica che reitera le proprie precedenti doglianze piuttosto che correlarsi con il contenuto della decisione impugnata.

Il che comporta l’inammissibilità del mezzo.

Il motivo di ricorso per cassazione infatti deve necessariamente avere i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata (Cass. 6587/2017, Cass. 13066/2007); ne discende che la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), con la conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (Cass. 20910/2017).

Nel ricorso per cassazione la parte non può perciò limitarsi alla mera riproposizione delle tesi difensive svolte nelle fasi di merito e motivatamente disattese dal giudice dell’appello, operando così una mera contrapposizione del suo giudizio e della sua valutazione a quella espressa dalla sentenza impugnata senza considerare le ragioni offerte da quest’ultima (Cass. 11098/2000).

  1. Il riconoscimento della legittimazione del P.M. e della ritualità della sua richiesta comporta l’inammissibilità del quinto motivo di doglianza, con cui il ricorrente assume, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione degli artt. 100 e 112 c.p.c., L.F., art. 15, artt. 24 e 111 Cost., in quanto la Corte d’appello avrebbe omesso di statuire in ordine all’eccezione di improcedibilità delle istanze di fallimento dei lavoratori, pur in presenza di un interesse a una simile pronuncia.

Il ricorrente infatti non ha alcun interesse all’esame di questo mezzo, in quanto il suo eventuale accoglimento non potrebbe comunque condurre, a seguito del definitivo accertamento della legittimità dell’iniziativa assunta dal P.M., alla cassazione della decisione impugnata.

10.1 Il quarto motivo di ricorso assume, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L.F., artt. 26 e 119, art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., in quanto la Corte d’appello non avrebbe ritenuto illegittima la sentenza di fallimento pronunciata dal Tribunale di Latina prima della definitiva esecutività del decreto di chiusura del precedente fallimento.

In tesi di parte ricorrente la Corte d’appello, nel verificare l’avvenuta notificazione del decreto di chiusura, da un lato avrebbe erroneamente valorizzato il contenuto della certificazione redatta dalla propria cancelleria all’esito della verifica dell’esistenza di eventuali impugnazioni, dall’altro avrebbe a torto ritenuto che l’unico termine rilevante ai fini della proposizione del reclamo fosse quello breve, senza considerare che la mancata notifica al comitato dei creditori imponeva di tenere conto del maggior termine previsto dalla L.F., art. 26, comma 4; ne conseguirebbe l’illegittimità della declaratoria di fallimento, pronunziata quando ancora il decreto di chiusura del fallimento non poteva dirsi definitivo.

10.2 La doglianza è inammissibile sotto entrambi i profili dedotti.

10.2.1 La corte territoriale ha inteso la certificazione della propria cancelleria prodotta dalla curatela come documento attestante la mancata impugnazione, da parte di qualsiasi legittimato, del decreto di chiusura.

Una simile interpretazione rientrava nei compiti istituzionalmente demandati al giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento e di controllarne l’attendibilità e la concludenza; la stessa non può quindi essere posta in contestazione avanti a questa Corte, alla quale compete soltanto il controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito.

10.2.2 Il secondo profilo di critica poi, pur prendendo le mosse dall’esatta considerazione che la verifica dell’avvenuta pronunzia del decreto di chiusura del fallimento revocato costituisce il presupposto per poter esaminare nel merito il ricorrere degli elementi costitutivi di una nuova pronuncia di fallimento (Cass. 2673/2015), investe le valutazioni a cui è giunta la corte territoriale laddove la stessa ha ritenuto di ricollegare la definitività del decreto di chiusura al decorso del termine previsto dalla L.F., art. 26, comma 3, piuttosto che a quello previsto dal successivo capoverso, in ragione della mancata notifica al comitato dei creditori, così assumendo l’esistenza di un simile organo.

La sentenza impugnata tuttavia non fa il minimo cenno a una simile circostanza, che dalla lettura decisione non risulta fosse stata posta dal reclamante; né dalla narrativa del ricorso per cassazione, come pure dallo svolgimento dei motivi, risulta che il reclamante, nel corso del giudizio di merito, avesse allegato che la mancata definitività del decreto di chiusura discendesse dall’omessa notifica al comitato dei creditori.

Sicché trova applicazione il principio secondo cui, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni comportanti accertamenti in fatto di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. 6089/2018, Cass. 23675/2013).

11.1 Il sesto motivo di ricorso deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L.F., artt. 5 e 6, artt. 24 e 111 Cost., in quanto la Corte d’appello avrebbe valutato la sussistenza dello stato di insolvenza sulla base di atti non pertinenti e non utilizzabili a fini probatori e per fatti diversi, con violazione dei diritti costituzionali di difesa e a un giusto processo; in particolare la Corte d’appello, pur dovendo accertare lo stato di insolvenza al momento della proposizione della originaria istanza di fallimento da parte del P.M., dato che i successivi procedimenti erano stati introdotti in prosecuzione del primo, avrebbe fatto riferimento a debiti non ancora scaduti o a documentazione non esistente alla data di presentazione della prima richiesta di fallimento.

11.2 L’ottavo motivo di ricorso prospetta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione della L.F., art. 5, art. 112 c.p.c., artt. 24 e 111 Cost.: il convincimento espresso dalla corte territoriale in merito alla sussistenza dello stato di insolvenza non sarebbe sorretto da una motivazione esauriente e corretta, perché la stessa si baserebbe su fatti e atti successivi alla data di proposizione dell’istanza di fallimento, anche provenienti dalle procedure di fallimento revocate, e non terrebbe conto della liquidità disponibile.

11.3 I motivi, da esaminarsi congiuntamente in ragione del coincidente vizio prospettico che li accomuna, sono il primo infondato, il secondo in parte infondato, in parte inammissibile.

11.3.1 Entrambe le doglianze muovono dal presupposto che la constatazione dello stato di insolvenza che legittima la dichiarazione di fallimento debba essere effettuata con riferimento alla situazione esistente al momento della presentazione della domanda di fallimento. Con la conseguenza che, in caso di revoca della dichiarazione di fallimento in sede di reclamo e rinvio al primo giudice per il riesame della domanda, la valutazione andrebbe retrodatata alle condizioni esistenti al momento dell’assunzione dell’iniziativa da parte del soggetto legittimato.

Un simile assunto non può essere condiviso.

L’accertamento dello stato di insolvenza va infatti compiuto con riferimento alla situazione esistente alla data della sentenza dichiarativa di fallimento e non già a quella di presentazione del relativo ricorso (Cass. 19790/2015, Cass. 11393/2004), di modo che il giudice chiamato alla verifica dell’effettiva esistenza della condizione di insolvenza denunciata ben può prendere in considerazione la situazione evolutasi (sotto il profilo dei debiti giunti a scadenza o della documentazione venuta ad esistenza) fino al momento della decisione.

La data a cui, quindi, la corte distrettuale doveva avere riguardo nei suoi accertamenti era quella del __, momento rispetto al quale la coeva sentenza di fallimento aveva accertato la situazione di insolvenza.

Tale data fissava il limite temporale che le parti, nel libero esercizio della disponibilità delle prove loro riconosciuto dall’art. 115 c.p.c., dovevano tenere in conto onde allegare e provare – anche tramite la produzione della relazione L.F., ex art. 33, redatta nella stessa o nelle precedenti procedure fallimentari o dello stato passivo nel frattempo predisposto (Cass. 10170/2016, Cass. 10952/2015) – ogni circostanza che ritenessero utile al fine di dimostrare le rispettive tesi difensive.

11.3.2 Risulta infine inammissibile ogni critica concernente l’erroneo apprezzamento delle disponibilità liquide della società debitrice, dato che il convincimento espresso dal giudice di merito circa la sussistenza di un irreversibile stato di insolvenza costituisce un apprezzamento di fatto incensurabile in cassazione, ove sorretto da motivazione esauriente e giuridicamente corretta (Cass. 4455/2001).

  1. In forza dei motivi sopra illustrati il ricorso va pertanto respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro __, di cui Euro__ per esborsi, oltre accessori come per legge e contributo spese generali nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez_I_Ord_23_10_2019_n_27200




Ammissione al passivo fallimentare: insinuazione del credito

Ammissione al passivo fallimentare: insinuazione del credito derivante da saldo negativo di conto corrente

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27201 del 23/10/2019

Con ordinanza del 23 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di ammissione al passivo fallimentare, ha stabilito che nell’insinuare il credito derivante da saldo negativo di conto corrente, la banca ha l’onere di dare conto dell’intera evoluzione del rapporto tramite il deposito degli estratti conto integrali; il curatore, eseguite le verifiche di sua competenza, ha l’onere di sollevare specifiche contestazioni in relazione a determinate poste, in presenza delle quali la banca ha, a sua volta, l’onere ulteriore di integrare la documentazione, o comunque la prova, del credito avuto riguardo alle contestazioni in parola; il giudice delegato o, in sede di opposizione, il tribunale, in mancanza di contestazioni del curatore, è tenuto a prendere atto dell’evoluzione storica del rapporto come rappresentata negli estratti conto, pur conservando il potere di rilevare d’ufficio ogni eccezione non rimessa alle sole parti che si fondi sui fatti in tal modo acquisiti al giudizio.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27201 del 23/10/2019

Ammissione al passivo fallimentare: insinuazione del credito derivante da saldo negativo di conto corrente

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. __ proposto da:

B. S.p.A. – ricorrente –

contro

Curatela Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – intimata –

avverso il decreto del TRIBUNALE di NAPOLI, depositato __;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del __ dal cons. Dott. __.

Svolgimento del processo

  1. Il Giudice delegato al fallimento di (OMISSIS) s.r.l. ammetteva al passivo della procedura il credito vantato da B. S.p.A., nella misura di Euro __ in relazione al conto corrente n. (OMISSIS), rigettando invece l’istanza di ammissione in relazione al conto corrente anticipi n. (OMISSIS) per carenza di documentazione giustificativa.
  2. A seguito dell’opposizione proposta da C. S.p.A., quale conferitaria di tutte le attività e passività della già B. S.p.A., il Tribunale di Napoli: i) riteneva che al collegio dell’opposizione non fosse attribuito il potere di acquisire d’ufficio, ovvero su sollecitazione di parte, il fascicolo fallimentare, neppure rispetto ai documenti allegati dall’istante, dovendosi di conseguenza giudicare inammissibile la richiesta istruttoria di acquisizione del fascicolo contenente la domanda di ammissione al passivo e la relativa documentazione prodotta dal ricorrente; ii) rilevava l’intempestività della produzione (in data __) del medesimo fascicolo, avvenuta in epoca successiva al deposito (in data __) del ricorso in opposizione L. Fall., ex art. 99; iii) osservava, per completezza, che non poteva condividersi la tesi dell’opponente concernente l’estensione automatica della disciplina prevista dal contratto di conto corrente n. (OMISSIS) del __ anche al diverso rapporto di anticipazione n. (OMISSIS); iv) reputava che gli estratti integrali di conto corrente non fossero idonei a dimostrare l’esistenza del credito della banca nei confronti del fallito ai fini dell’ammissione al passivo.

Sulla base di simili valutazioni il Tribunale di Napoli, con decreto depositato in data __, rigettava l’opposizione proposta da C. S.p.A.

  1. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso B. S.p.A., prospettando sette motivi di doglianza.

L’intimato fallimento (OMISSIS) non ha svolto alcuna difesa.

Parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.

Motivi della decisione

4.1 Il quarto motivo di ricorso – da prendere in esame in via prioritaria, in applicazione del principio della ragione più liquida denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. Fall., art. 99 e art. 116 c.p.c. nonché, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, in quanto il Tribunale avrebbe erroneamente interpretato la L. Fall., art. 99 laddove aveva ritenuto che i documenti a suffragio dell’opposizione dovevano essere depositati unitamente al ricorso, quando la norma, al contrario, imponeva la mera indicazione dei medesimi.

4.2 Il motivo è fondato rispetto alla violazione di legge denunciata.

Questa Corte (Cass. 25513/2017) ha già avuto modo di osservare che un rilievo non trascurabile deve esser assegnato al risultato esegetico che agevolmente si ricava dall’inciso contenuto nella L. Fall., art. 99, comma 2, n. 4, il quale, nel delineare il concreto perimetro dell’effetto decadenziale, opera un preciso riferimento all’indicazione specifica, ad opera del creditore, dei documenti prodotti; la norma, dunque, lungi dal prevedere un onere per il ricorrente di produrre i documenti unitamente al deposito del ricorso, fa semplicemente riferimento alla necessità di elencare, nell’atto introduttivo, i documenti già dimessi e versati agli atti del processo, per cui se un effetto preclusivo può ricavarsi dall’esame del dato normativo, esso va riferito non tanto alla necessità di ridepositare il materiale precostituito e già prodotto ma, semmai, all’impossibilità per il creditore di avvalersi, successivamente al deposito del ricorso, di documenti nuovi, differenti sia da quelli utilizzati in sede di verifica innanzi al giudice delegato sia da quelli prodotti per la prima volta al momento dell’opposizione.

L’intero dettato della L. Fall., art. 99, comma 2, n. 4, depone inoltre nel senso che le esigenze di concentrazione processuale, che il legislatore vuole perseguire anche nel giudizio di opposizione, impongono al creditore di indicare, in via ultimativa ed al momento del ricorso, tutti i mezzi di prova ed i documenti di cui intende avvalersi innanzi al Tribunale, sicché è solo quel materiale che ha titolo per restare nel processo, escludendosi, nel corso del giudizio, la possibilità di avvalersi di mezzi di prova nuovi o di documenti differenti da quelli già prodotti ed indicati nell’atto introduttivo.

Se questa è la ragione che giustifica la previsione della decadenza, non vi è ragione di estenderne la portata fino a provocare un effetto ulteriore e non voluto dal legislatore (attraverso l’imposizione dell’onere a carico del creditore di produrre nuovamente innanzi al Tribunale documenti già depositati), anche in considerazione del fatto che le norme in tema di decadenza, per loro natura, sono di stretta interpretazione (Cass. 4351/2016); al contrario l’evidenza che si ricava dall’utilizzo letterale del participio congiunto (in funzione aggettivale) prodotti, riferito ai documenti da indicare specificamente, depone soltanto nel senso che il ricorrente debba limitarsi a valorizzare specificamente, nel quadro del ricorso introduttivo, quelli che, tra i documenti già prodotti, appaiono maggiormente idonei a sostenere la propria prospettazione (perché trascurati o non adeguatamente apprezzati dal giudice delegato).

Oltre a ciò si deve osservare che, soddisfatta dall’opponente la condizione prescritta dalla norma circa la specifica indicazione dei documenti prodotti, il Tribunale in sede di opposizione è tenuto ad acquisire i documenti in questione, seppur non prodotti nuovamente in fase di opposizione, in quanto tali documenti, una volta allegati all’originaria istanza di ammissione al passivo, rimangono nella sfera di cognizione dell’ufficio giudiziario, inteso nel suo complesso, anche in tale fase.

In questa direzione merita di essere richiamata, sul piano sistematico, la ricostruzione operata dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. U., 14475/2015) secondo cui “i principi costituzionali del giusto processo e della sua ragionevole durata implicano, come si è sottolineato nella sentenza 23 dicembre 2005, n. 28498, che le prove acquisite al processo lo siano in via definitiva. Tali prove non devono essere disperse. Ciò vale anche per i documenti: una volta prodotti ed acquisiti ritualmente al processo devono essere conservati alla cognizione del giudice”, secondo il principio “che può essere definito di non dispersione della prova una volta che questa sia stata acquisita al processo”.

Occorre pertanto dare continuità all’orientamento secondo cui nel giudizio di opposizione a stato passivo l’opponente è tenuto, a pena di decadenza, solo a indicare specificamente in seno al ricorso i documenti già prodotti nel corso della verifica dello stato passivo innanzi al giudice delegato; sicché, in difetto di produzione del documento indicato specificamente in ricorso, il Tribunale deve disporne l’acquisizione dal fascicolo della procedura fallimentare ove esso è custodito (Cass. 12549/2017, Cass. 13888/2017, Cass. 5094/2018).

Dunque il Tribunale ha illegittimamente ritenuto che l’opponente fosse obbligato, al fine di soddisfare l’onere probatorio posto a suo carico, a depositare insieme al fascicolo dell’opposizione anche il fascicolo di parte relativo alla fase di verifica dello stato passivo, quando al contrario doveva limitarsi a controllare se l’opponente avesse specificamente indicato i documenti già prodotti nel corso della verifica dello stato passivo all’interno del ricorso in opposizione, in ottemperanza alla prescrizione contenuta all’interno della L. Fall., art. 99, comma 2, n. 4).

  1. L’accoglimento della doglianza comporta l’assorbimento dei primi tre motivi di ricorso, con cui l’odierna ricorrente ha inteso censurare, sotto vari profili, le osservazioni del collegio dell’opposizione in merito alla discrasia temporale fra il deposito del ricorso e il deposito del relativo fascicolo documenti, oltre che del quinto motivo di ricorso, tramite il quale B. S.p.A. ha lamentato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione degli artt. 101, 112 e 115 c.p.c. e 2697 c.c. nonché, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un atto processuale, costituito dal decreto del presidente della sezione fallimentare che mandava alla cancelleria di allegare agli atti del procedimento la domanda di ammissione depositata dal ricorrente, contenente i documenti di parte.

6.1 Con il sesto motivo di ricorso la banca ricorrente assume, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dei principi generali in materia di prova in merito alla sussistenza di contratti di apertura di conto corrente, la violazione degli artt. 1362, 1366, 1369 e 1342 c.c., avendo il Tribunale omesso di interpretare e verificare le clausole contrattuali, la violazione della L. n. 154 del 1992, art. 3, comma 3, e art. 117 T.U.B. nonché, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa motivazione in ordine all’interpretazione delle prove acquisite su punti decisivi della controversia, in quanto il Tribunale, pur a seguito della produzione della lettera contratto del 21 aprile 2006 relativa al conto ordinario n. (OMISSIS), avrebbe erroneamente ritenuto che la stessa, a dispetto della sua natura di contratto normativo disciplinante tutte le operazioni che il correntista sarebbe andato a compiere con la banca, non fosse utile a suffragare la domanda di ammissione al passivo, non ricomprendendo tra i servizi accessori al rapporto di conto corrente le aperture di credito.

6.2 Il motivo è in parte infondato, in parte inammissibile.

6.2.1 Secondo la più recente disciplina di questa Corte il contratto di apertura di credito, qualora risulti già previsto e disciplinato da un contratto di conto corrente stipulato per iscritto, non deve a sua volta, in forza della delibera del C.I.C.R. del 4 marzo 2003, essere stipulato per iscritto a pena di nullità, dato che il D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 117, comma 2, stabilisce che il C.I.C.R., mediante apposite norme di rango secondario, possa prevedere che particolari contratti bancari, per motivate ragioni tecniche, siano stipulati in forma diversa da quella scritta (Cass. 7763/2017).

Ciò nonostante la possibilità per le autorità abilitate dalla L. n. 154 del 1992, art. 3, comma 3, e D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 117, comma 2, di stabilire la non necessità della forma scritta per particolari contratti, in esecuzione di previsioni contenute in contratti redatti per iscritto, va intesa nel senso che l’agevolazione di particolari modalità della contrattazione non comporta una radicale soppressione della forma scritta, ma solo una relativa attenuazione della stessa che salvaguardi l’indicazione nel “contratto madre” delle condizioni economiche cui andrà assoggettato il contratto figlio (Cass. 27836/2017).

6.2.2 Di questi principi ha fatto corretta applicazione il collegio di merito laddove ha constatato che dal contratto scritto regolante il rapporto di conto corrente non derivava in maniera automatica la disciplina del contratto di apertura di credito, dal momento che occorreva, perché il primo rapporto assumesse natura di contratto normativo rispetto al secondo, che fossero stabilite la forma necessaria e sufficiente per la genesi di tale ulteriore contratto e la disciplina che avrebbe regolato il medesimo.

La critica si rivela poi inammissibile laddove sostiene che una puntuale valutazione del documento contrattuale prodotto avrebbe consentito di verificare che il contratto di conto corrente disciplinava non soltanto i servizi accessori al medesimo ma anche aperture di credito e sovvenzioni.

Il risultato interpretativo che esclude la regolazione all’interno del contratto di conto corrente anche del diverso rapporto di apertura di credito appartiene infatti all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito e non può essere sindacato in questa sede, dove è possibile soltanto verificare il rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, mentre risulta inammissibile ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (Cass. 2465/2015).

7.1 Il settimo motivo di ricorso deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1832, 1857 e 2697 c.c. nonché l’omesso esame di un documento esibito ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con riferimento alla parte del decreto impugnato ove si afferma che i crediti derivanti da scoperti di conto corrente dovevano essere provati mediante la produzione di tutti i documenti giustificativi delle singole operazioni: il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto insufficiente la produzione della scheda di conto integrale recante l’indicazione di tutte le operazioni svolte nel corso del rapporto, pur in mancanza di una contestazione seria e specifica del contenuto della stessa da parte della curatela.

7.2 Il motivo è fondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte la banca, ove prospetti una sua ragione di credito verso il fallito derivante da un rapporto obbligatorio regolato in conto corrente e ne chieda l’ammissione allo stato passivo, ha l’onere, nel giudizio di opposizione allo stato passivo, di dare piena prova del suo credito, assolvendo il relativo onere secondo il disposto della norma generale dell’art. 2697 c.c. attraverso la documentazione relativa allo svolgimento del conto, senza poter pretendere di opporre al curatore, stante la sua posizione di terzo, gli effetti che, ai sensi dell’art. 1832 c.c., derivano, ma soltanto tra le parti del contratto, dall’approvazione anche tacita del conto da parte del correntista, poi fallito, e dalla di lui decadenza dalle impugnazioni (Cass. 6465/2001, Cass. 1543/2006).

Tale principio trova fondamento nella posizione di terzietà assunta dal curatore.

Ciò tuttavia non significa che in ambito di insinuazione al passivo l’estratto conto debba essere considerato in via generalizzata come privo di qualsiasi valore probatorio.

Al contrario il credito della banca deve essere provato con l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere, che comporta l’indicazione di tutte le operazioni, a partire dalla prima sino alla chiusura, mentre è insufficiente il riferimento al saldo registrato alla data di chiusura del conto e alla documentazione relativa all’ultimo periodo del rapporto, dato che quest’ultima non consente di verificare gli importi addebitati nei periodi precedenti per operazioni passive e quelli relativi agli interessi, la cui iscrizione nel conto ha condotto alla determinazione dell’importo che costituisce la base di computo per il periodo successivo (cfr. Cass. 21597/2013, Cass. 23974/2010 e 10692/2007).

Al fine di assolvere a questo onere probatorio la banca, nell’insinuare al passivo fallimentare il credito derivante da saldo negativo di conto corrente, ha l’onere di dare conto dell’intera evoluzione del rapporto tramite il deposito degli estratti conto integrali.

Il curatore, eseguite le verifiche di sua competenza, ha l’onere di sollevare specifiche contestazioni in relazione a determinate poste, in presenza delle quali la banca ha, a sua volta, l’onere ulteriore di integrare la documentazione, o comunque la prova, del credito avuto riguardo alle contestazioni in parola.

Il giudice delegato o, in sede di opposizione, il Tribunale, in mancanza di contestazioni del curatore, sono tenuti a prendere atto dell’evoluzione storica del rapporto come rappresentata negli estratti conto, pur conservando il potere di rilevare d’ufficio ogni eccezione non rimessa alle sole parti che si fondi sui fatti in tal modo acquisiti al giudizio (Cass. 22208/2018, Cass. 6985/2019).

Il collegio di merito doveva quindi valorizzare il contenuto degli estratti conto prodotti in funzione della loro idoneità a giustificare lo sviluppo dell’intero rapporto contrattuale fino all’apertura del concorso e alla luce del contegno processuale assunto dal curatore.

  1. Il provvedimento impugnato andrà dunque cassato rispetto ai motivi accolti, con rinvio al Tribunale di Napoli, il quale, nel procedere a nuovo esame della causa, si atterrà ai principi sopra illustrati, avendo cura anche di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quarto e il settimo motivo di ricorso, rigetta il sesto, dichiara assorbiti gli altri, cassa il decreto impugnato in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa al Tribunale di Napoli in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 23 ottobre 2019

Cass_civ_Sez_I_Ord_23_10_2019_n_27201




Il terzo che si oppone all’esecuzione

Il terzo che si oppone all’esecuzione: autoveicolo pignorato presso l’azienda del debitore 

Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Ordinanza n. 26327 del 17/10/2019

Con ordinanza del 17 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione III, in tema di recupero crediti, ha stabilito che il terzo che si oppone all’esecuzione su un autoveicolo pignorato presso l’azienda del debitore ha l’onere di provare non soltanto di aver acquistato il bene ma anche che il debitore esecutato ne abbia conseguito il possesso per un titolo diverso dal trasferimento di proprietà, assumendo a tal fine le risultanze del P.R.A. valore meramente indiziario, liberamente apprezzabile dal giudice di merito in uno ad ogni altro elemento di prova.


Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Ordinanza n. 26327 del 17/10/2019

Il terzo che si oppone all’esecuzione: autoveicolo pignorato presso l’azienda del debitore 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. __ R.G. proposto da:

L. – ricorrente –

contro

C. – controricorrente –

contro

A. S.r.l. in liquidazione – intimata –

avverso la sentenza n. __ della Corte d’appello di Venezia depositata il __.

Udita la relazione svolta in camera di consiglio dal Consigliere D’Arrigo Cosimo;

letta la sentenza impugnata;

letti il ricorso, il controricorso e le memorie depositate ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.

Svolgimento del processo

Ad istanza di C., l’ufficiale giudiziario si recava presso l’autosalone A. S.r.l. e procedeva al pignoramento di un’autovettura Porsche usata.

L. proponeva opposizione ex art. 619 c.p.c., deducendo che egli aveva acquistato quella vettura alcuni mesi prima e che, avendo successivamente cambiato idea, l’aveva lasciata presso l’autosalone in conto vendita. Aggiungeva che, nelle more di trovare un acquirente, la A. S.r.l. gli aveva concesso in uso, quale auto di cortesia, un’Alfa Romeo.

L’opposizione veniva rigettata dal Tribunale di Verona. La Corte d’appello di Venezia respingeva il gravame proposto da L. e quest’ultimo, avverso tale sentenza, ha proposto ricorso per cassazione articolato in sei motivi. C. ha resistito con controricorso. A. S.r.l. non ha svolto attività difensiva.

Entrambe le parti costituite hanno depositato memorie difensive.

Motivi della decisione

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata, conformemente alle indicazioni contenute nelle note del Primo Presidente di questa Corte del 14 settembre 2016 e del 22 marzo 2011.

I motivi, largamente sovrapponibili, possono essere esaminati congiuntamente. In sostanza, L. sostiene che la Porsche era rimasta di sua proprietà e che, pertanto, illegittimamente era stata pignorata da C. per un credito nei confronti di A. S.r.l. Contesta che egli avesse permutato la Porsche con l’Alfaromeo – il cui valore era sensibilmente inferiore a quello della Porsche – e si duole del fatto che non vi era alcuna prova di un eventuale passaggio di proprietà da lui ad A. S.r.l.

Il ricorso è manifestamente infondato.

Anzitutto va ribadita la perdurante attualità del principio secondo cui la trascrizione dell’atto di vendita dell’autoveicolo nel pubblico registro automobilistico (PRA) non è requisito di validità e di efficacia del trasferimento del diritto di proprietà, non avendo essa valore costitutivo e configurando, invece, un mero strumento legale di pubblicità e di tutela inteso a dirimere i conflitti tra persone aventi causa dal medesimo venditore che vantino diritti sullo stesso bene; pertanto, gli autoveicoli ben possono essere validamente alienati con la semplice forma verbale consensuale, di cui può essere data dimostrazione con ogni mezzo di prova (Sez. 3, Sentenza n. 7070 del 29/11/1986, Rv. 449150 – 01).

Da ciò deriva che, allorquando un veicolo è rinvenuto dall’ufficiale giudiziario nella disponibilità del debitore esecutato, vale – al pari dei beni mobili non registrati – il principio “possesso vale titolo”. Il terzo che assume di essere proprietario del veicolo deve dimostrare non solo di averlo acquistato, ma anche che il debitore ne ha conseguito il possesso per un titolo diverso dal trasferimento della proprietà mediante traditio.

Nell’assolvere tale onere, il terzo opponente non può limitarsi ad invocare le risultanze del PRA, in quanto queste sono dimostrative del fatto che egli acquistò il veicolo, ma non anche del titolo – diverso da un ulteriore, successivo, trasferimento della proprietà – per il quale lo stesso è stato rinvenuto nel possesso del debitore esecutato. In relazione a tale secondo, diverso, profilo, la trascrizione dell’atto di vendita in favore dell’opponente ha un valore meramente indiziario, che può essere liberamente apprezzato dal giudice di merito insieme ad ogni altro elemento di prova.

Ciò posto, nel caso in esame la Corte d’appello ha correttamente proceduto ad una valutazione complessiva di tutto il materiale probatorio, alla luce del quale – con giudizio di fatto non sindacabile in questa sede – ha ritenuto che le risultanze del PRA non avessero valore decisivo.

In conclusione, il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicché va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da lui proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro __ per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro __ e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 13 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2019.

 

Cass_civ_Sez_III_Ord_17_10_2019_n_26327




Esecuzione forzata: accertamento dell’obbligo del terzo

Esecuzione forzata: accertamento dell’obbligo del terzo 

Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Ordinanza n. 26329 del 17/10/2019

Con ordinanza del 17 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione III, in tema di fallimento, ha stabilito che nell’accertamento dell’obbligo del terzo, come disciplinato a seguito delle modifiche apportate agli artt. 548 e 549 c.p.c., il debitore esecutato è litisconsorte necessario, in quanto interessato all’accertamento del rapporto di credito oggetto di pignoramento, ancorché la pronuncia non faccia stato nei suoi confronti.


Corte di Cassazione Civile, Sezione III, Ordinanza n. 26329 del 17/10/2019

Esecuzione forzata: accertamento dell’obbligo del terzo 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. __ R.G. proposto da:

C, G. e D. – ricorrenti –

contro

I. S.p.A. – controricorrente –

avverso la sentenza n. __ del Tribunale di Palermo depositata il __;

Udita la relazione svolta in camera di consiglio dal Consigliere Dott. __;

letta la sentenza impugnata;

letti il ricorso e il controricorso.

Svolgimento del processo

C., G. e D. sottoponevano a pignoramento tutte le somme a qualsiasi titolo depositate presso I. S.p.A., terzo pignorato. I. ometteva di rendere la dichiarazione di cui all’art. 547 c.p.c. e i creditori, previa notificazione dell’ordinanza di rinvio prevista dall’art. 548 c.p.c., ottenevano un’ordinanza di assegnazione per Euro ___ in base alla presunzione di non contestazione.

Contro tale ordinanza la banca proponeva opposizione, ex art. 617 c.p.c., chiedendone preliminarmente la sospensione. Il giudice dell’esecuzione respingeva l’istanza, disponendo per la prosecuzione del giudizio nel merito.

La banca introduceva l’opposizione agli atti esecutivi nella fase di merito. Nel frattempo, il collegio, adito ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c., riformava l’ordinanza che aveva rigettato l’istanza di sospensione, sospendendo il processo esecutivo.

Infine, il Tribunale di Palermo, decidendo nel merito, accoglieva l’opposizione proposta da I. e annullava l’ordinanza di assegnazione resa in favore di C., G. e D.

Costoro hanno proposto ricorso straordinario, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, basato su due motivi. I. ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata, conformemente alle indicazioni contenute nelle note del Primo Presidente di questa Corte del 14 settembre 2016 e del 22 marzo 2011.

Il ricorso è inammissibile in quanto l’esposizione dei fatti, richiesta dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è insufficiente.

In particolare, risulta decisiva la circostanza che i ricorrenti abbiano omesso di indicare adeguatamente il nominativo del debitore esecutato, il quale è litisconsorte necessario nel giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato (Sez. 3, Sentenza n. 217 del 09/01/2007, Rv. 594666 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 10/05/2000, Rv. 536349 – 01).

Tale principio deve essere mantenuto fermo anche dopo le modifiche apportate agli artt. 548 e 549 c.p.c., che hanno trasformato tale giudizio in un accertamento incidentale con rito camerale devoluto alla cognizione funzionale diretta del giudice dell’esecuzione. Infatti, il giudizio è pur sempre rivolto all’accertamento dell’esistenza di un rapporto di dare/avere intercorrente fra il terzo pignorato e il debitore esecutato e quindi interessa anche quest’ultimo, sebbene la pronuncia non faccia stato nei suoi confronti. Tuttavia, l’esigenza di tutelare l’integrità del contraddittorio si avverte solamente nel caso in cui il terzo pignorato proponga opposizione agli atti esecutivi, nei casi previsti dall’art. 548 c.p.c., u.c. e dall’art. 549 c.p.c., giacché nella fase sommaria innanzi al giudice dell’esecuzione il debitore esecutato già partecipa al processo di espropriazione.

Tanto premesso, si deve rilevare che l’omessa indicazione, in ricorso, del nominativo del debitore esecutato impedisce a questa Corte di esercitare il potere-dovere di ordinare l’integrazione del contraddittorio. Si tratta, quindi, di una carenza espositiva decisiva, che determina l’inammissibilità del ricorso.

L’esposizione dei fatti è carente anche sotto altro profilo. Considerata la deduzione del vizio di ultrapetizione (primo motivo), i ricorrenti avrebbero dovuto quantomeno riportare espressamente le ragioni dell’opposizione proposta dalla banca, della quale invece si dice solamente, in modo molto generico, che era stata proposta solamente per dedurre un vizio di notifica.

In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico dei ricorrenti in solido, nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicché va disposto il versamento, da parte degli impugnanti soccombenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da loro proposta, senza spazio per valutazioni discrezionali (Sez. 3, Sentenza n. 5955 del 14/03/2014, Rv. 630550).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 13 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2019.

Cass_civ_Sez_III_Ord_17_10_2019_n_26329




Il credito sorto in funzione di una procedura concorsuale 

Il credito sorto in funzione di una procedura concorsuale 

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27538 del 28/10/2019

Con ordinanza del 28 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione I, in tema di fallimento, il disposto dell’art. 111, comma 2 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267 deve essere inteso, tenuto conto della ratio della riforma volta a incentivare gli strumenti di composizione della crisi e a favorire la conservazione dei valori aziendali, nel senso che il credito sorto in funzione di una procedura concorsuale è senza dubbio anche quello sorto per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali ex art. 67, comma 1, lett. g) del R.D. 16 marzo 1942 n. 267, quale l’attività prestata in favore dell’imprenditore poi dichiarato fallito, in funzione dell’ammissione del medesimo alla procedura di concordato preventivo, non rilevando la natura concorsuale del credito stesso, per essere sorto in periodo anteriore ai fallimento; prova ne sia che l’art. 182 quater, comma 2 del R.D. 16 marzo 1942 n. 267 individua come crediti prededucibili anche i crediti sorti prima dell’apertura della procedura in funzione della presentazione della domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo, rimanendo così confermato il significato dell’enunciato in funzione, che richiama il concetto di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali utilizzato dall’art. 67, comma 1, lett. g) del R.D. 16 marzo 1942 n. 267 e della possibilità di intendere l’enunciato “strumentale a” come sinonimo di “funzionale”.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 27538 del 28/10/2019

Il credito sorto in funzione di una procedura concorsuale 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – rel. Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. __ proposto da:

Studio Legale Associato F. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di AREZZO, depositato il __;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del __ dal cons. __;

lette le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. __, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso nei limiti indicati.

Svolgimento del processo

  1. Il Giudice delegato al fallimento di (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione ammetteva al passivo della procedura il credito vantato dallo studio legale associato F. in misura ridotta (per Euro __ in privilegio e Euro __ in chirografo) rispetto alla somma richiesta e con collocazione differente rispetto alla prededuzione reclamata.

La riclassificazione e parziale esclusione del credito erano giustificate dal fatto che era emerso, in base agli accertamenti svolti dai Commissari giudiziali, un quadro del tutto inidoneo alla realizzazione del piano presentato dalla compagine debitrice con l’assistenza dello studio legale istante, tanto che la procedura concordataria, dapprima ammessa dal Tribunale, era stata in seguito revocata e la società proponente era stata dichiarata fallita.

  1. Il Tribunale di Arezzo, nel rigettare l’opposizione presentata dallo studio legale associato F.: i) osservava che la verifica circa la collocazione in prededuzione di un credito comportava in linea generale un’indagine di fatto, da operare ex ante e senza alcun automatismo, volta a verificare il ricorrere delle più generali categorie della funzionalità; ii) riteneva che, laddove il concordato fosse stato caducato a seguito dell’ammissione della procedura a causa della sua impossibilità giuridica, potesse presumersi l’inesistenza di un nesso di funzionalità, con la conseguente esclusione della prededuzione; iii) rilevava che nel caso di specie il Tribunale, nel revocare il concordato e pronunciare il fallimento, aveva accertato che il piano di risanamento non era sostenibile per mancanza di garanzie, i beni oggetti di contratto di affitto di azienda appartenevano a soggetti terzi e i valori di attivo e passivo andavano rideterminati in senso peggiorativo; iv) reputava di conseguenza che l’opera prestata dall’advisor legale non fosse funzionale alla procedura concorsuale, perché la domanda concordataria mancava ab origine dei requisiti di ammissibilità, nel senso accertato in maniera oramai intangibile nella sentenza di fallimento.
  2. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso lo studio legale associato F. prospettando due motivi di doglianza, ai quali ha resistito con controricorso il fallimento di (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione.

Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte, ex art. 380 bis.1 c.p.c., sollecitando l’accoglimento del primo motivo di ricorso con assorbimento del secondo.

Parte controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.

Motivi della decisione

3.1 Il primo motivo di ricorso denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 111, comma 2, art. 67, comma 3, lett. g), L. Fall., artt. 161, 162, 163, 169 e 173 e art. 2697 c.c.: in tesi di parte ricorrente il Tribunale avrebbe erroneamente escluso la prededucibilità del suo credito nel successivo fallimento ritenendo che la revoca dell’ammissione alla procedura di concordato preventivo per difetto di fattibilità giuridica escludesse il rapporto di strumentalità e/o funzionalità rispetto alla procedura concorsuale e facesse così venir meno i presupposti previsti dalla L. Fall., art. 111 per il riconoscimento della prededucibilità del credito. Al contrario una simile collocazione doveva essere riconosciuta de plano ed indipendentemente dalla fattibilità del piano e dal conseguente giudizio di ammissibilità e omologa del concordato presentato, non essendo consentito al giudice di merito di valutare ex post e/o in concreto la funzionalità e la strumentalità di tali prestazioni.

3.2 Il motivo è fondato.

3.2.1 La giurisprudenza di questa Corte ha oramai da tempo intrapreso un percorso evolutivo volto ad affrancare la categoria dei crediti prededucibili in ragione del loro carattere funzionale dal presupposto di un controllo giudiziale sulla loro utilità.

In questa prospettiva interpretativa è stato dapprima sottolineato (Cass. n. 5098/2014) che anche ai crediti sorti anteriormente all’inizio della procedura di concordato preventivo, non occasionati dallo svolgimento della medesima procedura, può riconoscersi la prededucibilità ove sia applicabile il secondo criterio richiamato dalla L. Fall., art. 111, comma 2, quello cioè della funzionalità, o strumentalità, delle attività professionali da cui i crediti hanno origine rispetto alla procedura concorsuale; ciò in ragione della evidente ratio della norma, individuabile nell’intento di favorire il ricorso al concordato preventivo, nel quadro della riforma di tale procedura, diretta a predisporre un possibile strumento di composizione della crisi idoneo a favorire la conservazione dei valori aziendali.

Atteso che la medesima ratio sta alla base del disposto della L. Fall., art. 67, lett. g), (norma che sottrae alla revocatoria fallimentare i pagamenti dei debiti liquidi ed esigibili eseguiti dall’imprenditore per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alla procedura di concordato preventivo), si è di conseguenza ritenuto che il nesso funzionale che, in caso di mancato pagamento, giustifica la prededucibilità dei crediti derivanti dalle prestazioni stesse, pur se sorti prima dell’inizio della procedura, sia ravvisabile nella strumentalità di queste prestazioni rispetto all’accesso alla procedura concorsuale minore.

È stato in seguito precisato (Cass. n. 6031/2014) che il disposto della L. Fall., art. 111, comma 2, deve essere inteso, tenuto conto della ratio della riforma volta a incentivare gli strumenti di composizione della crisi e a favorire la conservazione dei valori aziendali, nel senso che il credito sorto in funzione di una procedura concorsuale è senza dubbio anche quello sorto per ottenere la prestazione di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali, L. Fall., ex art. 67, lett. g), quale l’attività prestata in favore dell’imprenditore poi dichiarato fallito in funzione dell’ammissione del medesimo alla procedura di concordato preventivo, non rilevando la natura concorsuale del credito stesso, per essere sorto in periodo anteriore al fallimento; prova ne sia che la L. Fall., art. 182-quater, comma 2, individua come crediti prededucibili anche i crediti sorti prima dell’apertura della procedura in funzione della presentazione della domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo, rimanendo così confermato il significato dell’enunciato in funzione, che richiama il concetto di servizi strumentali all’accesso alle procedure concorsuali utilizzato dalla L. Fall., art. 67, lett. g), e della possibilità di intendere l’enunciato “strumentale a” come sinonimo di “funzionale” (valutazione condivisa da Cass. n. 19013/2014).

Dunque secondo l’orientamento sopra riassunto i crediti sorti a seguito delle prestazioni rese in favore dell’imprenditore per la redazione della domanda di concordato preventivo e per la relativa assistenza rientrano fra quelli da soddisfarsi in prededuzione ai sensi della L. Fall., art. 111, comma 2, poiché questa norma individua un precetto di carattere generale, privo di restrizioni, che, per favorire il ricorso a forme di soluzione concordata della crisi d’impresa, introduce un’eccezione al principio della par condicio creditorum, estendendo in caso di fallimento la preducibilità a tutti i crediti sorti in funzione di precedenti procedure concorsuali (Cass. n. 1765/2015).

In altri termini la verifica del nesso di funzionalità/strumentalità deve essere compiuta controllando se l’attività professionale prestata possa essere ricondotta nell’alveo della procedura concorsuale minore e delle finalità dalla stessa perseguite secondo un giudizio ex ante, non potendo l’evoluzione fallimentare della vicenda concorsuale, di per sé sola e pena la frustrazione dell’obiettivo della norma, escludere il ricorso all’istituto.

Pertanto – secondo l’esemplificazione fatta da Cass. n. 280/2017 – la funzionalità è ravvisabile quando le prestazioni compiute dal terzo, per il momento ed il modo con cui sono state assunte in un rapporto obbligatorio con il debitore, confluiscano nel disegno di risanamento da quest’ultimo predisposto in modo da rientrare in una complessiva causa economico-organizzativa almeno preparatoria di una procedura concorsuale, a meno che non ne risulti dimostrato il carattere sovrabbondante o superfluo rispetto all’iniziativa assunta.

Nessuna verifica deve invece essere compiuta, ove alla procedura minore consegua il fallimento, in ordine al conseguimento di un’utilità in concreto per la massa dei creditori, concetto che non può essere confuso o sovrapposto a quello di funzionalità.

La collocazione in prededuzione prevista dalla L. Fall., art. 111, comma 2, costituisce infatti, come detto, un’eccezione al principio della par condicio che intende favorire il ricorso a forme di soluzione concordata della crisi d’impresa e rimane soggetta alla verifica delle sole condizioni previste dalla norma in parola.

L’utilità concreta per la massa dei creditori – a prescindere dal fatto che l’accesso alla procedura di concordato preventivo costituisce di per sé un vantaggio per i creditori ove si tenga conto degli effetti della consecuzione delle procedure, tra cui la cristallizzazione della massa e la retrodatazione del periodo sospetto ai fini dell’esperimento della revocatoria fallimentare, come ha ricordato Cass. n. 6031/2014 – non rientra invece nei requisiti richiesti e nelle finalità perseguite dalla norma in questione e non deve perciò essere in alcun modo indagata (Cass. n. 1182/2018).

Non vi è dubbio quindi che il credito del professionista che abbia funto da advisor legale nella predisposizione della domanda di concordato rientri tra i crediti sorti “in funzione” di quest’ultima procedura e, come tale, a norma della L. Fall., art. 111, comma 2, vada soddisfatto in prededuzione nel successivo fallimento, senza che, ai fini di tale collocazione, debba essere accertato, con valutazione ex post, che la prestazione resa sia stata concretamente utile per la massa in ragione dei risultati raggiunti.

3.2.2 Il collegio di merito, pur rivendicando il compito di valutare in fatto la funzionalità della prestazione professionale secondo un giudizio ex ante, ha applicato in maniera non corretta i principi poco prima affermati, spingendosi a teorizzare, in linea generale, che laddove il concordato preventivo, in precedenza ammesso, sia caducato per la sua impossibilità giuridica possa presumersi che il nesso di funzionalità non esista e che la prededuzione debba essere esclusa.

In realtà la valutazione del rapporto di funzionalità/strumentalità fra prestazione e procedura deve essere compiuta controllando – come detto – se l’attività professionale prestata potesse essere ricondotta nell’alveo della procedura concorsuale minore e delle finalità dalla stessa perseguite secondo un giudizio ex ante.

Il giudice di merito, nel compiere questa verifica in un’ottica di riconducibilità della prestazione alla struttura della procedura, deve invece astenersi dalla valutazione dei vizi che hanno minato l’iniziativa di risanamento e dell’ascrivibilità degli stessi alla prestazione del creditore istante (quale causa originaria o per aver condiviso errori altrui), poiché questo profilo di indagine riguarda invece, in una prospettiva giocoforza posteriore allo svolgimento dell’incarico, l’esattezza dell’adempimento (e la conseguente utilità in concreto che la prestazione era in grado di procurare) e intercetta un piano diverso rispetto a quello della mera funzionalità, concernente l’esistenza e la consistenza del credito.

E l’indagine su questo piano nel caso di specie non assumeva rilievo, dato che, con l’avvenuta parziale ammissione del credito in privilegio – non impugnata né dal curatore, né dalla parte -, si era formato il giudicato interno sul credito del professionista, limitatamente alla somma ammessa, rimanendo così da stabilire soltanto se la stessa dovesse essere collocata in prededuzione.

Pertanto, quando il collegio dell’opposizione all’interno del provvedimento, pur riconoscendo l’esistenza di un collegamento funzionale (nella parte in cui osserva che il fatto generatore è collegato a un’istanza di concordato), ha escluso la collocazione del credito in prededuzione in ragione della sua originaria inutilità (nel punto ove ritiene che “un concordato…. che sia in seguito dichiarato inammissibile perché il Tribunale ne accerti la carenza dei presupposti ovvero ne verifichi la inidoneità giuridica è da considerarsi ab origine inutile”), ha confuso – muovendosi in una prospettiva distonica rispetto ai principi sopra illustrati – il rapporto di funzionalità/strumentalità con l’esattezza dell’adempimento e la conseguente utilità conseguibile da parte dei creditori.

Così facendo il Tribunale ha negato la collocazione in prededuzione richiesta preoccupandosi di verificare in concreto la sussistenza di un beneficio per la procedura concorsuale (tramite la constatazione ex post che la prestazione professionale non era stata di alcuna utilità, dato che la stessa era convogliata in una procedura viziata per la sua impossibilità giuridica) senza tenere conto del collegamento, pur riconosciuto, fra prestazione professionale e procedura concordataria e valorizzare il medesimo in termini di funzionalità.

L’indagine, svolta sul piano dell’utilità conseguibile in concreto piuttosto che sotto il profilo della funzionalità dell’attività professionale prestata alle esigenze di risanamento proprie della procedura minore, si pone al di fuori dei parametri di valutazione da cui la L. Fall., art. 111, comma 2, fa discendere la collocazione in prededuzione e deve giocoforza essere rivista secondo la prospettiva di valutazione più corretta.

  1. L’accoglimento del primo motivo comporta l’assorbimento del secondo mezzo, con cui il ricorrente ha inteso lamentare, sempre ai fini della mancata ammissione in prededuzione del suo credito, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (costituito dalla qualità delle prestazioni svolte dall’advisor legale) e delle prove documentali nonché l’omesso accertamento fattuale dell’utilità per la massa delle prestazioni rese.
  2. In conclusione il provvedimento impugnato andrà dunque cassato, con rinvio al Tribunale di Arezzo, il quale, nel procedere a nuovo esame della causa, si atterrà ai principi sopra illustrati, avendo cura anche di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Arezzo in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 26 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez_I_Ord_28_10_2019_n_27538




L’anteriorità del credito nell’applicabilità dell’istituto della compensazione fallimentare

L’anteriorità del credito nell’applicabilità dell’istituto della compensazione fallimentare

Tribunale Ordinario di Marsala, Sezione Civile, Sentenza del 02/10/2019

Con sentenza del 2 ottobre 2019, il Tribunale Ordinario di Marsala, Sezione Civile, in tema di recupero crediti, ha stabilito che l’applicabilità dell’istituto della compensazione fallimentare prevede quale requisito essenziale l’anteriorità del credito rispetto alla procedura concorsuale, intesa nel senso dell’anteriorità del fatto genetico dell’obbligazione, quand’anche il credito sia divenuto liquido od esigibile dopo il fallimento. Di talché è sufficiente che i requisiti dell’art. 1243 c.c. ricorrano da ambedue i lati e sussistano al momento della pronuncia.


Tribunale Ordinario di Marsala, Sezione Civile, Sentenza del 02/10/2019

L’anteriorità del credito nell’applicabilità dell’istituto della compensazione fallimentare

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE ORDINARIO DI MARSALA

SEZIONE CIVILE

in composizione monocratica, nella persona del Dr. __, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. __ R.G. vertente

TRA

P., A., S., T., L. e G.  – opponenti

E

C. Società Cooperativa in liquidazione coatta amministrativa – opposta

Oggetto: opposizione a precetto

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con atto di citazione notificato alla controparte il __ gli attori indicati in epigrafe hanno convenuto in giudizio la C.S.C. Società Cooperativa in liquidazione coatta amministrativa proponendo opposizione al precetto, loro notificato in data __ ad istanza di C. opposta, per l’importo complessivo di Euro __, da pagarsi in solido tra tutti gli opponenti, debito scaturente dalla sentenza n. __ della Sezione V del Tribunale di Palermo (sezione specializzata in materia di impresa) che, rigettata la domanda di annullamento della delibera di esclusione adottata dalla cooperativa, li aveva condannati in solido alla refusione, in favore di quest’ultima, delle spese legali, liquidate in Euro __ per il giudizio di reclamo ed Euro __ per quello di merito; hanno, in particolare eccepito la compensazione di tali debiti con i crediti, loro spettanti verso la società convenuta, in virtù di specifici titoli giudiziali, precisamente:

– la sentenza n. __ del Tribunale di Palermo del __ che aveva condannato C. al pagamento delle spese legali in favore, tra gli altri, di P., A., G., S., T. e L., oltre ad altri sette soci, liquidandole in complessivi Euro __ oltre IVA e CPA;

– la sentenza n. __ del Tribunale di Marsala che, riformando la sentenza n. __ del Giudice di Pace di Castelvetrano, aveva condannato C. a rifondere a S. le spese del doppio grado del processo, liquidate in Euro __, oltre accessori;

– la sentenza n. __ del Tribunale di Palermo sez. V che aveva condannato la medesima C. al pagamento in favore di G. delle spese legali di quel giudizio, liquidate in Euro __ oltre rimborso forfettario, IVA e CPA.

Hanno aggiunto che, in disparte tali titoli giudiziali, essi erano creditori di C. del valore di liquidazione della quota, non ancora loro corrisposto a seguito della delibera di esclusione, quota da rapportarsi, in relazione all’epoca dell’esclusione, all’esercizio sociale chiuso il __.

Hanno, inoltre contestato il titolo giudiziale posto in esecuzione da controparte quanto alla sussistenza della solidarietà passiva tra gli opponenti, chiedendo, infine, dichiararsi la responsabilità aggravata di C. ex art. 96 c.p.c., con conseguente condanna al risarcimento dei danni, per aver agito in executivis in base alla ridetta sentenza, pur nella consapevolezza della sussistenza di opposti crediti a favore degli odierni opponenti.

Costituitasi in giudizio, C. in l.c.a. ha contestato l’opposizione eccependo, innanzitutto, il difetto di legittimazione di G. e A., nei confronti dei quali non era stata intrapresa né minacciata alcuna azione esecutiva e, nel merito, l’inoperatività della chiesta compensazione sia per la pendenza della procedura concorsuale di liquidazione coatta, al cui ambito è rimesso in via esclusiva l’accertamento di crediti verso la cooperativa in l.c.a., sia per competere la materia della liquidazione della quota alla competenza funzionale del Tribunale delle Imprese.

La causa, dopo la formulazione di una proposta conciliativa ex art. 185 bis c.p.c., cui gli opponenti non hanno ritenuto di aderire, è stata istruita unicamente con la documentazione prodotta dalle parti, indi posta in decisione all’udienza del __ con concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c.

L’opposizione è infondata.

Va, in primo luogo dichiarato il difetto di legittimazione attiva di A. e G., ai quali non è stato notificato alcuno dei precetti oggetto del presente giudizio, che, dunque, non avevano titolo per opporre; e ciò al di là del rischio, pur sussistente, di una futura azione di rivalsa da parte dei coobbligati esecutati, dovendo comunque l’interesse ad agire, per sostenere e giustificare l’azione, essere concreto e attuale, caratteristiche, queste, che difettano nella situazione appena evidenziata.

Venendo al merito dell’opposizione, il suo nucleo fondamentale è costituito dall’eccezione di compensazione sollevata dagli opponenti, declinata in profili diversi, a seconda della natura e fonte del credito opposto.

In via del tutto preliminare, e prima di entrare in medias res, appare necessario esaminare la questione, sollevata dall’opposta, di improponibilità dell’eccezione di compensazione, secondo la quale l’accertamento dei crediti opposti in compensazione sarebbe precluso in questa sede, in quanto rimesso all’esclusiva sede amministrativa della procedura di liquidazione coatta amministrativa, cui è soggetta la società opposta, giusto decreto del __ dell’Assessorato delle Attività Produttive della Regione Siciliana.

A tal proposito è necessario ricordare che l’istituto della compensazione fallimentare (applicabile anche alla liquidazione coatta amministrativa per effetto del richiamo di cui all’art. 201 L.F.) è disciplinato all’art. 56 della Legge Fallimentare, ai sensi del quale “I creditori hanno diritto di compensare coi loro debiti verso il fallito i crediti che essi vantano verso lo stesso, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento …” (In termini del tutto analoghi si esprime oggi l’art. 155 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza – D.Lgs. n. 14 del 2019 norma comunque non applicabile ratione temporis al caso di specie, che recita: “I creditori possono opporre in compensazione dei loro debiti verso il debitore il cui patrimonio è sottoposto alla liquidazione giudiziale i propri crediti verso quest’ultimo, ancorché non scaduti prima dell’apertura della procedura concorsuale”).

Secondo l’interpretazione del tutto unanime della norma citata, requisito essenziale affinché sia applicabile la compensazione fallimentare è l’anteriorità del credito rispetto alla procedura concorsuale, intesa nel senso dell’anteriorità del fatto genetico dell’obbligazione, quand’anche il credito sia divenuto liquido od esigibile dopo il fallimento, con la conseguenza che è sufficiente che i requisiti dell’art. 1243 c.c. ricorrano da ambedue i lati e sussistano al momento della pronuncia (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 31.8.2010, n. 18915).

Inoltre va qui prestata condivisione all’orientamento giurisprudenziale consolidato secondo il quale “Nel giudizio proposto dagli organi della liquidazione coatta amministrativa per ottenere la condanna al pagamento di un debito di un terzo nei confronti della debitrice sottoposta alla procedura concorsuale, l’eccepibilità in compensazione di un credito dello stesso terzo verso la debitrice non è condizionata alla preventiva verificazione di tale credito, purché sia stata fatta valere come eccezione riconvenzionale; con quest’ultima, infatti, sono introdotte richieste che, restando nell’ambito della difesa, ampliano il tema della controversia, ma al solo fine di conseguire la reiezione della domanda, dato che al diritto fatto valere dall’attore viene opposto un diritto idoneo a paralizzarlo, mentre con la vera e propria domanda riconvenzionale il convenuto, traendo occasione da quella avanzata nei suoi confronti, chiede un provvedimento giudiziale a sé favorevole, che gli attribuisca beni determinati in contrapposizione a quelli richiesti con la domanda principale. Ne consegue che solamente con riferimento all’eventuale eccedenza del credito del terzo verso il debitore non può essere pronunciata sentenza di condanna nei confronti della procedura, dovendo per essa essere proposta un’autonoma istanza di insinuazione al passivo” (ex multis Cass. n. 64 del 10/01/2012; Tribunale Prato, 03/11/2016; Cass n. 19218 del 28/09/2016; Cass. Ordinanza n. 30298 del 18/12/2017).

Ne consegue che la mera eccezione di compensazione, nei termini in cui è stata proposta dagli opponenti, appare proponibile nel presente giudizio, in quanto diretta esclusivamente a paralizzare l’azione esecutiva promossa da C. convenuta.

Sempre in punto di proponibilità dell’eccezione in parola, può ancora aggiungersi in via generale che la compensazione, quale fatto estintivo dell’obbligazione, può essere dedotta come motivo di opposizione all’esecuzione forzata, fondata su titolo esecutivo giudiziale coperto dalla cosa giudicata, soltanto qualora il credito fatto valere in compensazione, rispetto a quello per cui si procede, sia sorto successivamente alla formazione di quel titolo, mentre in caso contrario resta preclusa dalla cosa giudicata, che impedisce la proposizione di fatti estintivi od impeditivi ad essa contrari.

Ebbene, va subito precisato che tale principio generale non può trovare applicazione nel nostro caso; ciò in quanto, pur essendo il titolo esecutivo rappresentato da una sentenza (la cui definitività non è stata oggetto di contestazione tra le parti), il credito precettato è rappresentato dalla condanna alle spese legali di quel processo; pertanto, non essendo venuto in considerazione, in quel giudizio, l’accertamento di un credito di C. verso i soci (l’oggetto del giudizio era l’impugnazione della delibera assembleare di esclusione degli odierni opponenti), e non prestandosi, dunque, quel thema decidendum alla prospettazione di un’eccezione di compensazione, deve sostenersi la sua ammissibilità in questa sede, quand’anche i crediti di fonte giudiziale trovino titolo in sentenze anteriori a quella posta qui in esecuzione, non essendovi altro mezzo, per gli odierni opponenti, di fare valer tale forma di estinzione del credito.

Pur apparendo proponibile, dunque, l’eccezione in parola è tuttavia infondata.

Infatti, sia il credito nascente dalla sentenza del Tribunale di Palermo del __ (pubblicata il __) che quello nascente dalla sentenza del Tribunale di Marsala del __ sono sorti dopo l’apertura della procedura di liquidazione coatta, disposta con decreto del __, trovando titolo esclusivamente nel provvedimento di liquidazione delle spese di lite, adottato con le citate sentenze, venute ad esistenza giuridica con la loro pubblicazione, avvenuta in data successiva al decreto assessoriale citato.

Per tale verso, la compensazione invocata non può avere luogo con riferimento a tali crediti, non rispondendo al requisito fondamentale sancito dall’art. 56 L.F., ossia l’anteriorità del credito rispetto all’inizio della procedura.

Né può rilevare, a tal fine, il credito portato dalla sentenza n__, peraltro vantato dal solo A. privo, come si è detto, di legittimazione al presente giudizio.

Venendo ai crediti che gli opponenti vantano con riferimento al loro diritto di liquidazione della quota sociale, occorre ricordare il principio di recente chiarito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte, a seguito in un contrasto registratosi presso la terza sezione della Corte medesima, principio che merita senz’altro condivisione, secondo il quale: “L’art. 1243 c.c. stabilisce i presupposti sostanziali ed oggettivi del credito opposto in compensazione, ossia la liquidità, inclusiva del requisito della certezza, e l’esigibilità. Nella loro ricorrenza, il giudice dichiara l’estinzione del credito principale per compensazione legale, a decorrere dalla sua coesistenza con il controcredito e, accogliendo la relativa eccezione, rigetta la domanda, mentre, se il credito opposto è certo ma non liquido, perché indeterminato nel suo ammontare, in tutto o in parte, egli può provvedere alla relativa liquidazione, se facile e pronta, e quindi può dichiarare estinto il credito principale per compensazione giudiziale sino alla concorrenza con la parte di controcredito liquido, oppure può sospendere cautelativamente la condanna del debitore fino alla liquidazione del controcredito eccepito in compensazione”. (Cass. SS. UU., Sentenza n. 23225 del 15/11/2016).

Peraltro, in quell’occasione, la Suprema Corte ha avuto altresì modo di precisare che “La disciplina contenuta nell’ art. 1243 secondo comma c.c. consiste nell’inoperatività dell’eccezione di compensazione, sia legale che giudiziale, se è controverso l’an del controcredito, analogamente al caso in cui il credito opposto in compensazione non è di pronta e facile liquidazione (Cass. 10352/1993, cit.). Il giudice del credito principale ha o la possibilità di dichiarare la compensazione per la parte di controcredito già liquida, o di sospendere, eccezionalmente, la condanna del credito principale fino alla liquidazione di tutto il credito opposto in compensazione, ma non di ritardare la decisione sul credito principale fino all’ accertamento, da parte di egli stesso o di altro giudice, dell’ esistenza certa di quello opposto in compensazione; altrimenti sarebbe pleonastico il sintagma di pronta e facile liquidazione richiesto dalla norma”. Ha, inoltre, aggiunto: “Non solo la disciplina speciale contenuta nell’art. 1243 c.c. consente la sospensione cautelativa della decisione sul credito principale soltanto se il credito opposto in compensazione è di facile e pronta liquidazione, ma sia il conferimento di questo potere al giudice del credito principale, sia la finalità con esso perseguita, postulano che il giudizio prosegua dinanzi al giudice del credito principale per consentirgli di effettuare la valutazione e la liquidazione del controcredito prevista dalla norma. E quindi, come nel caso in cui l’accertamento del credito opposto in compensazione non sia facile e pronto il giudice del credito principale, per espressa previsione normativa, non ha il potere di sospendere la decisione su quest’ ultimo, ma deve immediatamente decidere su di esso, così a maggior ragione non può sospenderne la decisione a norma degli artt. 295 o 337 secondo comma c.p.c. che certamente gli precludono qualsiasi valutazione di pronta o facile liquidazione del controcredito in quanto spettante al giudice competente”.

Calati i suesposti principi al caso di specie, non si può fare a meno di osservare che il controcredito consistente nel valore di liquidazione della quota, spettante agli opponenti, non è certamene un credito di pronta o facile liquidazione, richiedendo, come ammesso dagli stessi opponenti, un’indagine tecnica affidabile ad un CTU, data la complessità degli accertamenti contabili ad essa funzionali; a ciò si aggiunga che tale accertamento (quand’anche sottratto alla sede concorsuale, nei limiti di efficacia della mera eccezione) non sfugge alla competenza della Sezione Specializzata in materia di Imprese, presso il Tribunale di Palermo, ex art. 3 comma 2 lett. B) e comma 3 D.Lgs. n. 168 del 2003, rientrando nell’ambito delle controversie relative ai diritti inerenti alle partecipazioni sociali nelle società di cui al libro V, titolo V e VI del codice civile, ivi comprese, a norma del comma 3 del citato art. 3 anche le cause e i procedimenti che presentano ragioni di connessione con quelli di cui ai commi 1 e 2, costituendo tale ultima disposizione una speciale applicazione dei criteri di spostamento di competenza per connessione regolati dagli artt. 39 e ss. c.p.c.

La sussistenza di queste due circostanze, in adesione all’insegnamento della Suprema Corte, non può che indurre a rigettare l’eccezione di compensazione, anche con riferimento al credito, ancora non liquido, relativo alla liquidazione delle quote sociali, la cui determinazione compete ad altro giudice.

L’opposizione va pertanto rigettata.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo, anche in considerazione dell’ingiustificato rifiuto della proposta conciliativa avanzata dal giudice.

P.Q.M.

Il Tribunale di Marsala, Sezione civile, nella composizione in epigrafe, definitivamente pronunciando, rigettata e/o assorbita ogni ulteriore domanda e/o eccezione, così provvede:

rigetta l’opposizione proposta avverso l’atto di precetto notificato agli opponenti il __ ad istanza della C. Società Cooperativa in l.c.a.;

condanna gli opponenti in solido tra loro a rifondere all’opposta le spese di lite che liquida in complessivi Euro __ per compensi professionali, oltre al rimborso forfettario spese generali del 15% ed accessori di legge (IVA e CPA).

Così deciso nella camera di consiglio del Tribunale di Marsala in data 1° ottobre 2019.

Depositata in Cancelleria il 2 ottobre 2019.

 

Tribunale_Marsala_Sent_02_10_2019




Recupero crediti e reciproche concessioni

Recupero crediti e reciproche concessioni

Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 26528 del 17/10/2019

Con ordinanza dell’11 ottobre 2019, la Corte di Cassazione Civile, Sezione VI, Sottosezione 1, in tema di recupero crediti, ha stabilito che le reciproche concessioni alle quali fa riferimento l’art. 1965, comma 1, c.c., possono riguardare anche liti future non ancora instaurate ed eventuali danni non ancora manifestatisi, purché questi ultimi siano ragionevolmente prevedibili; il relativo accertamento è riservato all’apprezzamento del giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione logica e completa.


Corte di Cassazione Civile, Sezione I, Ordinanza n. 26528 del 17/10/2019

Recupero crediti e reciproche concessioni

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. __ – rel. Presidente –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

Dott. __ – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

Sul ricorso proposto da:

A. – ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. – controricorrente –

per la cassazione della sentenza App. Firenze del __, n. __, R.G. n. __, Rep. n. __;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott. __ alla camera di consiglio del __;

Il Collegio autorizza la redazione del provvedimento in forma semplificata, giusto decreto __, n. __ del Primo Presidente.

Svolgimento del processo

Rilevato che:

  1. A. impugna la sentenza App, Firenze del __, n. __, R.G. n. __, Rep. n. __ che, in accoglimento dell’appello promosso dal Fallimento (OMISSIS) S.r.l. avverso la sentenza Tribunale di Firenze __, ha dichiarato non procedibili le domande di condanna già rivolte verso il Fallimento e dirette a ottenere in favore dell’attore A. (e B.), la restituzione di somme e l’inefficacia della rinuncia ad un credito professionale; era così anche rigettata l’opposizione a precetto proposta da A. (e B.) e ogni altra domanda contro il Fallimento, con revoca della sospensione giudiziale dei titoli esecutivi, nonché delle pronunce stesse e condanna alle spese;
  2. all’esito del primo giudizio, era stata dichiarata invalida (con richiamo all’art. 1973 c.c.) la transazione, conclusa tra A. e il fallimento nel __, con cui, a seguito della sentenza di primo grado affermativa della responsabilità penale del primo, recante altresì condanna a provvisionale per __ Euro, le parti pervenivano ad un complessivo accordo con pagamento alla procedura di __ Euro, rinuncia al credito professionale già ammesso al passivo per __ Euro, impegno titolato al pagamento di ulteriori __ Euro in tre rate con garanzia ipotecaria rilasciata da B.; la pronuncia di nullità della transazione derivava, per il tribunale, dall’assoluzione in sede penale d’appello dell’avvocato A., con ogni revoca delle pronunce di condanna civile e così si giustificava anche l’ordine di restituzione dei __ Euro nel frattempo già versati, l’inefficacia e invalidità della rinuncia al credito concorsuale, la cancellazione dell’ipoteca; la transazione sarebbe stata invero determinata da un errore sulla prima pronuncia di condanna, inducente le parti a transigere sulla sbagliata previsione di una mancata riforma in appello;
  3. la corte d’appello, con una prima statuizione, ha ritenuto improcedibili davanti al giudice fiorentino, adito con l’opposizione a precetto, la domanda di restituzione della tranche pagata al fallimento di __ Euro e parimenti la declaratoria d’inefficacia del a rinuncia al credito professionale insinuato, trattandosi di crediti sorti dopo la dichiarazione di fallimento resa nei confronti di (OMISSIS), vantati verso la massa e prededucibili e la cui sorte andava decisa dal tribunale concorsuale, i sensi della L. F., artt. 52 e 111 bis; era invece appartenente alla cognizione del giudice ordinario e senza riferimento alla L. F., art. 24, la stessa causa di opposizione ex art. 615 c.p.c., ove diretta alla pronuncia d’invalidità della transazione sottostante il riconoscimento di debito con autorizzazione all’iscrizione d’ipoteca che, come titolo esecutivo, fondava l’azione esecutiva preannunciata con il precetto opposto, ma che non risultava ancora iniziata e si correlava ad un’iniziativa del curatore, in mera occasionalità con il fallimento e dunque correttamente radicata ex artt. 26 e 27 c.p.c.;
  4. ha ritenuto la corte insussistente l’invalidità della transazione, cioè del rapporto fondamentale sottostante il più ampio obbligo assunto da A., poiché con l’accordo del __ le parti intendevano risolvere definitivamente ogni contenzioso in essere, articolato nel giudizio di opposizione allo stato passivo (con A. soccombente e condannato alle spese), nella provvisionale per __ Euro decisa in primo grado dal tribunale penale di Brescia con la condanna, nella costituzione di parte civile del fallimento e comunque prevenire l’insorgenza di ulteriori contenziosi, senza definire qua e sussistente la stessa responsabilità di A. e perciò risultando irrilevante la citata successiva assoluzione; ha aggiunto la corte che la res dubia era complessivamente data dall’insieme delle cause fra le parti, cioè le questioni risarcitorie collegate al procedimento penale e le posizioni soggettive nascenti dall’attività professionale, entrambe oggetto di contestazione; proprio a seguito della stipulata transazione, la curatela faceva venire meno il proprio contributo accusatorio nel processo penale, in coerenza con il tenore dell’accordo ciò ne voleva l’irrilevanza; di qui l’erroneità dei richiami tanto all’art. 1974 c.c. (sul giudicato penale ignorato) che all’art. 1973 c.c. (sulla scoperta tardiva della falsità documentale);
  5. il ricorso è su cinque motivi, ad esso resiste il fallimento con controricorso.

Motivi della decisione

Considerato che:

  1. con il primo motivo si contesta la violazione degli artt. 26 e 27 c.p.c. e L.F., artt. 52 e 111 bis, avendo errato la corte nel ritenere l’improcedibilità avanti al giudice ordinario (dell’opposizione esecutiva) delle domande di restituzione dei __ Euro versati e di inefficacia della rinuncia all’ammissione al passivo del credito professionale, essendo esse solo collegate alla richiesta di declaratoria di nullità della transazione;
  2. con il secondo motivo viene contestata la violazione del giudicato formatosi sulla sentenza della corte d’appello penale, in relazione agli artt. 1974, 2908 e 2909 c.c., posto che tale decisione ha altresì revocato le statuizioni civili in favore, tra gli altri, del fallimento in esame ed è divenuta definitiva, così determinando il venire meno del presupposto che costituiva l’unica ragione della transazione;
  3. il terzo motivo enuncia il vizio di motivazione, invocando, sotto altro profilo, l’omesso esame della sentenza penale assolutoria, principale argomento di discussione tra le parti;
  4. il quarto motivo, avanzato in via subordinata, deduce la violazione degli artt. 1362, 1366 e 1965 c.c., ove il tribunale ha omesso di apprezzare la nullità/annullabilità della transazione avendo riguardo alla presupposizione, dato che la responsabilità penale del ricorrente aveva assunto ruolo preponderante nel determinarsi le pari all’accordo;
  5. con il quinto motivo, ancora in subordine, è censurata la violazione degli artt. 1969 e 1972 c.c., risultando non considerato sia l’errore sulla responsabilità penale (esclusa per il ricorrente e con negazione della stessa legittimazione ad agire del curatore, in altri processi penali) sia la nullità del titolo (tale essendo la sentenza di condanna penale, travolta dalla pronuncia di grado successivo);
  6. il Collegio premette che l’eccezione di inammissibilità del ricorso, per tardività, non è fondata; secondo il tenore della sentenza impugnata, le domande di condanna a carico del fallimento a restituire Euro __ e a subire la dichiarazione d’inefficacia della rinuncia al credito professionale di A. erano da considerarsi, già davanti al tribunale ordinario, improcedibili, ostando alla prosecuzione dei giudizi così instaurati la prevalenza del cd. foro fallimentare L.F., ex art. 52, e la competenza funzionale del giudice delegato per ogni credito fatto valere verso la massa, L.F., ex art. 111 bis; tali iniziative processuali, sulla base del principio di affidamento nella qualificazione giudiziale da esse ricevute e dell’apparenza (Cass. 171/2012), sono diverse dalla ordinaria opposizione al precetto, per quella parte in cui – in via altresì autonoma – è stata investita la validità della transazione fra le parti; ne consegue che la sospensione feriale dei termini, non operando solo per il giudizio instaurato ex art. 615 c.p.c. e avuto riguardo alle decisioni di merito ivi assunte in sede di appello, non determina un identico trattamento delle citate domande restitutorie e di nullità della rinuncia al credito, sostanzialmente fatte valere pur con il medesimo strumento ma, nella considerazione del giudice d’appello, del tutto autonome, con conseguente assoggettamento al regime ordinario di tutte le impugnazioni cumulativamente introdotte e mai separate; nella specie risulta così rispettato, con l’unico ricorso, il principio per cui “qualora si trovino cumulate fra loro, per ragioni di connessione, due o più controversie, soltanto una delle quali sia soggetta al regime della sospensione feriale dei termini, la decisione che intervenga su di esse senza sciogliere tale connessione è soggetta all’applicazione della menzionata sospensione, non essendo concepibile l’operare di due regimi distinti, né l’inoperatività della sospensione per tutta la controversia, potendo ‘impugnazione coinvolgere la decisione con riferimento ad entrambe le domande connesse” (Cass. 7824/2017, 8113/2013);
  7. il primo motivo è inammissibile, poiché esso mira ad infirmare la competenza funzionale del giudice delegato del fallimento (OMISSIS) S.r.l., opposta dal relativo organo avverso la pretesa, avanzata avanti al giudice ordinario ai sensi degli artt. 26 e 27 c.p.c., con cui il ricorrente ha svolto specifica istanza di pagamento sia della somma di __ Euro, in un primo tempo versata alla procedura in sede di stipala della transazione, sia del credito professionale, ammesso al passivo: privilegiato e poi rinunciato, ancora per effetto della citata transazione; osserva il Collegio che sia la domanda di restituzione che quella di pagamento subiscono, poiché rivolte alla curatela fallimentare, una immediata reiscrizione nell’area della concorsualità, palesando il primo credito natura prededucibile e il secondo, ove reimmesso nello stato passivo dopo esservi stato espunto per rinunzia del creditore insinuato, una altrettanto certa qualità (da privilegiato) di portata concorsuale; ne deriva che si tratta di domande che, ai sensi della L.F., artt. 52 e 111 bis, debbono essere trattate con le modalità del Capo V del Titolo II della L.F. (Cass.,. 118/2016, 9623/2010), non sussistendo nemmeno – in virtù della pacifica contestazione emersa – i requisiti per un riconoscimento diretto da parte del giudice delegato;
  8. i restanti motivi, da esaminare congiuntamente perché connessi, sono inammissibili; la Corte fiorentina, secondo un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, ha ricostruito la res dubia alla base della transazione tra le parti quale involgente la complessiva posizione di debito – credito tra il fallimento e il professionista; per essa, rilevata la specifica inammissibilità del terzo motivo (Cass. SS.UU. 8053/2014), va ribadito che “in tema di transazione, le reciproche concessioni alle quali fa riferimento l’art. 1965 c.c., comma 1, possono riguardare anche liti future non ancora instaurate ed eventuali danni non ancora manifestatisi, purché questi ultimi siano ragionevolmente prevedibili; il relativo accertamento è riservato all’apprezzamento del giudice del merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione logica e completa” (Cass. 12320/2005, 2633/1982);
  9. quanto al rapporto con la vicenda penale e a responsabilità del ricorrente, è pacifico che il presupposto della res dubia, che caratterizza la transazione, “è integrato non dalla incertezza obiettiva circa lo stato di fatto o di diritto, ma dalla sussistenza di discordanti valutazioni in ordine alle correlative situazioni giudiziali ed ai rispettivi diritti ed obblighi delle parti… nessuna incidenza sulla validità e sulla efficacia del negozio può attribuirsi all’accertamento ex post della assoluta infondatezza di una delle contrapposte pretese” (Cass. 4448/1996, 6861/2003); e ciò proprio perché “la prevenzione della lite, o il suo superamento e non quindi un astratto accertamento del contenuto esatto ed effettivo della res dubia – costituiscono quel che è causa/scopo funzionale che muove le parti a transigere” (Cass. 2784/2019); nella vicenda è pacifico che la transazione conclusa fra le parti ha definito ogni tipo di eventuale responsabilità di A. verso la massa dei creditori, coinvolgendo altresì le sue stesse posizioni di creditore concorsuale (ivi incluso l’obbligo alle spese de l’opposizione allo stato passivo) e così deducendo nelle reciproche concessioni una forfettizzazione di ogni possibile pregiudizio alla massa dei creditori e altrettanto possibile esposizione debitoria del ricorrente; tant’è che la stessa ricognizione di debito assistita da garanzia ipotecaria di terzo era parte del più ampio accordo connotativo di una transazione generale e novativa di ogni controversia pendente e potenziale fra le parti;
  10. proprio la mancanza allora di un riconoscimento di responsabilità da parte dell’avvocato A. (ben diversa dalla citata ricognizione di debito raccolta dal notaio e conseguente alla transazione) toglie ragione alle doglianze manifestate in punto di pretesa invalidità della transazione per venuta meno della responsabilità penale del ricorrente, circostanza che non ne costituiva né il presupposto espresso né quel implicito (questione peraltro apparentemente nuova e, già come tale, di per sé inammissibile); ne deriva la totale inconferenza anche dei richiami agli istituti ci cui agli artt. 1969 e 1972 c.c., non potendosi ovviamente discorrere della sentenza penale di primo grado (per come riformata in appello) quale titolo nullo e, ancor meno ed ex art. 1973 c.c., di pretesa falsità ci essa come documento, nozione altrettanto inappropriata; né svolge alcuna utilità il passaggio in giudicato della sentenza penale assolutoria, posto che la curatela, dopo la transazione, non aveva proseguito alcun giudizio ed invero, coerentemente alle intese, aveva revocato la costituzione di parte civile in quella sede, perdendo ogni legittimazione in tema;
  11. il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; ne consegue la condanna del ricorrente alle spese secondo la regola della soccombenza e liquidazione come meglio da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento di legittimità, liquidate in Euro __ (di cui Euro __ per esborsi), oltre al 15% a forfait sui compensi e agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 9 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 17 ottobre 2019

 

Cass_civ_Sez__Ord_17_10_2019_n_26528